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Troye Sivan non vuole che lo si chiami icona gay: «Sono una sola voce tra tante»

Il fenomeno del pop Troye Sivan è stato uno dei nomi in più rapida ascesa nell’industria musicale degli ultimi anni. È attivo nella difesa della comunità LGBTQ, tanto che i suoi fan hanno persino iniziato a chiamarlo “icona gay”

Troye Sivan
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Il fenomeno del pop Troye Sivan è stato uno dei nomi in più rapida ascesa nell’industria musicale degli ultimi anni. Il cantante australiano ha coltivato una nutrita fanbase ed è stato esplicito riguardo alla sua identità sessuale ed è attivo nella difesa della comunità LGBTQ, tanto che i suoi fan hanno persino iniziato a chiamarlo “icona gay”.

Ma Troye Sivan, in una recente intervista con Another Man, ha detto che quando si tratta di quella particolare etichetta, vorrebbe vedere la comunità darla a qualcuno con una prospettiva diversa dalla sua. «Con persone come Hayley Kiyoko e Brockhampton, stiamo iniziando, finalmente, ad avere un gruppo eterogeneo con diverse prospettive nel mondo LGBTQ», ha spiegato. «Ecco perché non desidero essere etichettato come “icona gay”. Sono una voce tra tanti, e sto solo cercando di raccontare la mia storia».



Il cantante ha detto di aver vissuto una vita di privilegi e vorrebbe vedere qualcuno senza i vantaggi che ha avuto lui essere così calorosamente accolto dalla comunità LGBTQ. «Vengo da una famiglia bianca della classe media australiana, e tutti i miei sogni si sono avverati prima che compissi 22 anni», ha detto. «Il mio coming out è stato il più semplice del mondo… non sono io l’icona, ci sono molte altre persone che hanno bisogno di essere ascoltate».

I commenti di Troye Sivan arrivano dopo che Variety ha pubblicato un articolo su un brunch in cui il cantante pop australiano e un certo numero di altri artisti queer si sono incontrati per discutere del problema dell’omofobia all’interno dell’industria musicale. Online in molti hanno sottolineato che la maggior parte degli individui che erano nella stanza erano uomini bianchi, cisgender.



Il cantante di My My My ha aggiunto che con storie maggiormente diverse tra loro la conversazione su cosa significhi essere queer avrebbe molte più sfaccettature. «A causa della mancanza di rappresentanza, sono poche le storie ad essere state raccontate», ha detto. «C’è così tanto da dire: si tratta di un gruppo di persone enormemente complesso, ricco di sfumature, e con innumerevoli storie da raccontare».

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