Justin Bieber esplora i confini della sua felicità (e degli anni ’80) in “Justice”

Il nuovo album di Justin Bieber si impegna a far capire ai fan a che punto della sua scoperta interiore è arrivato
Justin Bieber, foto di Mike Rosenthal/Getty Images
Justin Bieber, foto di Mike Rosenthal/Getty Images

“It’s hard to believe I’m the person you think I am”, canta Justin Bieber per aprire il suo nuovo album Justice. Sebbene l’artista canadese si stia rivolgendo alla sua dolce metà in Deserve You, potrebbe anche parlare al mondo in generale. La personalità della superstar del pop è cambiata così tante volte sotto i riflettori che è naturale per Justin credere che i suoi milioni di spettatori debbano ancora capire del tutto la sua evoluzione.

L’anno scorso Bieber ha documentato la sua ritrovata pace interiore (raggiunta principalmente grazie al suo matrimonio con Hailey Bieber) in Changes, una versione blanda dell’R&B testato in Journals del 2013 , il suo primo album in cinque anni. Con Justice l’artista è tornato a concentrarsi su quella felicità, esplorandone i confini. Chi era prima di trovare la gioia? Come spera che cresca? Quanto è terrorizzato di perderla? “I’m on my ten-thousandth life”, canta pochi secondi dopo in Deserve You. “But this the one I’m not giving up.”

Se Changes rappresentava il tanto sudato inno di Bieber alla gioia del matrimonio che dà tranquillità all’animaJustice è il suono di quel trionfo personale che guadagna in profondità e dettagli. E il risultato è in definitiva più efficace. La dolce ballata di chitarra Off My Face e l’allenamento trop-pop Love You Different consentono a Bieber di esaltare la sua gioia romantica, ma deviazioni come Unstable, una contemplazione emo-pop sulle insicurezze personali realizzata insieme a The Kid LAROI, e Peaches, brano estivo liscio come la seta firmato con Giveon e Daniel Caesar, aiutano a prevenire la monotonia.

Come ha fatto per tutta la sua carriera, Justin Bieber valorizza gli approcci lirici con la sua sincerità vocale, convincendo l’ascoltatore sia quando implora con trasporto, che quando passa al falsetto. Peccato per un intermezzo con l’audio di Martin Luther King Jr. che pronuncia un sermone intitolato But If Not, che termina con la frase “You died when you refused to stand up for justice”. Non funziona nel contesto dell’album. Un passo falso, commesso in buona fede. Ma Bieber ripiomba con impegno febbrile sulla traccia successiva e continua a coinvolgerci.

Bieber tra anni ’80 e impegno per i fan

Quella traccia si intitola Die For You, presenta Dominic Fike ed è immersa nel fascino degli anni ’80. I sintetizzatori, la batteria scattante, il ritmo che cade dopo il ritornello, il modo in cui Fike balbetta alcune lines come se stesse provando per una cover band dei Knack. Bieber ha testato in anteprima quel suono retrò nel recente singolo Hold On, e ne ha riprodotto i passaggi più fini in Justice, con l’aiuto di produttori come Skrillex e Watt.

Una canzone come Somebody potrebbe poi benissimo rientrare nella top 40 delle radio, grazie alle stesse vibrazioni che rievocano il passato in pieno stile After Hours (l’album di The Weeknd).

Nei cinque anni passati tra Purpose e Changes, Bieber ha continuato a realizzare grandi singoli grazie a un periodo prolifico ricco di collaborazioni. Dopo la seconda, canzoni come Holy, Lonely e Anyone – che compaiono tutte in Justice – hanno lasciato il segno. Nonostante le aspettative di una recessione commerciale, Bieber ha più che confermato le sue indiscusse capacità da hitmaker. Ora sta iniziando a sbocciare qualcosa di nuovo in lui. Justin ha dimostrato in Justice di aver acquisito maggiore lucidità artistica. Si sente il tentativo di esprimere un complesso stato emotivo nel corso di un album intero, invece di racchiuderlo in tre minuti. Ci sono state innumerevoli prove del Justin Bieber “superstar del pop”, ma questa volta l’artista si è speso per aiutare i fan a capire chi è e dove sta andando.

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