Da non perdere: “DEACON” di serpentwithfeet, il bisogno d’amore in epoca Covid

Tra le uscite dello scorso venerdì spicca il progetto di serpentwithfeet, DEACON, che colpisce per la composizione e le immagini offerte
Serpentwithfeet / foto di Braylen Dion
Serpentwithfeet / foto di Braylen Dion

Se non conoscete Josiah Wise, dal nome d’arte vagamente biblico, serpentwithfeet (sarà forse per il fatto che da ragazzino ha frequentato la chiesa e il Baltimore City College Choir), andatevi a sentire il suo secondo album DEACON uscito ieri. Un esempio di r&b romantico, tra citazioni anni ’90 e arditezze pop.

DEACON / cover / fonte: ufficio stampa

Partiamo dalla copertina. Un abbraccio, non proprio un gesto che riusciamo a fare con serenità oggi e che possiamo permetterci di fare solo con chi vive con noi. L’intento di Josiah non è però una provocazione tout court. Piuttosto, un messaggio di calore e di umanità, come ha da poco dichiarato lo stesso artista per Toh! Magazine, interessante rivista italiana online con “un approccio radicale alla cultura vista tramite l’universo LGBT+”, come dichiarano i redattori. Ed è proprio il mondo gay, libero, emancipato e consapevole che serpentwithfeet racconta nelle sue canzoni.

La storia di serpentwithfeet

Josiah arriva da Baltimora, e il suo debutto è del 2016 con l’EP Blisters, per poi far uscire nel 2018 il suo primo album Soil – per la sempre più in ascesa indie label USA, Secretly Canadian – ricco di struggimenti soul, zeppo di rimandi lirici a relazioni sentimentali finite in pezzi. In continuo movimento, serpentwithfeet si è spostato sempre più verso la possibile luce della ribalta e delle grandi occasioni, dal Maryland alla vicina New York per passare adesso a Los Angeles («Life’s gotta get easier», aveva cantato in A Comma lo scorso anno) e questa promessa di un miglioramento nella vita sentimentale e professionale sta dando i suoi frutti proprio in quest’era pandemica.

A inizio 2021 abbiamo accolto con curiosità la sofisticata e soffusa Delicate Limbs scritta assieme a Virgil Abloh, deus ex machina di un certo luxury fashion e adesso a distanza di quasi tre anni arriva questo l’ottimo secondo album DEACON, sempre per la Secretly Canadian.

Lo spessore della composizione

Musicalmente DEACON è un notevole passo avanti nella composizione. Undici canzoni ben tornite, con l’eco della sua adolescenza “gospel” nel Baltimore City College Choir (adesso poi che Kanye West ha sdoganato il genere anche per le nuove generazioni con l’album Jesus Is Born…). Prova concreta è la canzone Dawn, che nasce da un antico spiritual afro americano: My Lord, What a Mornin’.

Poi ci sono le orchestrazioni, mai invasive, ma che ricamano una tessitura funzionale ai beat contemporanei e alle melodie soul. A proposito, tanti sono i rimandi a un certo soul / r&b anni ’90, rendendo DEACON un album che segue un trend sempre più crescente negli States. In questo periodo abbiamo ascoltato nuovi artisti che hanno osato, senza remore, ripescare quella tradizione soul anni ’90 (Lianne La Havas, Celeste, Gabriel Garzón-Montano, tanto per fare due nomi) o confrontarsi con il Prince – per alcuni minore – di quella decade (Moses Sumney, su tutti).

A corredo poi c’è una nuova svolta nelle liriche con una definitiva spinta dinamica verso quella “luce” cercata, che prima accennavo, e un autentico innamoramento schiarisce ancor di più i toni scuri del passato.

Nella delicata Same Size Shoe risuona un qualcosa di fanciullesco, e possiede la forza della speranza e della fiducia (le suole dalle stesse dimensioni sono un’ardita ma efficace metafora di condivisione in una storia d’amore). «Festeggio il fatto di poter amare e di essere stato amato», ha dichiarato Josiah in un lungo articolo che di recente gli ha dedicato il New York Times.

Il capolavoro del disco

Nell’album poi fioriscono nei titoli nomi di uomini (amati? Desiderati?): Malik, Amir, Derrick. E serpenwithfeet chiama in aiuto degli amici maschi come Sampha e Lil Silva (l’unica “eccezione” nei featuring è l’amica da sempre, Nao, che co-scrive e canta con lui in Heart Storm).

L’album si chiude con il capolavoro, secondo chi scrive, dell’album: Fellowship, il singolo trainante, che ancora una volta conferma quanto sia bravo Sampha nella scrittura che regala un tocco di Africa nelle ritmiche quasi acquatiche di un brano così toccante. serpentwithfeet canta quasi con un sorriso: «my friends (my friends) / I’m thankful for the love I share with my friends». Ancora una volta sembra – in un’epoca di zone rosse – un atto provocatorio, ma invece è una speranza di condivisione – e abbracci – che tutti noi abbiamo.

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