Lou Barlow (Dinosaur Jr): «Cerco un centro di gravità permanente tra il rumore e la tranquillità»

Il musicista statunitense si conferma instancabile. L’abbiamo intervistato parlando del suo disco solista e di quello della sua storica band, di anniversari importanti e delle voci nella sua testa
Dinosaur Jr - 2 - foto di Cara Totman
I Dinosaur Jr: da sinistra a destra, Lou Barlow, J Mascis e Murph (foto di Cara Totman)

Dal rock dei Dinosaur Jr. all’indie rock dei Sebadoh, passando per i Folk Implosion e il suo alter ego Sentridoh: Lou Barlow è uno dei musicisti più attivi degli ultimi decenni sul fronte delle chitarre. Quest’anno sarà la volta di Sweep It Into Space (Jagjaguwar / Goodfellas), il nuovo album della storica band messa in piedi con J Mascis, e del ritorno solista con Reason to Live (Joyful Noise / Goodfellas). Ci siamo fatti raccontare dal diretto interessato questo periodo così creativo riannodando i fili di una carriera fin qui densa di progetti. Collegato via Zoom da casa sua, Barlow ci ha anche parlato del suo essere fan e dell’importanza della famiglia.

Partiamo dai Dinosaur Jr: Sweep It Into Space riesce nell’intento di espandere il vostro sound pur rimanendo estremamente riconoscibili.

Probabilmente perché abbiamo registrato a casa di J, come abbiamo sempre fatto, e nel tempo abbiamo sviluppato un metodo che ci permette di essere molto funzionali su questo aspetto.

Com’è stato lavorare con Kurt Vile nella veste di co-produttore?

È stata una presenza piacevole: tutto il tempo a fare un sacco di battute, a suonare la chitarra o fare avanti e indietro. È stato fico!

In Garden, brano firmato da te, c’è un verso molto significativo: «We were raised on the faith».

Quando stavo finendo la canzone negli Stati Uniti il Covid stava per prendere piede e il dibattito politico cominciava a farsi acceso. Pensavo alle persone, a come sanno restare unite quando c’è un pericolo imminente o qualcosa che le può danneggiare. E poi a quanto diamo per scontato tutto ciò che abbiamo. Spesso associamo la fede alla religione, ma in questo verso il mio è un intento umanista. Le persone spesso sottovalutano quanto sia importante avere fede.

Hai detto che in Reason to Live sei riuscito per la prima volta a connettere la tua vita familiare con quella registrata.

Ero abituato a viaggiare per registrare e, comunque, non ho mai lavorato a casa. Questa volta, a causa della pandemia, mi sono ritrovato a fare un disco tra queste mura. Ho dovuto cambiare le mie abitudini, intrecciare questa parte della mia vita con il mio ruolo di padre e marito. Ogni giorno è stato una sfida: è difficile rimanere concentrato mentre parli con tua moglie o i tuoi figli.

Ascoltando l’album si ha l’impressione che tu stia vivendo un periodo tranquillo, nonostante la tua fama da “ragazzo triste”.

Tranquillo, sì, per quanto riguarda l’esterno. Dentro di me sento parecchio rumore, ho sempre parlato con le voci nella mia testa e devo dire che questa volta hanno letteralmente urlato. Sono sempre stato circondato dal rumore: in studio, sul palco, in tour. Questa città è tranquilla, casa mia lo è, ma con quelle voci ci parlo e ci ragiono. Cerco di equalizzare rumore e tranquillità. Uso la musica per calmarmi, per spiegare a me stesso alcune cose.

È più di uno specchio, una sorta di entità con la quale parlare.

Esattamente, è un dialogo con me stesso. Sin da quando ero giovane è stato un mezzo per bilanciare i vari aspetti del mio carattere, non un semplice riflesso dei miei pensieri.

Sono passati trent’anni da Sebadoh III, un disco seminale per il mondo lo-fi e non solo.

Non ci avevo pensato. È un disco importante per me, ne vado molto orgoglioso perché ha rappresentato una realizzazione personale. È un album viscerale, emotivo e intenso, dove la sperimentazione gioca un ruolo fondamentale. Credo di non aver più fatto qualcosa di così sperimentale da allora! (Ride, ndr) Ad ogni modo, non ho mai avuto la percezione che sia un “classico” o che stia sullo stesso piano dei dischi che amo.

Il 1991 è stato un anno davvero importante.

È stato un anno incredibile. Usciva Nevermind eun sacco di musica interessante… oh mio Dio! (Ride, ndr) Che anno interessante! Tutto quello che avevamo fatto negli anni ’80 come Dinosaur Jr. o Sebadoh stava sbocciando e in quel periodo le persone cominciavano ad ascoltare i nostri dischi.

Quello stesso anno hai pubblicato anche sotto lo pseudonimo di Sentridoh.

Mi piacciono i nomi strani (ride, ndr). Volevo che le persone collegassero questo percorso ai Sebadoh, come una sorta di puzzle. La cosa che più mi affascina dell’underground è quanto gli artisti possano essere prolifici e io stavo costruendo il mio labirinto in cui le persone avrebbero sparso il loro filo. Al tempo era elettrizzante perché era più difficile trovare i dischi o conoscere nuove band: una sorta di ricerca del tesoro nascosto. Dico tesoro perché mi piace ancora suonare e registrare, la musica per me è davvero importante. Sia la mia che quella degli altri.

