Perché Tutti Fenomeni è davvero “un fenomeno” da scoprire

Tutti Fenomeni è un cantautore sarcastico, ironico, irriverente. Ha appena pubblicato il suo album d’esordio “Merce Funebre” e vale la pena scoprirlo. La nostra intervista
Tutti Fenomeni

Vi sarà capitato, almeno una volta nella vita, di tenere tra le mani e di utilizzare, un caleidoscopio. Quello che avrete visto, avvicinando il vostro occhio al tubo, sarà stato una serie di immagini che mutano imprevedibilmente a ogni movimento.

Ecco, il modo migliore per definire Tutti Fenomeni e il suo album di debutto, Merce Funebre, è esattamente questo: caleidoscopico.

Sarcastico e polemico. Allo stesso tempo anche ironico, irriverente e, perché no, geniale. Un disco, composto da undici brani, che cambia ad ogni ascolto. Dentro ognuno ci può trovare i più diversi significati e le immagini più variopinte. Una sorta di tavolozza multicolore nel quale Giorgio Quarzo Guarascio, classe ’96, racconta le cose più diverse e imprevedibili.

«Ho scelto un po’ per caso questo nome. Non c’è una storia fantastica dietro. Di sicuro non avrei mai scelto un “nome d’arte” per il mio progetto. Se avessi voluto utilizzare un vero e proprio nome di sarei chiamato Giorgio Quarzo. E invece questo nome plurale che confonde, che ha più significati, mi è andato bene» racconta il cantante che noi di Billboard Italia abbiamo raggiunto telefonicamente per approfondire il racconto del suo primo album.

Partendo proprio dal titolo del progetto discografico, Merce Funebre, abbiamo già la percezione delle moltitudini di immagini e delle interpretazioni che potrebbe avere e che noi stessi potremmo dargli. «Il riferimento è ovviamente a “Marcia Funebre”. È un nome sul quale però io mi potevo misurare un po’ meno, perché tutti i grandi musicisti della storia hanno composto marce funebri e io sfigurerei accanto a loro. Mentre il gioco di parole con “merce” lo rende più originale. Mi è piaciuto subito perché anche il titolo, come Tutti Fenomeni, ha assunto più significati».



A proposito dei significati, è difficile appunto sceglierne uno. Dalla data di scadenza, ormai praticamente presente su qualunque cosa, dal cibo alle relazioni, alla mercificazione dell’arte e della cultura in generale. «Non saprei dire qual è il significato che mi piace di più. Dai prodotti usa e getta, alla critica del capitalismo, fino al consumo della carne stessa. Ognuno ci legge dentro davvero quello che vuole!».

«Un, due, quattro, tre / sugar free, più caffè / david byrne, talking heads / libri di proust accanto al bidet». Leggendo potrebbe sembrarvi assurdo trovare David Byrne, Talking Heads e Proust nella stessa frase. Se però siete arrivati fino a qui, avrete già capito che Tutti Fenomeni è tutto una sorpresa. Parlando dell’ultimo artista citato, Proust, è proprio da lui che è partita l’ispirazione per il brano Marcel.

Il verso “Libri di Proust accanto al bidet” potrebbe essere un modo, molto creativo, per esprimere il peso sempre più scarso che, purtroppo, negli ultimi anni, si dà alla cultura. «Mi stupisco molte volte perché scrivo le cose in funzione della musica e dopodiché assumono più significati. Io l’ho scritto immaginandomi queste case di professoroni, piene di librerie con libri ovunque, anche in bagno. E quei libri non sono lì per caso, ma perché vengono letti. È un’immagine quasi cinematografica: un bagno molto caldo, il pavimento di legno e libri di Proust, bellissimi, accanto al bidet. Tutti i significati che vengono fuori poi sono involontari, ma ben accetti (ride, ndr.)».

L’ultimo singolo, in ordine cronologico, ad anticipare Merce Funebre è stato Qualcuno che si Esplode. Il vero ispiratore del brano, ci ha raccontato Giorgio qualche mese fa, durante l’ascolto del disco realizzato insieme a lui, è stato suo fratello. C’erano stati da pochissimo gli attacchi a Parigi e c’erano diverse manifestazioni per la città. Suo fratello era molto attivo politicamente e chiacchierando ha detto «Io all’età tua l’attentato lo volevo fare».

