Perché la vittoria di Mahmood a Sanremo 2019 è una bella notizia per la musica italiana
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Perché la vittoria di Mahmood a Sanremo 2019 è una bella notizia per la musica italiana

Dalle polemiche sul televoto ai motivi per i quali la vittoria di Mahmood a Sanremo 2019 è un bel segnale per lo stato della musica italiana

Perché la vittoria di Mahmood a Sanremo 2019 è una bella notizia per la musica italiana
Perché la vittoria di Mahmood a Sanremo 2019 è una bella notizia per la musica italiana

Ormai non c’è un Festival della Canzone italiana senza (almeno) una polemica. E, a dir la verità, in questa sessantanovesima edizione ce ne sono state parecchie. Una di queste è arrivata al momento della proclamazione del vincitore del Festival, Mahmood. L’artista ventiseienne ha vinto il Festival con Soldi, brano che vede il lavoro di Dardust e Charlie Charles. E che, al momento in cui si scrive, è tra i cinquanta brani più ascoltati nel mondo e al vertice di tutte le classifiche italiane. Mica male.

Durante la tradizionale conferenza stampa notturna con i primi tre classificati, subito dopo il grande annuncio, il secondo classificato (e super favorito, già prima dell’inizio della kermesse) Ultimo ha puntato il dito contro i giornalisti. Dopo aver chiamato «il ragazzo» Mahmood – con una spocchia che sinceramente avrebbe potuto lasciare a casa – Niccolò Moriconi (questo il suo vero nome) ha accusato la stampa: «Avete questa settimana per sentirvi importanti e rompete il cazzo».

Ma da dove è nato questo suo astio verso i giornalisti che, a dir la verità, hanno sempre appoggiato il suo percorso, soprattutto quest’anno in cui ha conquistato un risultato dopo l’altro? Dalle percentuali del voto. Il vincitore di Sanremo è deciso da tre soggetti: alla finale votano il pubblico da casa (50%), la Sala Stampa (30%) e la Giuria d’Onore (20%). I voti da casa avrebbero premiato il cantante de I Tuoi Particolari. A lui è arrivato il 46,5% dei voti del pubblico. A Il Volo il 39,4% e a Mahmood solo il 14,1 %. Ma i giornalisti in Sala Stampa e i componenti della Giuria d’Onore hanno ribaltato il risultato, premiando il giovane artista di origini egiziane.



Ma attenzione: la preferenza della Sala Stampa verso la già hit di Mahmood, Dardust e Charlie Charles non è nata il giorno della finale. Se si vanno ad analizzare le percentuali di voto dei differenti soggetti in tutte le serate della kermesse (qui il link), si nota che – ad esempio – il brano più votato dalla Sala Stampa nella prima serata è stato proprio Soldi. Nella stessa serata Mahmood era, invece, ventunesimo per il pubblico da casa.

Nella terza serata, invece, Mahmood rimonta anche sul pubblico di casa e risulta settimo (su dodici). Ancora una volta molto votato dalla Sala Stampa, che si schiera (in ordine) per Cristicchi, Mahmood e, terzo in ordine di preferenze, Ultimo. La notizia, quindi, se si vanno a leggere bene tutti i dati, non è il trionfo assoluto di Mahmood ma il fatto che sia riuscito, nella settimana del Festival, a farsi conoscere e apprezzare da più persone possibili. La Sala Stampa, dal canto suo, ha sempre fatto notare – lo dicono i dati divisi per puntata – il proprio appoggio a Soldi di Mahmood. Complotto? E se il pezzo fosse semplicemente forte?

A proposito di Sala Stampa, in questi ultimi giorni sono state tantissime le critiche nei confronti di alcuni giornalisti che hanno insultato alcuni talenti in gara, in particolare i tre ragazzi de Il Volo. Alcuni propongono il predominio del televoto a partire dalla prossima edizione (sicuri che sia la soluzione a tutto?) ma in ogni caso è senza dubbio necessario che noi giornalisti riprendiamo coscienza della responsabilità che siamo chiamati a occupare, nel momento in cui esprimiamo preferenze che – almeno per ora – influiscono in modo importante sull’esito della competizione.

