“Will of the People”, nessuno canta la fine del mondo come i Muse

Il trio britannico pubblica oggi il nuovo album in studio: dieci tracce dalle sonorità variegate con al centro gli spettri di quel “mondo nuovo” in cui ormai viviamo e da cui non si può tornare indietro
Muse - Will of the People - foto di Nick Fancher - 1
I Muse (foto di Nick Fancher)

Sarà per un senso di crepuscolarismo o per reazione a certe spacconerie edonistiche del mondo hip hop, ma da quando il rock è diventato genere minoritario – a livello di impatto sulle classifiche – si è anche in larga parte “specializzato” nella narrazione a tinte fosche di un mondo che sembra funzionare al contrario. Una visione distopica che era la cifra distintiva di un gruppo come i Muse già ben prima di quel maledetto 2020. Figuriamoci adesso.


Pandemie, disastri ambientali, attacchi alla democrazia, nuove guerre in Europa: è da questo poco rassicurante humus che ha preso corpo il nuovo lavoro in studio della band, Will of the People, in uscita oggi, venerdì 26 agosto. «L’album è influenzato dalla crescente incertezza e instabilità nel mondo», conferma infatti il frontman Matt Bellamy. «È stato un periodo di preoccupazione spaventoso per tutti noi poiché l’impero occidentale e il mondo naturale, che ci hanno cullato per così tanto tempo, sono veramente minacciati. Questo album è un viaggio personale attraverso quelle paure e la preparazione per ciò che verrà dopo».


Dopo il successo come headliner al Firenze Rocks 2022, i Muse torneranno in Italia il 26 ottobre 2022 per un nuovo concerto all’Alcatraz di Milano.

I suoni di Will of the People

Will of the People contiene dieci tracce per una durata complessiva di circa 38 minuti, dunque un formato affine a quello del rock album classico. Se l’ispirazione tematica è chiara e pressoché unitaria, non si può dire altrettanto di quella sonora.

Del resto la varietà di sound, anche all’interno di uno stesso album, è una caratteristica dei Muse che talvolta ha suscitato storcimenti di naso anche da parte degli stessi fan ma che loro intendono preservare a tutti i costi. Come mi spiegava il bassista Chris Wolstenholme in occasione dell’uscita del precedente album Simulation Theory, «la band ha tanti fan provenienti da periodi diversi della nostra storia: alcuni amano i pezzi rock, alcuni le influenze classiche, altri gli arrangiamenti elettronici… è sempre difficile trovare un punto d’incontro per soddisfare tutti quanti».

Le tracce dell’album

Nell’album si mantengono alcuni elementi “retrò” di Simulation Theory, come l’uso di synth dal suono vintage, cui fanno da contrappunto momenti “heavy” (diciamo pure metal) e aperture più atmosferiche.

In molti casi si ha la sensazione di sentire delle reference musicali molto (troppo?) precise. La title track (che apre l’album) ha un intro che ricorda, metricamente e ritmicamente, The Beautiful People di Marilyn Manson; le strofe di Won’t Stand Down sembrano ricalcare lo stile degli Imagine Dragons; la conclusiva We Are Fucking Fucked ha una coda terzinata tipo Iron Maiden (decisamente cringe il coretto “hey hey hey fuck off”); mentre in Euphoria citano se stessi, con strofe molto simili a New Born e synth che ricordano quelli di Bliss.

Al di là di citazioni e autocitazioni, colpisce in generale la grande cura per il suono, vero benchmark per qualsiasi produzione rock mainstream moderna. Si fanno apprezzare, come anticipato, quei passaggi in cui le influenze metal si rivelano più evidenti che mai. Per esempio quelli di Won’t Stand Down (giusto lead single per un nuovo album dei Muse, senza infamia né lode). Oppure il riff alla Tom Morello di Kill or Be Killed, in cui Bellamy si sbizzarrisce in un assolo di chitarra lungo e bello. Così come fa pure in You Make Me Feel Like It’s Halloween (brano per il resto secondario nell’economia complessiva del disco).

Un pezzo come Liberation – con quel suo piglio “grandioso” alla Queen, tanta modulazione dinamica, accompagnamenti di piano e falsetti di Bellamy – è fra i più notevoli del pacchetto. Un manierismo rock per certi versi eccessivo ma che è anche fra le cose che ai Muse riescono meglio. Specularmente, colpisce subito (in positivo) la qualità catchy di un pezzo come Ghosts (How Can I Move On). Anche quei ritroviamo quei falsetti spudorati, stavolta insieme a un giro armonico che più pop non si può (I-V-VI-IV, la tipica “four chord song”). Belle, infine, le atmosfere distese di Verona.

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Foto di Nick Fancher

I testi

Per il concept dell’album sono paradigmatici i versi della traccia finale We Are Fucking Fucked. Canta Bellamy: “We’re at death’s door / Another world war / Wildfires and earthquakes I foresaw / A life in crisis / A deadly virus / Tsunamis of hate are gonna find us”. Al senso apocalittico di fine imminente si accompagna spesso un generico ribellismo naif. Per esempio: “We need a transformation / One we all can see / We need a revolution / So long as we stay free” (Will of the People); “We have plans to take you down / We intend to erase your place in history / Soon you’ll be left with nothing” (Liberation); “Now I’m coming back, a counterattack, I’m playing you at your own game” (Won’t Stand Down).

Immancabile poi quel senso di alienazione dell’uomo moderno che i Muse hanno tradotto in musica sin dagli esordi. “Come join our clique, we’ll keep you safe from harm / Our toy soldier, you’ll do the dirty work / Stay loyal to us, we’ll take away the hurt / We have what you need, just reach out and touch” (Compliance); “Demons have materialised in me / Can’t fight them, they’re taking control / And we’ve tried, oh we’ve tried so hard to be good / But the world rewards us when we’re bad” (Kill or Be Killed).

Ma ancora una volta è l’immediatezza pop di un brano come Ghost, heartbreak song da manuale, a sposarsi con la musica nel modo più naturale. “How can I move on / When everyone I see still talks about you / How can I move on / When all the best things I have we made together”.

Ascolta Will of the People dei Muse


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