Funziona proprio così: ascolti le tracce di 2640 e alla fine ti sembra di conoscere Francesca Michielin da sempre. Non è per nulla scontato riuscire a raccontare con sincerità ogni sfumatura di sé, pur mantenendo un fil rouge concettuale forte. Il terzo album di inediti di Francesca Michielin è incentrato su tre simboli (ΔΔ) che rappresentano il comunicare, l’ascoltare e l’immaginare. E a dir la verità, emerge un quadro armonico che fa riflettere e divertire. 

2640 si apre con Comunicare, un brano che la stessa cantante e polistrumentista ha dichiarato esser nato in pochi minuti, ma che in realtà – con le sue sonorità alla Jovanotti degli anni Novanta – sembra essere un ottimo teaser dell’intero progetto.



Si continua con altri brani che ricordano il tema del viaggio, del condividere, dell’incontrarsi, come l’elettronico Bolivia («È l’umanità che fa la differenza/portami in Bolivia per cambiare testa/portami in Bolivia per cambiare tutto») o Tropicale, che dimostra la capacità della Michielin di stare a proprio agio anche in un mondo musicale e geografico ben differente dal nostro. Per non parlare di Tapioca, un “grazie” in musica ispirato da un canto liturgico popolare ghanese. Un cantico di ringraziamento dal sapore profondamente urbano e giovane.

Poi, la forza di Vulcano (primo singolo estratto del disco, tra i brani più amati dal suo pubblico) e la dolcezza di E Se C’era…, tra i più emozionali di 2640. L’ammissione di colpa di Scusa Se Non Ho Gli Occhi Azzurri e il ritorno a un mondo vintage con Noleggiami Ancora Un Film (co-scritta con Dardust), che sembra trasportarci in un episodio di Dawson’s Creek.



C’è poi una parte del disco “sportiva”: da La Serie B (brano ispirato dalla retrocessione del Vicenza e diventato poi un omaggio a chi, nella vita, è costretto a vivere in una condizione di inferiorità ma lo fa con coraggio e dignità) ad Alonso (una vera e propria dichiarazione d’amore verso il pilota di Formula 1, grande passione della cantante).

Non è tutto. Ci sono anche Due Galassie, brano con un arrangiamento minimal techno e con una presa di posizione forte («Scusami tanto scusami tanto non le voglio le rose al mio compleanno/non le voglio le pare mentali/le giornate un po’ tutte uguali») e Lava (forse il brano più “impegnato” del disco: una riflessione sul ruolo della donna nella società di oggi, ispirata da Tahiti di Bat For Lashes).



Infine l’essenzialità di Io Non Abito Al Mare (scritta, come altri brani di questo disco, con Calcutta). Un racconto che spazia in punti diversi del globo e che entra nelle parti più complicate e nascoste dell’animo di Francesca Michielin, rendendola completamente in grado di esprimersi, con creatività e con uno stile sempre più personale. Insomma: bentornata Francesca.