La vittoria dei Måneskin non è trasgressione

Non parliamo di rivoluzione per i Måneskin ma di una sana educazione rock. La nostra lunga cover story di novembre
Maneskin
Foto di Maria Laura Antonelli / AGF

Non siamo stati tra i primi che hanno urlato al miracolo quando hanno visto Damiano, Victoria, Thomas e Ethan, ovvero i Måneskin, sul palco di  X Factor 2018. Abbiamo apprezzato la band romana pian piano, sulla lunga distanza. Nel momento in cui abbiamo capito che non erano solo un fuoco di paglia o l’imitazione di blasonati gruppi che li hanno preceduti. Zitti e buoni ci ha colpito subito ai pre-ascolti dei brani sanremesi e abbiamo notato anche un evidente upgrade rispetto ai loro successi come Chosen o Torna a casa. Come se i Måneskin avessero veramente deciso di mostrare chi fossero.

E alla fine hanno vinto Sanremo, con un pezzo classicamente rock e ben poco sanremese, con performance dal vivo ottime e una cover che non dimenticheremo. Perché non era facile portare un brano dei C.C.C.P come Amandoti: un testo pungente e crudele ma sempre, e anzi ancor di più, d’amore. Lo hanno fatto con il loro nume tutelare Manuel Angelli e la loro unione è stata perfetta.

Pensiamo che non rivoluzioneranno il mercato musicale italiano e i motivi sono piuttosto evidenti. Il rock non ha più hype (come direbbe Willie Peyote) ma continua a vivere (per fortuna e come ci ricordano gruppi come Idles, Fountaines D.C., Greta Van Fleet). Non funziona particolarmente in streaming (a parte l’effetto Sanremo) e questo è ciò che conta – almeno per il mercato – nel 2021. Va ancora abbastanza bene per i live che purtroppo ora sono totalmente in stand-by.

I Måneskin hanno rivoluzionato il solito podio sanremese che forse sarebbe stato più abituato a veder salir in cima assoluta Ermal Meta o Annalisa. Ma non parliamo di altre rivoluzioni, di genere o altro, o di trasgressione. Probabilmente nemmeno a loro interessano. I Måneskin hanno fatto quello che amano (fare e ascoltare) sul palco.

E hanno fatto bene, noi non possiamo che essere contenti di questa loro vittoria. Abbiamo incontrato i Måneskin recentemente come potete vedere in questa video-intervista ma vi proponiamo anche l’intervista della nostra cover-story di novembre.

«È difficile inventarsi qualcosa al giorno d’oggi ma noi abbiamo influenze musicali totalmente diverse che poi facciamo riflettere nella nostra musica. A noi piacciono le basi rock ma poi adoriamo inserire le linee melodiche più pop di Damiano oppure il rap», ci hanno raccontato i Måneskin.

Non è semplice intervistare una rock-band ai tempi del Covid-19. Complicità, battute o al contrario frecciate provocatorie risultano tutte più difficili con un metro e mezzo di distanza e le mascherine sempre sul viso per coprire naso e bocca. Ma questa è la situazione. I Måneskin per fortuna sono molto comunicativi nonostante tutto ciò. Ovviamente, nella hall dell’albergo di Milano dove ci incontriamo non c’è nessuno. I quattro arrivano direttamente dalle loro camere e iniziano a scherzare tra loro e con il management. Damiano racconta ridendo che la sera prima a Che Tempo Che Fa gli si è scucita la parte dietro dei pantaloni durante l’intervista con Fabio Fazio per cui doveva tenerseli con la mano, sperando che nessuno si accorgesse della sua posizione buffa. Lui, Victoria, Thomas e Ethan si accomodano sul divano e mentre uno di loro parla, gli altri lo ascoltano in silenzio, completano la risposta o aspettano il loro turno per dire la loro. Sembra una banalità ma non lo è. Perché di gruppi dove i membri parlottano tra di loro o guardano il cellulare mentre uno si prende l’incombenza di rispondere ne è piena la scena musicale a livello globale.

