Jake La Furia: «”Ferro del mestiere” è il naturale svolgimento della mia musica dopo 17: senza singoli e compromessi, super rappato»

Un omaggio al rap della Golden Age e non solo, con produzioni che spaccano. Dagli amici Don Joe e Big Fish a Night Skinny, Mace, DJ Shocca, 2nd Roof, alle nuove leve come Drillionaire, Young Satana e Yung Snapp
Jake La Furia
Jake La Furia, foto di Niccolò Berretta

«Ma secondo te mi metto a parlare della mia vita da quarantenne che si guarda Netflix sul divano la sera? Non credo che alla gente interesserebbe. Di sicuro ho vissuto tante situazioni diverse a Milano quindi posso ancora raccontarle». Difficile incontrare artisti onesti e sinceri come Jake La Furia. Uno che davvero conosce a mena dito il “Ferro del mestiere” ovvero il rap, come il titolo del suo nuovo album da solista. Non c’è alcuna esagerazione nel dire che abbia contribuito a scrivere la storia del genere in Italia. Con i Club Dogo sicuramente, e nessuno ha perso le speranze che possano tornare insieme presto («Ma non mai litigato infatti»). Ma anche da solo o in coppia. Perché 17 con Emis Killa, uscito quasi 2 anni fa in piena pandemia, è rimasto saldo al primo posto in classifica per molte settimane.


Jake ora torna con un album che non contiene amare riflessioni sul tempo che scorre, sulla famiglia che ingloba tutto o sull’amore che delude sempre anche nella migliore relazione. Nemmeno sulle storture della società, anche se a quelle riserva una serie di stilettate. Ferro del mestiere non è quindi particolarmente conscious in tal senso, come lo sono stati gli ultimi lavori di Marracash, di Fabri Fibra e di Guè Pequeno. Tutti artisti più o meno coetanei di Jake: Francesco Vigorelli, 43 anni da qualche mese, un cognome – quello del padre – che tutti conoscono nel mondo della pubblicità milanese.


Ferro del mestiere è semplicemente Jake, con un caleidoscopio di produzioni che spaccano. Un artista che – almeno apparentemente – non ha nodi ancora da risolvere, non finge atteggiamenti che non gli appartengono né è entrato nella crisi dei 40. Arriva e dice quello che pensa. Può sembrare brusco ma poi ha sempre la battuta pronta e mai perfida.

L’intervista a Jake La Furia, protagonista della cover story del numero di giugno di Billboard Italia

Jake, molti tuoi colleghi sono usciti con album che risentivano del periodo della pandemia, in Ferro del mestiere invece non lo sento minimamente.

Davvero? Ma chi? Io non ho ascoltato molto rap italiano, anche se può sembrare strano. Solo stranieri, tipo Pusha T e Future, e poi avevo un enorme desiderio di tornare indietro alla golden age. Perché comunque anche le novità rap americane non mi piacciono particolarmente: sono trap fondamentalmente e sono tutte uguali. Per esempio, invece, mi piace l’album nuovo di Nas che propone rap alla vecchia maniera.

Ferro del mestiereè il naturale svolgimento della mia musica dopo 17: senza singoli e compromessi e super rappato. Potevo scegliere di fare un disco pop o mezzo pop. Ho preferito puntare sul rap perché mi sento mega carico.

A me pare che ci siano un sacco di potenziali singoli però. Nessun riempitivo.

Ci sono singoli che non sono singoli, nel senso che non son studiati per essere tali. Prendi il pezzo con Ana Mena: l’ho appena annunciato sui social e tutti hanno iniziato a scrivermi “Ah la hit estiva?” Non è così. Volevo fare un pezzo tipo Love The Way You Lie (Eminem e Rihanna, ndr), senza reggaeton, con Ana. Ne ho parlato con Jacopo Ettorre che aveva già un’idea in testa e via siamo partiti. Per me è uno dei pezzi migliori dell’album. Comunque, a me piace provocare un pregiudizio che poi smentisco. Ora tutti a infamarmi, poi quando lo ascolteranno staranno muti. Come sempre.

Magari non è proprio radiofonico ma anche Caramelle da uno sconosciuto con DJ Shocca è una bella mina.

Appunto: non penso passerà molto in radio. Ma è proprio l’esempio del mio omaggio alla golden age. Conosco Shocca da anni, è un mio amico, avevo capito che era tornato alla grande nel disco di Guè e così gli ho chiesto di produrre questo pezzo che è puro boom bap.

Tornando ai testi post- pandemici, invece, per te non ci sono state influenze del lockdown sui testi quindi?

Non ne posso più. Credo che noi del mondo della musica e della notte siamo stati in assoluto i più colpiti. Tanto ci hanno rinchiuso in fretta che quando si è potuti uscire lo abbiamo fatto immediatamente senza starci troppo a pensare. Stavamo tutti impazzendo, dai. Io ringrazio il cielo di avere due figli che mi hanno sempre dato qualcosa da fare, se no, non so, mi sarei buttato dal balcone! Io non riesco mai a stare fermo.

A proposito di figli. Rappi che “vivi senza mezze misure” ma è davvero ancora così?

No, non vivo più così. Conduco una vita anche piuttosto noiosa. Da padre normale. I miei figli non sono mica nati a caso, eh? Ho deciso consapevolmente di cambiare vita e di averli vicini (hanno 6 e 4 anni) per concentrare tutti gli sbattimenti della crescita. Non volevo che fossero i “figli del famoso”, che vengono educati dalla tata, finiscono in collegio e poi si drogano. Tanto poi si drogano tutti (risata, ndr) però quelli trascurati un po’ di più. Volevo crescerli io con mia moglie e così stiamo facendo. Poi quando devo uscire esco e mi diverto.

Non hai mai voglia però di parlare della tua famiglia nei testi?

No, nel rap mica puoi parlare di te che vai a letto alle 11 dopo aver visto una serie! Parli delle cose più entusiasmanti: fai un po’ una media di quello che è stato e che potrebbe essere. E poi no, non ne voglio parlare nei testi né sui social perché la gente non mi piace. Soprattutto quelli che si prendono la confidenza con gli artisti o le persone famose. Quando ho letto i commenti alle foto del figlio di Belèn Rodriguez dove scrivevano che era brutto non ci volevo credere. Ma come si permettono? Se qualcuno mi scrivesse una cosa del genere io vado a prenderlo a casa! Io voglio proteggere la mia famiglia da tutto questo.

Non hai voluto nemmeno pubblicare un album particolarmente conscious come hanno fatto i tuoi colleghi coetanei Marracash, Fabri Fibra e Guè.

Volevo proporre un disco rap di intrattenimento senza suscitare particolari riflessioni né forzarlo verso particolari argomenti. Abbiamo passato due anni pesanti e non volevo ancora star lì a rimuginare su quanto sia triste e profonda la vita. Poi il disco di Guè non mi sembra particolarmente conscious, mi sembra più vicino al mood del mio album. Quello di Marra è molto serio e riflessivo.

In alcune tracce mi è parso che, come non mai, Guè abbia mostrato invece anche il suo lato sad e insoddisfatto.

Perché Cosimo è un artista con mille sfaccettature, anche se non ama sempre tirarle fuori. Lui è decisamente una persona profonda, se no non potrebbe scrivere come scrive. Credo di aver voluto parlare di determinati argomenti anche io, tante altre volte. Stavolta non ne avevo voglia. Però, per esempio, Un altro weekend è un pezzo per “pesantoni”.

Ascolta Ferro del mestiere, il nuovo album di Jake La Furiaù


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