Generic Animal, “Presto” e le bizzarre avventure di un millennial viola

Il nuovo progetto discografico di Generic Animal è il romanzo di formazione di un ragazzo tra la fine dell’ascolescenza e l’inizio dell’età adulta
Domenico Nicoletti

«Questi ragazzetti sono tutti come me / E io non sono niente di speciale». Beh, caro Generic Animal, noi avremmo qualcosa da ridire.

Il cantante, che ha pubblicato oggi, venerdì 21 febbraio, il suo nuovo album, Presto, è alla sua prima esperienza in una major e anche con una round table con un ristretto gruppo di giornalisti curiosi e pronti a riempirlo di domande.

Questo perché l’ultimo progetto discografico di Luca Galizia (questo il suo vero nome) difficilmente potrebbe non destare curiosità. Il mondo in cui si immerge ascoltando i suoi brani, sin dal suo primo omonimo album, è ricco di metafore, sfumature bizzarre e produzioni riuscite.

Quello che rende il nuovo progetto di Generic Animal interessante e, ad un primo ascolto, ai più difficile da digerire, è l’auto-referenzialità. Intendiamoci: non stiamo usando questo termine in senso negativo, anzi. Il racconto delle sue storie e delle esperienze che lo hanno caratterizzato e reso ciò che è oggi sono spesso riconducibili a quelle di ognuno di noi. Il rapporto con la famiglia, le amicizie, la scuola, sono tutte tematiche vicine a chiunque si approcci al mondo di Luca.

Presto è un album costruito in lungo periodo di tempo. Le fasi del processo creativo sono state tante, avvenute tutte in momenti diversi. «Ho iniziato a scrivere il disco in corso d’opera. Quattro canzoni le ho scritte nel 2017 e la restante parte dopo aver fatto uscire entrambi gli album (il suo debutto omonimo e Emoranger, ndr.). Ho sempre scritto tantissimo per poi scolpire nel tempo. Mi piace partire da tanto materiale».

Potrà sembrare strano leggere di un disco con un tempo di composizione così lungo. Sì, non è il primo e non sarà l’ultimo. Ma recentemente siamo stati abituati  ad ascoltare prodotti confezionati in un mese o ad artisti che si chiudono in studio e non ne escono finché non hanno un album fatto e finito. Quindi, pensare a Luca che scrive canzoni in momenti diversi, le riascolta e le sistema nel corso del tempo può sembrare assurdo. Ma, si sa, ognuno ha il suo processo creativo e non bisogna mai mettere fretta all’arte.



«Mi sentivo uno sfigato totale, me ne succedeva una ogni giorno». Tutto questo è perfettamente raccontato nell’album: dai soldi persi in tour all’ansia di affrontare il palco, fino alla fine delle relazioni e ai continui traslochi.

Nell’album, composto da 12 tracce, sono presenti anche alcuni featuring con Franco126, Massimo Pericolo e Nicolaj Serjotti. Ma anche incursioni di alcuni amici che partecipano a questo lavoro, come Joan Thiele e Jacopo Lietti. Non sono collaborazioni convenzionali, studiate a tavolino, ma veri e propri attestati di stima di Luca nei confronti di questi artisti.

Tra tutti, quello che più colpisce è Scherzo, realizzato insieme a Massimo Pericolo. Luca racconta che il brano era “aperto”, senza strofe finali e senza beat. La definisce una canzone piatta, un po’ sprecata, alla quale, anche grazie al suo produttore (e amico) Fight Pausa, riesce a dare una forma.

«Volevo provare a tirare in mezzo qualcuno. Non ho mai avuto dei feat veri e propri nei miei album. Così ci siamo messi a indagare: volevamo capire se, tra gli amici, ci fosse qualcuno che volesse partecipare al mio disco. Ho un sacco di amici che spaccano e sanno dire la loro. Un giorno ho visto Vane, gli ho fatto ascoltare il disco e lui mi ha detto “questa canzone è mia, la voglio, so cosa vorrei dire”. In un’ora ha scritto il suo punto di vista».