Per dire un aggettivo solo i Måneskin sono educati. Educati al rock anni ’70 dai loro genitori fin dall’infanzia, ma non per forza alla cultura del sesso, droga e rock’n’roll perché lo hanno ribadito più volte di non essere mai stai affascinati da quell’immaginario. Nella loro ultima ballad rock, Vent’anni, i Seventies si respirano fin dalla prima di nota di chitarra. In più la band romana ha deciso di presentarlo ai Palazzi Imperiali sul Palatino e il luogo, senza pubblico, ha riportato subito il pensiero alla performance epica per eccellenza: il live a Pompei dei Pink Floyd.

Sono passati solo tre anni dalla clamorosa partecipazione dei Måneskin a X Factor. Non vinsero, anche se molti pensano di sì. Arrivarono secondi ma lasciarono il segno per la loro capacità di conoscere la musica, tenere il palco e avere personalità e stile da vendere. Lasciarono anche l’inedito Chosen come ricordo: 30 milioni e passa di streams. Un anno dopo (ottobre 2018) arrivò Il Ballo della Vita, triplo disco di platino, con i singoli Morirò da re (doppio platino) e Torna a casa (addirittura quinto platino), seguito da un tour europeo e poi una pausa rigenerante. Un periodo per prendere nuove ispirazioni a Londra e poi stop sul serio: tutto fermo. Lockdown. Quindi la prima domanda è: come ci si deve sentire quando non hai neanche 20 anni, sei nel pieno della vita, stai conquistando un traguardo dietro l’altro e sei costretto a mettere tutto in stand-by?

«Come qualsiasi nostro coetaneo», rispondono loro praticamente in coro. «Abbiamo accettato le restrizioni perché è giusto così in questo momento. Per prima cosa abbiamo il senso di responsabilità». Qualcuno ha fatto notare come anche questo non sia un atteggiamento particolarmente rock, visti cantanti “ribelli” come ad esempio Noel Gallagher che hanno sostenuto che obbligare a indossare la mascherina sia una privazione di libertà. «Abbiamo la fortuna di esserci potuti sfogare con la musica durante il lockdown e questo possiamo continuare a farlo. E comunque il senso civico oggigiorno è rock!».

Nel brano vengono affrontati molti temi delicati, il primo dei quali è la difficoltà del crescere mantenendo le proprie diversità: secondo voi è stato compreso in modo corretto?

Damiano: Sì, è stato capito dai nostri coetanei ma anche da persone più adulte che si sono complimentate per come eravamo riusciti a esprimere sentimenti che anche loro provavano, magari anche a 40/50 anni. Ci ha fatto piacere che tante persone abbiano detto che ci distacchiamo dalla musica di oggi con originalità, a parte un po’ di commenti dopo la sigla della Champions League…

Tipo?

D.: Mah le solite cose, niente di che: “I Måneskin manco con la Champions League!”, cose così.

Thomas: In molti hanno usato la parola maturità per questo nuovo pezzo e a noi questo fa molto piacere.

Invece cosa pensate della reazione di Instagram che ha censurato la vostra foto di Oliviero Toscani?

Victoria: Ehh, da una parte ce lo aspettavamo e volevamo proprio creare un dibattito. Per noi è assurdo che debba essere censurato un nudo artistico solo perché si vede un capezzolo femminile, anche questo rispecchia l’idea che il corpo della donna sia visto un’entità negativa. Anche perché quando abbiamo messo un’altra foto dove il capezzolo era quello di Damiano il problema non c’è stato.

D: E poi spesso vengono censurate le persone comuni ma le iper-mega-star no. Anche questo dovrebbe far riflettere, no? Noi crediamo che ognuno abbia il diritto di gestire il proprio corpo come vuole.

V.: Certo, senza pubblicare foto pornografiche o offensive.

In un post successivo avete scritto nella caption: “Ci capirete tra altri vent’anni”.

V.: Era riferito sempre ai commenti retrogradi o che vanno a colpire il nostro look. Per esempio sul fatto che loro che sono ragazzi si mettono lo smalto o si truccano.