Ma preferire un brano piuttosto che un altro non è per forza questione di tifoseria o di interessi nascosti. Non cerchiamo di vedere il marcio dovunque. Nella musica esiste un continuo oscillare tra due elementi. Il primo: il dato oggettivo e la qualità oggettiva di ciò che si ascolta. Se un cantante stona per tutte e cinque le serate è chiaro che ci si trova in difficoltà a votarlo. Il secondo elemento è quello del gusto personale. Non siamo robot e anche noi giornalisti – nel momento della scelta dei brani da votare – scegliamo (o, perlomeno, parlo per me) in base all’emozione che è in grado di trasmettere un’interpretazione. O alla credibilità di una performance, che comprende molti elementi, alcuni dei quali evidentemente dipendenti da gusti personali.

Questo, sia chiaro, non giustifica un atteggiamento da ultras. Anzi. Ma giustifica un certo tipo di appoggio dei giornalisti nei confronti di alcuni brani all’interno di una competizione canora. Appoggio che però dev’essere educato e rispettoso. Le immagini che stanno facendo il giro del web non rendono giustizia al nostro essere professionisti. E chiedono, a prescindere dal livello di coinvolgimento, a ognuno di noi di fare un passo indietro e chiedere scusa. Noi, tramite questo articolo, vogliamo farlo. La cattiveria di certi insulti è pesante.



Sul suo profilo Instagram Ultimo è un fiume in piena: «La mia incazzatura è semplice. Io mi chiedo come sia possibile che il Festival di Sanremo dia l’opportunità di televotare da casa se poi noi siamo riusciti ad arrivare a un televoto del 46,5 % e un altro artista è arrivato al 14 %. […] Come è possibile che questa percentuale di gente da casa che ha speso dei soldi sia ribaltata da dei giornalisti e da otto persone che con la musica c’entrano poco o niente? Come è possibile? Mi viene da pensare che questo non è il Festival scelto dal popolo. Questo è il Festival scelto dai giornalisti». Diciamolo: le regole del Festival della Canzone italiana sono chiare a tutti ed è facile, a posteriori, criticare un meccanismo che, candidandosi, si è deciso di accettare.

Ma torniamo al punto focale della discussione. La verità è che la vittoria di Mahmood al Festival della Canzone italiana è un bellissimo segnale per lo stato della musica del nostro Paese. Perché? Ci sono alcuni motivi. Innanzitutto, perché Mahmood rappresenta tutto ciò che è difficile da etichettare. La politica, come capita spesso (soprattutto quando si parla di Sanremo), ha tentato di usarlo per spingere propri ideali. Sicuri che le origini del vincitore siano un fattore con cui giudicare un’esibizione? Anche no, dai. Molti espertoni, dal canto loro, hanno fatto di tutto per incasellare la sua musica in una definizione. Ma anche in questo caso niente da fare.

Mahmood è la rappresentazione del fatto che, per avere una carriera, non è necessario cambiare se stessi e la propria attitudine per piacere. O, ancora peggio, per “funzionare”. Il suo timbro è unico. Il suo modo di stare sul palco pure. E, sia chiaro: può piacere o può non piacere per nulla. E questo è più che lecito, visto che il gusto nel mondo della musica resta un fattore importante. Quello per cui un artista riesce a salire le classifiche o meno.

Nella vittoria di Mahmood all’Ariston non c’è nemmeno uno schema che si ripete: c’è semplicemente la sorpresa di un artista che, dopo una lunga gavetta tra locali e qualche partecipazione in TV, ha finalmente trovato il suo momento per raccontarsi. Con umiltà. Che è quella di chi non pretende nulla ma accetta di non essere l’artefice del proprio destino. E aspetta il proprio momento per parlare a più persone possibili.

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