Da una frase così, detta a metà tra serio e ironico, è nata una canzone che ha come intento quello di esorcizzare ed espiare la paura. Nel testo, però, la seguente frase «Sto ancora aspettando qualcuno che si espone / Brindiamo alla mia e alla tua generazione», potrebbe subito far pensare ad un “attacco” alla generazione dei Millennials, di cui Giorgio fa parte.

«È una critica, ma anche una sfida, perché comunque di sicuro con questo disco mi sono esposto. Non in senso ideologico, nel vero senso del termine. È una sfida ad esporsi, a farsi vedere, a sfidare per portare al meglio qualcosa».



Tutti Fenomeni in questo disco è solo. C’è solo la sua voce, accompagnata della produzioni di Niccolò Contessa. Una scelta che potremmo considerare insolita vedendo che gli album usciti in questo periodo sono sempre più ricchi di collaborazioni. «Riesco a fare una canzone intera senza aver bisogno di un feat. Sono tutte canzoni che, secondo me, se avessero solo la mia prima strofa e il ritornello non avrebbero senso. Hanno una continuità, per me. Non ho sentito il bisogno di featuring, volevo fare un progetto solo mio. Non è che non sono aperto alle collaborazioni, ma sentivo che in questo album dovevo essere da solo».

«L’amore e la morte sono i fili conduttori della vita di tutti, o mi sbaglio?» risponde ironicamente Tutti Fenomeni quando si parla delle tematiche fondamentali del disco. Ed è vero, nessuno può dargli torto.

«C’è un campo minato semantico che va via via sfoltendosi e alla fine si arriva sempre a individuare delle parole che ricorrono. Io non sono un veggente. Le canzoni le scrivo tutte in momenti diverse, in momenti separati. Poi le riascolti tutte insieme e trovi dei fili conduttori che però non sono voluti. È vero che dico la parola “morte” in tutte le canzoni, ma niente è fatto a tavolino. Sono istintivo, non sono un calcolatore».

Durante il primo ascolto del disco, Giorgio ha scelto di non farci ascoltare una canzone, Reykjavik. Una scelta bizzarra, ma comprensibile. Come ognuno di noi non vuole riascoltare la propria voce, anche gli artisti avranno il diritto di non riascoltare i loro pezzi. «Il me di ora non si riconosce in questa canzone» ci ha spiegato.

A questo punto, ci viene semplice chiedergli quale sia il suo rapporto con i precedenti lavori. «Non ho un problema col passato. È tutto legato alla qualità. Non è che il me di tre anni fa sia scaduto. Diciamo che quando lavori su un certo tipo di qualità poi la ergi a standard. Ci sono molte cose che ho fatto che non reggono i miei standard di adesso. Poi per quel momento erano sicuramente giuste e se a suo tempo le ho fatte c’è stato un motivo».

Tra Proust, Mogol e Leopardi, viene da chiedersi chi ispiri, a 360 gradi, l’immaginario di Tutti Fenomeni. «Un personaggio che mi ha ispirato molto è il critico letterario, morto a ottobre scorso, Harold Bloom. Anche se è una lettura difficile, mi ha stimolato molto. Mi ha fatto scoprire tanta letteratura necessaria».

Itpop, trap, rap, cantautorato. È impossibile incasellare in un genere preciso la musica di Tutti Fenomeni. Giorgio è un giovane in giacca e cravatta, e il momento dopo ci ricorda, se chiudiamo gli occhi, il classico hipster con i risvoltini, il bucket hat e le cuffie enormi. E probabilmente è questa la cosa più affascinante di Giorgio: è poliedrico ed insolito.

«Non saprei inventarmi un nome per quello che faccio, anche perché in un mio brano, Trauermarsch, critico la generalizzazione. Quindi non mi sento di poter trovare una parola. Tutto quello che è agganciato a pop per me è ridicolo (ride, ndr)».



Per concludere, Merce Funebre porta a confrontarsi con una delle tematiche, probabilmente più belle, legate al mondo della musica: ognuno, ascoltando una canzone, può leggerci dentro ciò che vuole. Può creare mondi, affezionarsi ad una rima perché gli ricorda un momento particolare della vita, oppure odiarla, sempre per lo stesso motivo.

Merce Funebre, attraverso le sue immagini, ci porta a riflettere e a creare i nostri mondi diversi. Anche da quello di Giorgio.

Ascolta qui Merce Funebre di Tutti Fenomeni



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