Ethan: Sono solo commenti medioevali, ecco la verità.

Legato al concetto di non essere capiti da tutti, nel testo di Vent’anni dite “Spiegare il colore a chi vede bianco e nero”: vi è capitato di incontrare tante persone nella vostra vita che non vedessero le sfumature?

D.: È sempre una metafora dell’essere diversi. Ci è successo spesso, certo. Abbiamo dovuto spiegare soprattutto perché volessimo seguire delle scelte di vita non canoniche, come quella di voler vivere grazie al fatto che suoniamo in una band che vengono giustificate agli occhi della gente solo quando portano dei risultati.

E invece di conoscere persone particolarmente ispirate?

V. Certo, siamo stati molto fortunati, soprattutto dal punto di vista professionale. Il nostro team ci ha seguito, spiegato come funzionavano le cose, accolto anche dal punto di vista affettivo.

Thomas: Io sono stato anche molto appoggiato dai miei. Mio padre, poi, era proprio dentro al mondo dello spettacolo e mi ha sempre trasmesso una gran voglia di spaccare!

Musicalmente di chi vi fidate di più?

In coro: Di Fabrizio Ferraguzzo (produttore, direttore artistico di X Factor, A&R di Sony Music, ndr)! Se capita che in una discussione siamo due contro due, lui ci aiuta a risolverla: è il quinto Måneskin! Glielo diciamo sempre! Abbiamo un’alchimia pazzesca con lui, anche perché quella del produttore è una figura fondamentale per noi: ci ha sempre aiutato a non snaturarci. E ha capito ognuno di noi singolarmente fin da quando lo abbiamo incontrato a X Factor. È lo zio figo a cui ti leghi una cifra!

Tornando un attimo indietro nel tempo, una volta per tutte: avete mai avuto dubbi sulla partecipazione a X Factor?

V.: Sì, certo. Ci sembrava una cosa distante da noi. Una volta una ragazza con cui stavamo chiacchierando in treno ci aveva detto: “Ma che siete matti? Quelli vi prendono e vi chiudono in una stanza senza contratto!”. Ci aveva un attimo spaventato, ecco!

T.: Mi ricordo che una volta eravamo in uno studio di tatuaggi e avevamo fatto una mega discussione anche coi nostri amici. Poi è andata benissimo: X Factor non è il diavolo!

Ci siete anche tornati da super-ospiti…

Tutti: Sì, X Factor in generale è stata una esperienza super! Noi avevamo le nostre idee, molto chiare fin dall’inizio e le abbiamo portate avanti. Nessuno ha cercato di cambiarci.

V.: Anche Manuel Agnelli ci ha aiutato molto. Se tornassimo indietro, lo rifaremmo subito.

Avete parlato del periodo di Londra come di un momento che vi ha dato un grande carica: avete visto qualche concerto in particolare che vi ha fatto pensare di poter sperimentare qualcosa di nuovo nei vostri live?

Tutti: Quello degli Yak!

V.: In genere la sera andavamo a vedere dei concerti piccoli con al massimo 50 persone e ne vedevamo anche 2 o 3 a sera. Quello degli Yak invece era già più serio, con 500/600 persone nella palestra di una scuola e loro erano dei matti! Hanno fatto fare al pubblico stage-diving e lo hanno fatto pure loro, hanno spaccato una chitarra alla fine e tutti pogavano! È stato stupendo! Bellissimo vedere i brani ri-arrangiati per il live. Certo noi non potremmo rifare tutto, per esempio far salire le persone sul palco, però il resto sì.

T.: Siamo pronti a improvvisare di più sul palco! Perché la dimensione live è quella che ci appartiene di più.

V.: Per questo nuovo album ci abbiamo pensato moltissimo a quando suoneremo i pezzi dal vivo.

Quali temi non potranno mancare nel vostro nuovo lavoro e quali generi ci saranno?

T: Il primo Il ballo della vita è stato un concept album, questo non lo sarà. Vogliamo puntare ancora di più sulla musica e rimanere vicini a un approccio più crudo da power trio. Vogliamo che la musica abbia la stessa importanza della voce e del testo.