Scherzo è un brano in cui l’adolescenza torna a galla in maniera prepotente. Perennemente in bilico tra spensieratezza e perdita dell’innocenza, i due mettono nero su bianco le loro esperienze, ognuno con il suo registro stilistico. Massimo Pericolo si adatta perfettamente alla canzone, mantenendo sempre il suo linguaggio crudo e diretto.



Il rapporto con Massimo Pericolo, racconta Luca, è quello di due amici quasi fraterni. I due si conoscono da quando avevano 16 anni e, come capita spesso, hanno sempre parlato di musica… litigando. «C’è sempre stato uno scambio fluido di idee e siamo sempre stati molti sinceri. Siamo sempre rimasti in contatto. Prima ancora di iniziare Generic Animal io avevo cantato il ritornello di Sabbie D’Oro nel suo disco. Continuiamo a lavorare insieme in nome della nostra amicizia e io l’ho chiamato a collaborare al di là della sua fama».

Un altro featuring interessante e decisamente fuori dall’ordinario è quello con Nicolaj Serjotti. Luca decide non di affidargli una strofa o il ritornello, ma di lasciargli cantare un’intera canzone, Alveari.

«Forse dura troppo poco. Se ci penso poteva essere un pezzo più collaborativo, ma già il disco è così denso di miei concetti che se sparpagliavo anche i suoi diventava un casino. Non volevo solo una sua strofa. Gli ho chiesto di dire la sua, di chiudere il cerchio. Alveari fa prendere un po’ di pausa dal resto del disco, perché poi partono pezzi più acustici. Mi sembrava giusto dare spazio a Nicolaj, un po’ alla Tyler, The Creator».

L’immaginario di Generic Animal si riversa non solo nella sua scrittura, ma anche nell’estetica del suo progetto. Dagli animaletti è passato a disegnare creature antropomorfe, immagini astratte, tutte da decifrare. Questa volta, il colore predominante di tutto è il viola, nelle sue sfumature più varie.

«Ad un certo punto ho esaurito la passione per le creaturine e ho deciso di concentrarmi su me stesso. Io sono il mio manichino. Tutto poi deriva da cose che mi piacciono, come The Mask, i video anni ’80, il teatro, i giocattoli e i personaggi dei cartoni animati. L’evoluzione è arrivata anche perché anche altre persone hanno lavorato all’aspetto grafico e creativo, mentre prima facevo tutto da solo. Il viola poi è un colore “marginale”, torbido, è questo anno è il mio colore… per il momento».

Guido Borso

Tornando a parlare dei brani dell’album, Volvo è fortemente legata al rapporto tra Luca e suo padre. La canzone parla di come vediamo i nostri genitori da piccoli, di come vorremmo conservare i rapporti e valore che pensiamo che abbiano. Racconta rotture e riappacificazioni, come quelle che avvengono in qualunque famiglia che affronta momenti di felicità e di difficoltà, sempre insieme.

«Voglio bene a mio papà, è un caro amico. Noi abbiamo sempre avuto macchine orribili. La cambiavano e ne compravamo una ancora più usata e brutta. Ho scelto di chiamarla Volvo perché mi è rimasta in mente la nostra macchina con il baule rotto attaccato con lo scotch».

Generazionale. È così potremmo descrivere l’album di Generic Animal, perché dentro c’è tutto quello di cui i millennial hanno paura, o di cui sono felici. Ci sono i rapporti con la famiglia, spesso difficili da sopportare, ci sono le amicizie, quelle sincere che ci portiamo dietro per tutta la vita. C’è tanto Luca Galizia, ma ci siamo anche noi. Un disco che se al primo ascolto risulta individuale, ad un secondo, terzo, quarto ascolto comincia ad essere un duo, poi un trio e alla fine una folla.

Ascolta qui Presto di Generic Animal



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