La vivi da fan.

Sì, cerco di fare musica per gente come me. Sono sempre alla ricerca di cose belle.

Che musica amavi in quel periodo, da fan della musica?

Beh, quando avevo diciott’anni giravamo in macchina con un mio amico consumando i dischi di Neil Young. Negli anni ’80 ero in fissa con i Young Marble Giants, unici nel loro essere misteriosi: meravigliosamente pacati e penetranti. E poi amo l’hardcore e il punk rock di quel periodo.

Dinosaur Jr - 3 - foto di Cara Totman
Foto di Cara Totman

Un altro passaggio importante della tua carriera è quello relativo ai Folk Implosion.

Avevo preparato la mia prima cassetta con roba esclusivamente mia, prima ancora dei Sebadoh, e attraverso questa incisione ho conosciuto un sacco di persone. Molte di queste sono diventate amici e ho finito con il suonarci assieme. Tra loro c’era John Davies,che tempo dopo mi avrebbe mandato una lettera. Da qui l’amicizia si è consolidata, forte di uno scambio di cassette e registrazioni. Mi sono trasferito a Boston da lui, dove non facevamo altro che parlare di musica e suonare.

Un’alchimia molto forte.

Decisamente. Io sono un po’ più grande di lui, quindi credo che all’epoca mi vedesse come una sorta di fratello maggiore. Ma quando suonavamo eravamo in perfetta sintonia. Poi, nel ’99, ci siamo sciolti: le cose erano diventate complicate e non avrei mai pensato che ci saremmo parlati di nuovo. Invece, durante la quarantena, ci siamo sentiti spesso, ci siamo scambiati molta musica e credo che verrà a trovarmi quest’estate.

Sei sempre stato fedele a un suono legato alle chitarre, anche quando sembrava che il mondo ne avesse abbastanza.

Ricordo che negli anni ’90 quando andavi in Inghilterra ti dicevano tutti che il rock era morto: la musica dance era dappertutto. Dopo il grunge il discorso si era focalizzato sulle chitarre, che erano considerate fuori moda. Ma ci sono tanti giovani talentosi che fanno un rock pieno di chitarre. Per esempio i Real Estate sono una bellissima guitar band, ma le persone della mia età tendono a dire che non è lo stesso, che non ha niente a che vedere con gli anni ’90. Non è vero!

Qui torniamo al tuo essere fan.

Ascolta gli Animal Collective, i Thee Oh Sees, i Fontaines DC, i Viagra Boys o gli Idles. Sono gruppi fantastici che rielaborano un certo sound degli anni ‘80, lo fanno bene e arrivano dritti al punto. Sono aggressivi, rimango scioccato dalla qualità e sembra migliorare sempre di più col passare del tempo.

Abbiamo parlato del 1991: pensi sia paragonabile tutto questo a quella esplosione di chitarre?

I gruppi di adesso hanno molte meno regole. Nel 1991 ne avevamo tante: devi essere così, suonare in questa maniera, registrare in quel modo. Chi faceva il rock con le chitarre era in regressione, molto vicino all’implosione del folk e questo portava a una generale frustrazione: venivamo dagli anni ’80, in cui erano successe cose bellissime, grandi guitar band e un benessere generale tangibile. Adesso i gruppi giovani non sentono di “dover” essere qualcosa, mescolano i suoni e hanno una mentalità aperta alle influenze. Credo che solo il rock psichedelico dei tardi anni ’60 sia impossibile da eguagliare, per il resto c’è un’aria fresca di rinnovamento sul fronte delle chitarre.

Dal canto tuo, rimani uno dei musicisti più prolifici.

Credo che ci sia ancora tanto da fare, non sono convinto pienamente di ciò che ho raggiunto. Non penso di essere tanto prolifico in realtà, sono orgoglioso di quello che ho fatto ma tento di mettere insieme i pezzi per dire qualcosa. È innegabile che io voglia diventare importante un giorno, ma al momento faccio musica perché mi aiuta.

Ho letto una recensione su Sweep It Into Space che paragona il ritorno dei Dinosaur Jr. a un abbraccio di un vecchio amico che non vedi da tempo.

(Ride, ndr) La visione sulla musica di J e il suo modo di comporre hanno una dimensione collettiva, il concetto dell’abbraccio è interessante.

Hai trovato la tua ragione per vivere?

Sì, ce n’è più di una! Quando mi sono arrivate le copie del disco mi sono soffermato sulla copertina, ci sono semplicemente foto di me con la famiglia. Avere una famiglia, questo tipo di esperienza e viverla quotidianamente è un’ottima ragione per vivere. E poi la musica, quello che è successo negli ultimi due anni sarebbe insopportabile senza di lei. Effettivamente, dovrei aggiungere una “s” a mano per ogni copia – Reasons to Live – perché c’è più di una ragione per vivere!

Articolo di Fernando Rennis

Ascolta Sweep It Into Space dei Dinosaur Jr. in streaming

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