V.: Abbiamo sperimentato tanto e continuiamo a farlo: non siamo rimasti ancorati solo a un tipo di sound. Perché il nostro obiettivo è che il nostro suono divenga sempre più riconoscibile.

Ethan: Mi piace il fatto che quando siamo in fase di scrittura un brano può nascere da ognuno di noi 4. Lo spunto può arrivare dal testo ma anche da un riff di chitarra, di basso o da un ritmo di batteria. Ci facciamo venire le idee da soli ma poi le dobbiamo rielaborare insieme.

Thomas: Un altro aspetto positivo è che io e lui (Damiano, ndr), che siamo chitarra e voce quindi la linea melodica, abbiamo cambiato approccio. Spesso ci stacchiamo e vediamo cosa riusciamo a creare per poi tornare da loro due che sono la parte ritmica, basso e batteria. Magari nel primo album volevamo sempre e solo partire in 4, adesso abbiamo capito che non è necessario.

Damiano: Sì, poi in un secondo momento la sala prove deve essere la nostra comfort-zone dove ognuno è libero di sperimentare.

E se non potrete più muovervi per un secondo lockdown totale come farete a portare avanti il lavoro?

V.: Ehh torneremo a mandarci i pezzi a distanza. Intanto questa volta saremmo più preparati. A marzo non lo eravamo per niente! Ethan non aveva la batteria a casa, adesso invece se l’è procurata e io ho fatto in modo di recuperare i sistemi per registrarmi il basso. Le prime settimane sono state tremende perché non avevamo i mezzi per registrare. È stato destabilizzante.

Invece immaginiamo che possiate muovervi dove volete. Nel tour europeo vi eravate trovati bene: se domani poteste tornare in una città dove andreste?

Tutti: Londraaa.

E: Ma non solo per i concerti, è una città dove abbiamo vissuto davvero bene.

E un’altra?

V.: C’è piaciuta un sacco la Germania!

Un anno fa era uscito anche il vostro documentario Il ballo della vita: ne avete visti tanti di altre rock band prima di girare il vostro?

V.: Sì ma a prescindere da quello. Anche perché il nostro è più un making of dell’album non è un documentario.

E.: Lo abbiamo girato per far vedere il lato più personale di una band ai suoi esordi.

Avete visto invece il film Famoso di Sfera Ebbasta?

D: Non ancora ma lo vedrò di sicuro perché è importante e anche perché ci sono anche delle personalità internazionali super-interessanti.

V: Io vorrei…

T.: Io l’ho visto ieri sera…

Tutti: Ahhh l’hai visto?

T.: Sì, è molto figo anche. Noi abbiamo un approccio completamente diverso ma ero proprio curioso.

Tutti: A te piace anche la trap poi!

T: Sì, be’ sì mi piace. La ascolto. Poi preferisco un approccio da band ma non vuol dire niente. È bello vedere quanto sei coerente con quello che fai. Puoi fare qualsiasi cosa funk, punk, rap, trap, rock, metal: se la fai in maniera unica hai vinto.

Voi volete raggiungere uno stile unico e essere veramente diversi, lo siete in questo momento in Italia ma in fondo vi rifate tantissimo alla musica degli anni ’70 dai Led Zeppelin ai Gentle Giant, dai Fleetwood Mac a David Bowie: vi piacerebbe a un certo punto fare qualcosa di davvero completamente nuovo che non c’entri più niente con quello che è stato fatto in passato?

V.: Be’ pensiamo che sia veramente difficile inventarsi qualcosa al giorno d’oggi ma noi siamo così diversi tra di noi per influenze musicali che poi tutte queste si riflettono nella nostra musica. A noi piacciono le basi rock ma poi adoriamo inserire le linee melodiche più pop di Damiano, per esempio, oppure del rap. Non è che i Pink Floyd potessero inserire questi elementi, ecco! Pensiamo e crediamo che la nostra particolarità sia proprio questa.

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