Donix: lo schiaffo club-rap di Napoli alla società patriarcale

Domani uscirà N4BS, l’album di Donix che coinvolge tutto il background della cantante, fino a evocare la lezione della periferia e la parità nella musica
La cover di N4BS

N4BS. Not 4 Boys. Si intitola così il nuovo album di Donix, cantautrice e già clubber napoletana che fa il suo debutto solista, dopo una tenace militanza nel collettivo La Pankina Crew e dopo aver affiancato ‘O Zulù, prima in sala di registrazione e poi in tour.

Lo fa con un progetto in uscita domani, firmato Ammontone | Believe Digital, che racchiude l’ampia educazione musicale che l’ha formata nel corso degli anni. Dal rap al funk, dall’r’n’b al soul fino alla musica da club, ce n’è per tutti i gusti.

Ma N4BS non è soltanto un contenitore musicale ben organizzato.

Lo sforzo testuale di Donix è tangibile lungo tutto il disco, dato che l’artista mostra spesso e volentieri il fianco all’ascolto altrui su questioni personali.

In parallelo, un lavoro vocale impegnativo ma con un fine remunerativo. L’intento è di tenere alta la soglia dell’attenzione dall’inizio alla fine, destreggiandosi sia nel suggestivo cantato in italiano che nelle onomatopee. La “spina dorsale” sonora, poi, è ricca di contaminazioni.

Ma in gioco ci sono anche tematiche delicate da affrontare. E che, oltre a trascendere la “semplice” musica, riguardano tutti noi. Ne abbiamo parlato con lei.

Partiamo dalla copertina di N4BS

Diciamo che ha più significati, il fatto che sono nuda è perché nelle canzoni ho cercato di portare la me autentica. È la metafora dell’anima messa a nudo. Quella corona è piena di serpenti, è come se fossi Medusa. Un simbolo che rappresenta il passaggio dalla cultura e dalla società matriarcale a quella patriarcale. Medusa infatti venne trasformata in mostro perché violentata da Poseidone nel tempio di Atena, che invece di prendersela con il dio per la profanazione trasforma lei in mostro. Una copertina che si ricollega al titolo N4BS, Not 4 Boys. Ragazzini intesi non in senso anagrafico, ma come “Non per mocciosi”, non per uomini viziati, maschilisti e misogini. Volevo ribaltare il simbolo di Medusa, visto come negativo, portandolo al positivo, come se fosse la prima martire della violenza sulle donne e pressione della società patriarcale.

Sia il disco che il tuo background sono strettamente legati al clubbing (che vanta una forte tradizione napoletana). Parlando di brani come Auto Blu e Bando, Salmo disse che seguire il sound dance potrebbe essere l’occasione di proporre qualcosa di veramente italiano, dopo decenni di musica ereditata da altri. È la strada giusta? 

Abbiamo ereditato qualcosa, è vero, ma per me la musica è world. Venendo da Napoli nasco da una cultura di dominazioni. Abbiamo avuto arabi, spagnoli, e inevitabilmente anche nella musica napoletana si sentono registri arabi, è parte di noi la cultura black. Il club è conseguenza naturale, da ragazzina frequentavo feste deep house, techno… seguivo anche gli Angels of Love, collettivo molto forte a Napoli. Nel disco volevo portare sia il mio bagaglio musicale che le esperienza di vita nel sound, oltre che nei testi. Comunque spingere da questo punto di vista, ispirarsi alla dance a livello commerciale, vedi anche Achille con la ripresa del sound anni 90, non è solo una tendenza italiana. Se pensi a Flume che remixa gli Eiffel 65, è una tendenza globale. È una strada interessante, l’ho vissuta e non posso ignorarla.

Oltre al clubbing, nel disco c’è di tutto, dall’R’n’B al rap. Quali sono le influenze estere più presenti?

Il progetto LSD (Labrinth – Sia – Diplo) perché sono artisti che seguo tantissimo, anche perché sono dietro a tutte le canzoni dei più forti. C’è anche il lavoro di Flume. Poi anche The Weeknd, Rosalìa, Travis Scott, Kendrick Lamar.

Parliamo un attimo di cinema. Il Festival di Berlino ha scelto la strada delle premiazioni no gender. Torniamo alla musica, e al femminile nell’urban: a che punto siamo? È un po’ paradossale che si debbano ancora distinguere artiste femmine e artisti maschi…

Non è paradossale. Torniamo al discorso di partenza. Oltre ad avere una pressione per la presenza del Vaticano, nel nostro Paese è fortissima anche quella della società radicata nel patriarcato. È un discorso che vale ovunque, ma sicuramente in Italia è molto presente questa cosa. Per farti un esempio, siamo al bar io e Gianni (dell’Ufficio Stampa di Donix, ndr) a parlare, pago quello che abbiamo consumato, e il barista dà il resto a Gianni. È una cosa automatica, si chiama “cultura appresa”, ma finché quella non cambia, in tutti i settori ci sarà sempre questa divisione. Anche le donne devono fare la loro parte. Se si continua a scendere a compromessi, a mostrarsi compiacenti per fare carriera, questa non arriverà mai. Che messaggio mandano? Finché rimane un «ecco, qua deve portarti a cena, qua deve pagare…», è sempre sudditanza. L’approccio non è mai dal punto di vista del femminile, ma sempre del maschile. Siamo diverse, perché lo siamo, ma portare la nostra visione sarebbe il passo da fare.

