Vasco e la vita, che – forse – un senso ce l’ha. L’intervista

Più che porre domande, con il rocker di Zocca è bello sedersi e ascoltare. Si parte dal racconto dell’ultimo album che esce oggi “Siamo qui”, particolarmente combattivo, al modo in cui scrive le canzoni e di come lui ascolti la musica dei suoi pezzi “a orecchio fresco”. Ma poi si arriva al cuore dell’esistenza: di quando una vita acquista davvero “quel senso” che pare proprio sfuggirci. Sempre
Vasco Rossi, foto di Gianluca Simoni
Vasco Rossi, foto Gianluca Simoni

«La musica! Ricordati della musica! Devi parlare di quello con Billboard, non delle tue riflessioni!». Si sente in sottofondo dallo staff premuroso di Vasco Rossi, preoccupato che l’intervista stia andando fuori tema. In effetti più che un’intervista, il racconto di Vasco per l’uscita del suo nuovo album Siamo qui è un flusso di coscienza che nessuno si sognerebbe mai di interrompere. Sicuramente non io, che sono decisamente interessata all’ascolto, anche se in testa mi balenano mille domande.

La prima domanda è comunque di semplice carattere musicale. Ma è chiaro che tutto ciò che è semplice con Vasco in realtà non lo è mai davvero. Come i suoi testi che sembrano facili, ma nascondono un lungo lavoro e una profonda riflessione, che spesso (se non sempre) diventa esistenziale.

Siamo nella sua camera di albergo a Milano e il cantante di Zocca appare decisamente pacato, tranquillo, affabile e così tutte le persone che gli gravitano intorno. Non sfrutteremo la similitudine del vulcano che ribolle solo perché in generale è stata troppo sfruttata. Ma sarebbe perfetta.

«Ho bisogno di sentire intorno a me armonia, se no non riesco ad andare avanti»

Ascoltando i quattordici brani di Siamo qui ci si immagina subito come renderebbero bene dal vivo, magari in uno stadio: qual è il primo di questi pezzi che non vedi l’ora di cantare?

Sicuramente XI Comandamento: dal vivo picchia duro ed è fortemente ironico È la mia visione del tempo di oggi, fondamentalmente il racconto di quanta ignoranza ci sia in giro. Il testo è nato a Los Angeles, a testimonianza del fatto che questa valanga riguarda tutto il mondo, non solo l’Italia. Che poi ci può anche stare che uno sia ignorante ma quando ne diventa orgoglioso diventa arrogante e non è più ammissibile. Affronto questo tema con ironia feroce e canto: “Conviene arrendersi a oltranza”. Vuol dire che non ci arrenderemo mai.

Cosa ti pesa maggiormente?

Questa situazione è brutta perché sento che continua a crescere l’estremismo che porta con sé un linguaggio assurdo e violento. Io invece ho bisogno di sentire intorno a me armonia, se no non riesco ad andare avanti, è il mio istinto naturale. Certo, ora almeno stiamo uscendo pian piano dal Covid e questo grazie ai vaccini che sono arrivati tempestivamente. Ma poi ecco che arrivano i no-vax e io non capisco questa loro voglia spasmodica di credere nel complottismo.

Tutti vogliamo “trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha” Ma la vita è una questione di caos e loro non vogliono accettarlo. Cercano notizie in giro e vogliono trovare per forza i colpevoli.

«La vita è una questione di caos»

Ti ha sempre interessato il mondo esterno?

No, fino a 10 anni fa vivevo solo e unicamente per scrivere e cantare, non sapevo assolutamente niente di quello che succedeva fuori, perché non me ne fregava un cazzo. Adesso invece mi interesso a ciò che mi circonda perché la malattia che ho avuto ha cambiato tutto: pensavo di lasciarci le penne e invece sono sopravvissuto.

Questo ha influito anche sul tuo modo di scrivere canzoni? Quanto è cambiato negli anni?

È sempre lo stesso. Io scrivo le parole. Ho iniziato improvvisando mentre suonavo la chitarra. A un certo punto ho sentito le musiche di Tullio Ferro, che facendo parte di un gruppo rock alternativo bolognese, i Luti Chroma, aveva un po’ la puzza sotto il naso nei miei confronti. 

Mi portò una musica che mi piaceva troppo, la presi come  una sfida, dovevo provargli di essere alla sua altezza. Mi impuntai a scrivere le parole su una musica non mia ed è venuta fuori  La noia. E nello stesso periodo, sempre su musica di Tullio, scrissi anche il testo di Una splendida giornata. Pensa te che canzoni diverse! C’erano tantissimi gruppi emergenti a quel tempo e io un po’ per scherzo e un po’ no, gli dissi: “Vedrete che l’unico che rimarrà sono io”.

Ma anche l’unico che poteva farcela con le donne, sinceramente, perché quelli erano egoriferiti che si parlavano solo tra loro! Sempre a proposito di donne, si chiedevano come facessi a cantare due pezzi così distanti!

