Joseph Capriati è il protagonista della nuova cover di Billboard Clubbing

Esce oggi, venerdì 4 settembre, il nuovo atteso album del DJ casertano, proprio come il nuovo numero del nostro magazine dedicato alla musica dance
Joseph Capriati
Joseph Capriati

Uscire da una crisi post pandemica dovrebbe essere il nostro obiettivo comune. Dobbiamo tirarci fuori dal pantano di notizie sensazionalistiche creato da miriadi di mezzi di informazione, come nel recente, eclatante – e appropriatissimo per noi – “caso” sulle discoteche aperte nell’Italia vacanziera. Siamo tutti (o quasi, e questa è un’incredibile conseguenza del “pantano”) d’accordo che abbiamo a che fare con un virus trasmissibile via aerea, quindi c’è un qualcosa di insanabilmente incompatibile con una sala chiusa piena di gente che balla.

E allora, senza cadere nella retorica più spiccia, cerchiamo di ripartire. Magari ritornando a prendere ispirazione, nel caso della club culture, dalle sue origini e, perché no, dando finalmente più posto alle donne non solo in consolle ma anche nell’ambito del business e del potere. 

Peraltro le nuove DJ hanno dimostrato di essere incredibilmente sensibili e creative negli ultimi tre, quattro anni, in ogni ambito della musica elettronica. Da Amelie Lens nella techno alla newcomer Kate NV che gioca con la musica colta con la stessa spontanea provocazione che aveva un giovane Brian Eno negli anni ’70. Forse il paragone è azzardato? Può essere. Non importa. 

Ritornare alle origini è anche un modo per trovare nuova vitalità, com’è successo alla nostra superstar DJ, Joseph Capriati, protagonista della nostra cover story. Il suo nuovo album Metamorfosi esce proprio oggi.

Quindi cari lettor*, guardatevi indietro con attenzione e cercate di non inciampare correndo verso il futuro.

Guardate questo video dove il DJ casertano racconta delle collaborazioni e delle influenze che lo hanno allontanato così tanto dalla sua comfort zone.

Qui l’inizio dell’intervista a Joseph Capriati firmata da Damir Ivic, il resto lo trovate sul nuovo numero di Billboard Clubbing, disponibile sul nostro sito (magazine.billboard.it) o sulla nostra app, dove è possibile sia scaricare la copia digitale che prenotare la copia cartacea.

Metamorfosi sì, ma con più di un lo comune legato al passato: ascoltando il tuo precedente lavoro sulla lunga durata, Self Portrait, datato 2013, l’impressione è che la traccia che va a chiuderlo – la title track – in qualche maniera avesse anticipato mood e sonorità arrivate ora, sette anni più tardi.

Questo è il bello. Tutto è collegato. Per certi versi Metamorfosi è il racconto sì di una metamorfosi, ma al contrario: qualcosa che riporta sempre di più verso il passato, verso le origini. Nella mia musica sono sempre stato sincero con me stesso, inserendo ciò in cui credevo autenticamente, ma mai come stavolta ho voluto tornare alle mie radici più pure ed originarie, a quando a undici anni scoprivo la musica house e il DJing. A questo va aggiunto un vezzo che c’è sempre stato: chiudere i miei abum con una traccia dalle ritmiche più spezzate. È successo in Save My Soul nel 2010, è successo tre anni più tardi in Self Portrait, succede anche qui in Metamorfosi con Let’s Change the World. Una traccia che è nata ripensando all’enorme impatto che ebbe su di me un vecchio pezzo dei Jamiroquai architettato assieme al producer M Beat, Do You Know Where You’re Coming From?. L’influenza si sente in filigrana, è subliminale quasi, ma c’è.

Il fatto di mettere in campo senza filtri come non mai le tue in influenze originarie, quelle cioè che ti hanno formato prima ancora che diventassi conosciuto, fa pensare che tu sia arrivato in una fase in cui hai dav- vero una totale, serena fiducia in te stesso. E non ti poni il problema di fare delle scelte apparentemente fuori tempo, fuori moda.

Esatto. È questione di maturità musicale. Ed è anche questione del messaggio che si vuole dare al proprio pubblico. Un artista è veramente tale solo quando fa cose che gli piacciono al cento per cento, non quando fa qualcosa inseguendo le mode. Se si osserva la mia carriera, si capisce che più uno stile o un genere diventano moda, meno io li seguo. Mi rendo conto che in tanti si aspettavano un album di techno, visto che è il genere che mi ha portato ad essere lì dove sono oggi. La amo, non la rinnegherò mai. Ma ciò che mi ha fatto scoprire la passione per la musica da club, è l’house. Quando ho iniziato, suonavo anche musica commerciale di fine anni ’90 – quando inizi spesso è difficile scegliere – ma soprattutto adoravo suonare vinili house: Masters At Work, Little Louie Vega, Kenny Dope Gonzales, Arnold Jarvis. Era musica che mi faceva sognare. Ma è anche musica sofisticata, con le sue regole, devi insomma saperla fare: questo è uno dei motivi per cui ho impiegato ben quattro anni per completare Metamorfosi. Ho ascoltato, studiato, imparato. Soprattutto, mi sono dedicato moltissimo ad ottenere una grande qualità audio. Per me era fondamentale. Ricevere tanti complimenti dagli addetti ai lavori a cui avevo fatto sentire il disco in anteprima, è stata un’enorme soddisfazione. Anche dai più insospettabili: ad esempio Enzo Avitabile – con lui peraltro ho in cantiere un progetto futuro piuttosto sperimentale – mi ha subito detto dopo il primo ascolto: “Joseph, questo disco suona veramente bene”, rendendomi molto felice.

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