Veronica Vitale, dagli USA tra musica e attivismo. L’intervista

L’artista racconta il suo ultimo singolo “Transparent”, un canto di rinascita contro il bullismo e l’odio sui social. La nostra intervista
Veronica Vitale
Veronica Vitale, foto di Ligia Cuaves Johnson

Un brano per raccontare la propria esperienza e renderla un messaggio universale. Questo è Transparent, l’ultimo singolo pubblicato da Veronica Vitale, artista italiana che negli ultimi 10 anni ha vissuto negli Stati Uniti.

Il brano, prodotto negli USA da Visionary Vanguard Record, è un canto di rinascita e difesa contro ogni forma di bullismo, autolesionismo e abuso di potere.Transparent racconta così la storia non solo di Veronica Vitale, ma anche di tantissime persone in tutto il mondo.

Su Zoom, Veronica Vitale ci ha parlato del suo nuovo brano, dei suoi prossimi progetti e della situazione su diverse tematiche in Italia e in America.

Transparent è un canto di rinascita, dove affronti tematiche come bullismo e autolesionismo. Quello che canti è un messaggio universale, in cui molti si possono ritrovare. Cosa ti ha portato a scrivere questo brano?

All’età di 11 anni sono stata vittima di bullismo e ho dovuto cambiare scuola. Oggi più che gridare contro i miei fantasmi sto urlando contro ombre più tetre, che sono quelle dei social network. Ci troviamo in una situazione storica in cui possiamo accedere praticamente a qualunque informazione e allo stesso tempo nessuno, dal personaggio pubblico al ragazzino, ha più difese contro l’odio. Sensibilizzare su questi argomenti è importante, perché bullismo e cyberbullismo sono dei crimini e questo deve essere molto chiaro.

In queste settimane si è parlato molto dei social, in particolare delle accuse a Facebook per il modo in cui non proteggono la privacy e i più giovani sulle piattaforme. Tu che hai lo sguardo anche su quello che accade in America, pensi che siano più avanti su queste tematiche rispetto a noi?

In realtà in Italia abbiamo qualcosa che in America non esiste: la denuncia per diffamazione. Negli Stati Uniti va avanti l’idea per cui tutto quello che si fa è pubblicità, buona o cattiva che sia, l’importante è che si parli di te. Su questo non sono d’accordo sinceramente. Purtroppo non credo si stia facendo abbastanza in America, anche perchè abbiamo un tasso di suicidio tra i ragazzini molto alto. Poi, oltre all’odio social, c’è il problema di accettarsi per ciò che si è. Tutta la realtà è filtrata e questo dà sicuramente un messaggio sbagliato ai bambini, che sono il nostro futuro, ma ogni giorno vengono messi alla prova a causa di tutto quello che vedono. Noi dovremmo avere un mondo sensibile ed educato alla tenerezza, virtù davvero rivoluzionarie.

Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente come gli artisti, sia italiani che internazionali, abbiano deciso di esporsi su tematiche come il bullismo e la salute mentale. Avete smesso di essere semplicemente “idoli”, buttando giù i muri che anche involontariamente si creano con il pubblico, diventando veri e propri punti di riferimento?

Io sono un’artista indipendente e sono sempre partita dall’idea che l’artista sia un’intera azienda. In America, a differenza dell’Italia dove c’è una mentalità ancora old school, l’artista veste diversi ruoli. Per questo l’idea di cantante come “idolo” per me non ha senso, ne ho parlato anche nella mia preghiera per l’umanità. C’è una vecchia generazione che ha creato il suo reame, allontanandosi dal pubblico e dalla realtà. Chi si comporta così per me ha fallito, perché noi artisti siamo messaggeri, anche se spesso ce lo dimentichiamo.

Veronica Vitale: «Vorrei diventare luce che dona speranza a chi è invisibile»

Tornando a Transparent, parli di muri come “unici amici”. In realtà, spesso, questi sono associati sì ad una comfort zone, ma anche ad una prigione.

Più che di muro parlerei di stanza. È una parola che mi piace molto, perché in inglese si dice “make room”, fai spazio. Questo per me è sinonimo di possibilità. Come dici tu, però, è anche un sinonimo di prigione, perchè è lì che avviene l’abuso ed è lì che ci sfoghiamo quando stiamo male. Ricordo che il mio primissimo produttore mi disse “quando piangi non ti deve vedere nessuno”, una lezione amara che ho imparato con il tempo e ho voluto riversare nella mia canzone. C’è una cosa che vince su tutto però, che emerge anche dal videoclip del brano: la luce, che per diventare colore deve distruggersi. Ecco, io vorrei essere questo per tante persone invisibili: una luce che, dopo essere andata in mille pezzi, diventa un arcobaleno e dona speranza.

A proposito di invisibile, alla fine del videoclip hai inserito la definizione di trasparente, proprio per specificare che anche se spesso le utilizziamo come sinonimi sono parole completamente diverse.

In matematica si dice “simili, ma non uguali”. Uno dei segreti per uscire dalla crisi dei valori e riappropriarcene è utilizzare nel modo corretto il linguaggio: amico non significa fratello e ti voglio bene non equivale a ti amo. Bisogna dare valore alle parole, come quando da ragazzini giocavamo all’impiccato. Quel gioco ci insegna che non dare peso alle parole può uccidere.

Quando parli della tua musica la definisci “musica liquida e genere fluido”. Cosa intendi?

In Italia si ha l’abitudine di parlare di musica liquida quando si fa riferimento allo streaming, ma non è esattamente così. Con questo termine intendo che non rientro in determinate categorie o generi rigidi, ma sono più contaminata. La musica liquida, inoltre, ha a che fare con l’aspetto cinematico, perché la musica che viene offerta al pubblico in pop d’avanguaria, mettendo insieme l’elettronica digitale e tutta la nostra tradizione acustica.

Quali saranno i tuoi prossimi passi?

Io ho due album in uscita nel 2022, ma lo step più vicino è quello del 12 novembre, data in cui uscirà il mio duetto con Bootsy Collins, Nobody is Perfect.

Guarda il video di Transparent di Veronica Vitale

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