Vasco: «Questa situazione è brutta perché sento che continua a crescere l’estremismo che porta con sé un linguaggio assurdo e violento»

Anche la tua urgenza di comunicare è rimasta identica?

Parto sempre dalla mia esigenza di condividere con gli altri. Nelle canzoni voglio raccontare la verità che non confesserei nemmeno a un amico. Quando racconti una debolezza a qualcuno e anche questo qualcuno la sente, non ti sentirai più solo e starai molto meglio. Io credo sia questo il segreto del rapporto che ho con la gente. Quando mi dicevano che ero un profeta o un cattivo maestro io ho sempre risposto: maestro di cosa? Io dico solo quello che sento e spesso lo sentono anche gli altri. Non scrivo mai per compiacere.

I pezzi li scrivi ancora soprattutto di notte?

Certo, quando sono insonne. Di notte il tempo si ferma ed è tutto sospeso. Quando sono in quello spazio mi lascio prendere dalle immagini. A volte non sono neanche belle, eh, ma bisogna lasciarsi prendere da tutto. Per esempio: “Siamo qui… pieni di guai”. All’inizio mi è venuto così e non mi piaceva. E invece poi è arrivata la conclusione: “A nascondere quello che sei, dentro quello che hai”. E questo mi piaceva molto.

A volte le parole non vengono, mi blocco e non mi viene più niente. Prendo tutto quello che c’è per restare sveglio e riuscire a finire una canzone.

Talvolta non serve e così mi sento molto frustrato e stupido perché ho passato un’altra notte inutile per niente.

I testi di Siamo qui sono permeati di gusto dolce-amaro come sempre nella tua produzione, stavolta però uniti ai suoni mi sembrano più combattivi rispetto agli ultimi anni.

Certo. I pezzi rock sono arrangiati da Vince Pastano che è giovane ma collabora con noi da tempo, dai tempi di Guido (Elmi, ndr). Dal vivo arrangiava i pezzi talmente bene che gli ho chiesto di farlo anche per l’album. Per esempio, Sballi ravvicinati del terzo tipo lo aveva rifatto davvero benissimo. Quindi lui ha lavorato ai brani più duri come per esempio Tu ce l’hai con me (quasi metal, ndr) e L’amore, l’amore. Me li ha fatti sentire subito in sala d’incisione per chiedermi un parere “a orecchio fresco”, come piace dire a noi in gergo. Perché un conto sono loro, i musicisti, che ci stanno lavorando da un po’, un conto è che chi ascolta per la prima volta: può dire subito se la strada è quella giusta.

Per le ballad invece ci ha pensato Celso (Valli, ndr), come sempre. La prima volta che lo sentii e mi accorsi di lui aveva lavorato con Eros Ramazzotti. E mi stupii perché Eros è un caro amico ma non ha i miei stessi gusti. Comunque, sono convinto che su alcune canzoni ci debba lavorare Vince, mentre su altre Celso.

Vasco Rossi: «Una vita acquista senso se è amata»

Nel video di Siamo qui Alice Pagani, che interpreta il tuo alter ego, si avvicina a una donna che prega: lo hai suggerito tu? Non è che hai cambiato idea sulla religione?

No! Ho chiesto soltanto che ci fosse una donna di una bellezza diversa dal solito come quella di Alice. Non una bellina e basta. Per il resto la penso sempre uguale…

Tutti hanno insistito sul concetto del “Siamo” (da Siamo solo noi a Siamo qui), io invece vorrei chiederti di come è cambiato quello di “Guai”. Dal “voglio una vita piena di guai” alla canzone Guai e poi “siamo qui… pieni di guai”, dove il tuo manager Floriano Fini ha anche suggerito di togliere il termine almeno dal titolo. Non parliamo più degli stessi “guai” giusto?

Eh, sì. In Vita spericolata volevo una vita piena di guai divertenti piuttosto che smorta. I guai di cui parlo ora invece sono quelli che riguardano la condizione umana. Sono quelli che derivano dal fatto di pensare di essere quello che abbiamo. Heidegger è stato il primo a dire quanto l’uomo sia “gettato” nel mondo e in effetti è così. Anche Lacan, che ho letto in questo anno, riprende questa idea: nessuno sceglie di venire al mondo, tutti abbiamo bisogno di essere accuditi dal primo istante. Per questo la figura della madre è così importante: se accudisce il figlio solo con zelo ma senza amore può creare danni enormi. E ho capito anche questo in generale: una vita acquista senso se è amata.

L’ho già detto: non è che la vita abbia un senso in modo naturale perché è un caso. Non sappiamo nemmeno se sia giusta la nostra vita, perché sta anche facendo dei danni a ben vedere.

L’intervista completa a Vasco Rossi sul prossimo numero di novembre di Billboard Italia.

Ascolta Siamo Qui, il nuovo album di Vasco Rossi

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