Rover e l’album “Eiskeller”: «L’intensità deriva dalla completa solitudine»

In occasione dell’uscita del suo nuovo disco, abbiamo intervistato Rover. Che promette di tornare in Italia appena sarà possibile
Rover, fonte: ufficio stampa
Rover, fonte: ufficio stampa

Il cantante e attore parigino Rover, al secolo Timothée Régnier, ritorna oggi con un nuovo album, il terzo in circa dieci anni, intitolato Eiskeller e realizzato in completa solitudine. Abbiamo a che fare con un personaggio particolarissimo. Classe 1979, parigino di origini, ma nomade di fatto, trascorre infanzia e adolescenza al seguito del padre funzionario Air France, tra Manila, il Giappone e New York, poi raggiunge in Libano il fratello Jérémie, musicista per vocazione, prestato all’ambasciata di Beirut. Lì fonda un gruppo, The New Government, e un’etichetta. Fino al 2009 si divide tra la Francia e un Medio-Oriente massacrato dalla guerra, finché Parigi e un viaggio in Bretagna non diventano scintilla per un nuovo inizio. Il resto è storia nota.

Rover si ripresenta con un album dalle melodie indirette e dall’atmosfera romantica e loser, fra Todd Rundgren e Divine Comedy, David Bowie, Jockstrap e qualche ammiccamento di autotune e french touch, registrato nella casa del ghiaccio Glacières Saint-Gilles di Bruxelles. Per questa ragione è chiamato “Eiskeller”, ice cellar in inglese. Ne abbiamo parlato con un Rover gioviale, loquace, appassionato al suo nuovo lavoro e desideroso di tornare in pista.

L’intervista a Rover

Bentornato Rover. Sono passati cinque anni, cosa è cambiato per te dall’ultima volta?

Mi sento molto più maturo e consapevole. E certamente gli eventi di questi ultimi due anni hanno influito sul mio modo di vivere e di vedere la realtà, come penso sia accaduto a tutti. Sempre di più la cosa che conta per me nella musica è avere un contatto intenso con la mia interiorità. Ho bisogno di tempo, di attesa, di ricerca. Anche di stare da solo.

Tutti e tre i tuoi album sono nati da situazioni particolari, ma questa volta hai addirittura trascorso diversi mesi in una casa del ghiaccio. Cosa ha significato per te?

Desideravo proprio sottrarmi allo spirito del tempo attuale, alle stagioni, agli avvicendamenti climatici, ai rumori. Per lungo tempo il Glacières Saint-Gilles è stato un luogo di produzione di ghiaccio per tutta Bruxelles: appartato, sotterraneo, naturalmente privo di qualsiasi forma di calore. Volevo che anche la mia energia vitale si abbassasse per arrivare ad un silenzio più profondo, ad uno stato minimale in cui la musica potesse farsi strada. All’inizio quei 200 metri quadri e più di quiete e di freddo, in stile industriale, mi incutevano timore, ma poi sono entrato in sintonia ed è iniziato il viaggio.

Pensarti da solo in un ambiente industriale, completamente deserto, mi riconduce ad una metafora dell’uomo attuale, spiazzato da tutti gli eventi che ne hanno dimostrato la fragilità. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. A pensarci bene anzi è stata forse proprio questa la ragione più vera della mia scelta. Volevo sentirmi piccolo e deferente rispetto allo spazio intorno a me, esattamente come dovrebbe percepirsi l’uomo in questo momento, prendendo coscienza dei propri limiti, ora che gli sono stati brutalmente posti davanti dalla pandemia e dal disastro ambientale. Probabilmente se imparassimo a sentirci piccoli faremmo meno errori come collettività.

Approccio da attore

Mi sembra un approccio quasi teatrale, una specie di training di immedesimazione, no? D’altra parte, tu sei anche attore.

Sì, sono assolutamente d’accordo con te, anche se in realtà non sono un granché come attore (ride).

Beh, il physique du rôle non ti manca.

Ma no, solo quand’ero più giovane e portavo i capelli lunghi…

E la musica?

La musica di questo album ha preso forma gradualmente. Un momento prima non c’era nulla, l’istante dopo era nato qualcosa. Nello spazio enorme c’eravamo io, pochi oggetti e tutta la strumentazione. Dal momento in cui sono entrato in contatto con questi elementi, la musica è gradualmente diventata la loro anima, espressa in forma di suono.

Tra analogico e digitale

A proposito, ho sentito un sound in alcuni casi diverso dai dischi precedenti. Hai abbandonato la dimensione analogica?

Non ho mai avuto niente contro il computer in sé; ciò che desidero è che non ci sia una distanza tra ciò che io suono e ciò che l’ascoltatore sentirà e questa è una verità che puoi ottenere indipendentemente dalla modalità di incisione. In questo disco ci sono registrazioni anche casuali, frammenti che appartengono a momenti diversi: il computer mi ha aiutato a mettere tutto questo in un contesto armonico, senza dovere ricorrere all’aiuto di nessuno.

Le esecuzioni vocali sono intensissime, come le hai realizzate?

In completa solitudine, senza che nessuno mi seguisse, consigliasse o interagisse con me durante le esecuzioni. Credo che l’intensità derivi soprattutto da questo. In molti casi non ho nemmeno rifatto altre take dopo la prima: mi sembrava di aver detto tutto quello che dovevo dire.

Tappa in Italia

Dal vivo avrai una band come nello scorso tour?

Saremo in due: io e Antoine Boistille alla batteria. È la dimensione ideale per eseguire questi pezzi, dando anche spazio all’improvvisazione e all’estro creativo: in due l’intesa si raggiunge prima e molto più facilmente. E poi Antoine è un caro amico.

Verrete in Italia?

Ma certo. Non appena si potrà, sicuramente. Ho dei bellissimi ricordi in Italia. Anche del cibo (ride).

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