Colpisce poi che sia abbastanza normale mettere sullo stesso piano le performance di attori e attrici. Nell’immaginario collettivo, due come Kate Winslet e Robert De Niro non giocano due campionati diversi. Lo stesso non si può dire nel rap, ad esempio.

Le attrici sono già più considerate, se penso all’hip hop io ero l’unica a salire sul palco nelle jam. Era forse diverso per le ballerine, nella break-dance ce ne erano tantissime. Ci sono categorie, nella danza ci sta bene la donna, è proprio il ruolo che fa la differenza.

Ma non pensi che – perlomeno nel rap mainstream – sia dovuto anche da un eventuale gap, uno scarto tecnico che persiste tra i rapper e le rapper?

Se uscissero le artiste giuste si potrebbe parlare alla pari. Finché si uscirà solo con tette e culi finisce là. Secondo me ancora oggi l’etichetta punta su quella perché è carina, ma non su artiste di valore. Ci sono un sacco di rapper di valore che non hanno visibilità nel mainstream. Ti faccio anche due nomi, Comagatte e Miss Fritty, per dire, fanno rap davvero e sanno fare freestyle. Sono vere rapper, con un sacco di gavetta alle spalle, rispetto ad altre chiamate “rapper” che sono mainstream. Quante di loro sapranno fare freestyle? Nessuna.

Stella di periferia: dal testo emerge tutta la consapevolezza di una ragazza con le spalle larghe che dispensa anche consigli. Ritorna il tema della fiducia nel prossimo. Qual è la più grande lezione che la periferia ti ha dato? 

Non arrendersi mai, il fatto di riuscire a capire in maniera molto rapida le situazioni, in pochi attimi ti accorgi cosa succede, delle vere intenzioni. È molto difficile fregare uno cresciuto in certi contesti. Quando ero in tour con Zulù e con un altro ragazzo c’erano momenti in cui capivamo subito l’andazzo della situazione. Bastava uno sguardo.

“E sono i primi che tradiranno / quelli che dicono che ci saranno”.

Si tratta di fidarsi e non fidarsi, il senso è non mettersi mai nelle mani di qualcuno, e seguire sempre le proprie inclinazioni. 

È una considerazione che mette in discussione un’altra istituzione, quella della famiglia. Una sfiducia a 360°?

C’è una frase degli Afterhours, «L’amore rende soli ma è ben più doloroso
Se per nemici e amici non sei più pericoloso», questa può spiegare bene quello che intendo. Sì essere di cuore e dare il cuore, ma non al 100%, non abbandonarsi agli altri, ma mantenere sempre un’identità forte.

Hai accennato a parti di te che hai dovuto accettare durante il processo creativo. Qual è stata l’ammissione più complicata? 

Accettare che sono fatta in un certo modo. Non sarò mai la ragazza regolare, non potrò mai accontentare quello che ci si aspetta da me, tipo fare famiglia, questo tipo di vita. Ricevi sempre pressioni dall’esterno. Un po’ anche una canzone che racconta la fine della relazione, una delle ammissioni più difficili. Direi anche il passato difficile: sono andata a vivere da sola a 20 anni, mi mantenevo da sola, è capitato di abusare di alcune sostanze. Ma ho imparato ad accettare anche la vecchia me, che ho spesso rinnegato negli ultimi anni, e che fa comunque parte di me. Anche la rottura con la mia crew è stata difficile, siamo rimasti in due, continuiamo a fare musica in modo separato. In un primo momento è stata dura da accettare. In quel progetto ci avevo investito.

Ci sono un paio di lines molto forti in Siriana, che racconta la storia di una bimba morta suicida dopo aver perso la famiglia durante il conflitto in Siria: “Mentre il mondo crolla tentiamo il suicidio, anche Dio barcolla in questo delirio”.

Siriana raccoglie tante cose, l’input è la storia della bimba siriana, ma il discorso si allarga in senso globale dell’umanità. Il nostro mondo occidentale sta crollando, c’è violenza, oggi per le consapevolezze e le conoscenze che abbiamo accumulato dovremmo avere un mondo autogestito. Posso capire che nel Medioevo ci fosse violenza, ma oggi ragioniamo in un mondo troppo individualista. Quanti suicidi ci sono? O quanti soffrono di depressione o di bulimia? Il mondo crolla e noi ci autodistruggiamo anche dal punto di vista ambientale, ancora un po’ e non avremo nemmeno un mondo in cui fare la guerra. Prendi anche Dio e la religione, c’è dietro una filosofia di vita positiva, ma è diventata una bandiera usata come scudo a interessi economici forti…

La copertina effettivamente rievoca alla lontana la iconografia cattolica molto radicata in alcune zone del meridione…

…il problema è che viene usata per influenzare la gente. Ripeto, non è la credenza che è sbagliata, sono regole di vita positive, ma diventano negative se applicate in un certo modo. Se invece di indottrinare i ragazzi di regole insegnassimo a sviluppare il proprio senso critico, non avremmo casi come quello di Willy o di Acerra. Se ci muovessimo in quella direzione le differenze di genere si azzererebbero.

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