The The: il ritorno del profeta Matt Johnson (ma non chiamatelo così)

Dopo anni di silenzio discografico, il cantautore britannico è tornato con un brillante live album, The Comeback Special: Live at Royal Albert Hall
THE THE at the RAH
Foto di Andy Paradise

L’ultimo album di canzoni dei The The risale al 1999 (NakedSelf) e da ben 18 anni la band non è in tour. Matt Johnson – una delle menti più brillanti e critiche degli anni ‘80 – però non è completamente sparito dalla circolazione. Ha dato vita al bel progetto Radio Cinéola, creando programmi radio intriganti e componendo diverse colonne sonore – l’ultima, Muscle, per l’omonimo film in bianco e nero, bello e disturbante girato del fratello Gerard Johnson, una specie di Fight Club made in UK. L’eco della musica dei The The, racchiusa in una serie preziosissima di album usciti tra il 1983 e il 1992 – rimangono fondamentali Soul Mining, Infected, Mind Bomd e Dusk – è ancora potente all’ascolto.

Genio del pop più modernista (con mille venature, dal soul all’industrial), Matt torna adesso con un magnifico album dal vivo, il primo della sua carriera, The Comeback Special: Live at Royal Albert Hall, e parlare con lui è sempre un evento speciale.

Perché dopo anni di silenzio hai deciso di uscire con un live così particolare come The Comeback Special?

Il mio management mi ha incontrato diverse volte, dimostrando un vivo interesse per una ripresa della mia attività live. Questo ha coinciso con un documentario svedese, The Inertia Variations, per il quale ho scritto un pezzo inedito che ho eseguito live di fronte a un pubblico ristretto, invitato nel mio studio, il Cinéola. Poi abbiamo messo mano a quarant’anni di catalogo e scelto i pezzi più rappresentativi tra gli album che ho inciso. Ne è scaturito un tour importante, magari non il più lungo, ma forse quello più di successo che abbia mai fatto, con ampi e lusinghieri consensi. Non avevo mai pubblicato dischi dal vivo prima, è un disco triplo, molto potente. Sono davvero felice del risultato.

Tu hai dichiarato che “non hai un buon rapporto con gli anni ’80”, eppure quel decennio per la musica inglese è stata ricca di talenti. Ne ho discusso proprio recentemente con i Duran Duran. Una cosa che forse oggi non sarebbe più possibile è la totale libertà creativa che avevi all’epoca…

Ribadisco, non mi piacevano gli anni ’80 all’epoca, perché non mi sentivo realmente parte di quegli anni. Però apprezzavo ancora l’eco del post punk: Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire, Thomas Leer, Robert Rental, Daniel Miller / The Normal, Pere Ubu, The Residents, una serie di progetti straordinari, che hanno avuto una grande influenza su di me all’epoca.

Ciò che non mi è mai piaciuto era quel sound commerciale, caratteristico di allora. Se guardo i film di quegli anni, le loro colonne sonore mi infastidiscono, con quelle produzioni super compresse. All’epoca si cominciò a usare banchi mixer con tecnologia SSL (Solid State Logic, ndr), che avevano un noise-gate ad alta compressione su ogni canale separato e si usava una quantità di riverbero Lexicon. Tutti i dischi suonano allo stesso modo.

E poi c’erano il thatcherismo, le politiche economiche di Reagan, le cosiddette “reagonomics”, i processi di privatizzazione, la nascita del neoliberismo, tutte cose che non mi andavano giù per niente. Ma è incredibile che dopo ci siano stati nel tempo governi peggiori della Thatcher e di Reagan! In Inghilterra abbiamo fatto passi indietro: difficile da credere, ma è successo.

Parlando di libertà artistica, sento di averne di gran lunga di più adesso che allora, per quanto io fossi fortunato ad avere un contratto con la Some Bizzarre e un manager come Stevo, che era molto protettivo con i suoi artisti. Ho sempre fatto quello che ho voluto, anche se durante la promozione non sapevano cosa farsene di me, perché ero troppo fuori dagli schemi.

Molti dei tuoi testi sono ancora attuali. Impossibile non pensare al senso profetico che oggi ha un album come Infected efrasi come “Mobilise, globalise, hypnotise, homogenise, shut your eyes, don’t criticise”… Sei stato una sorta di “profeta” nel pop.

Il problema è che la natura umana non cambia. Il meccanismo per cui i sentimenti individuali e collettivi vengono di volta in volta manipolati da chi ha il potere di farlo rimane sempre il medesimo, al di là delle differenze fra singole società, appartenenti a tempi e geografie differenti. Cambiano i personaggi, ma la storia si ripete ogni volta allo stesso modo. Preferirei che lei mie canzoni di allora risultassero datate o prive di senso oggi. Il mondo sarebbe un posto migliore per i miei figli e per quelli di chiunque.

Però sì, alcune canzoni in particolare sono profetiche. Global Eyes è stata composta a New York e nel testo sono finite cose che stavano accadendo nel momento in cui è stata scritta come l’accordo nordamericano per il libero scambiodel ’94 e il Telecommunications Actdel ’96. Tutti eventi che portarono a una concentrazione del potere nelle mani di pochi. I risultati di tutto questo li vediamo adesso.

Ci sono temi come l’abuso dei social media o la sensibilità verso l’ambiente che vanno assumendo sempre maggiore importanza. Ci scriveresti una canzone oggi?

In realtà già nell’ultimo pezzo dell’album, Dusk, Lonely Planet, ho affrontato il problema dell’ambiente. E i social media causano problemi incredibili. In UK, con la Brexit e con la pandemia, le barriere, i conflitti che dividono persone con punti di vista e opinioni differenti sono diventati qualcosa di sconcertante. La sensazione è che ci sia una sorta di regia globale che fa in modo che le persone assumano atteggiamenti divisivi. È il solito stratagemma, già usato dall’impero britannico e altre grandi potenze, nel passato come oggi, che consiste nell’intrappolare il popolo in un enorme meccanismo di ostilità reciproca, rendendolo cieco rispetto a quello che accade. È molto difficile scrivere di questo senza fare la parte dei predicatori.

Ho cercato di dare contenuti che fossero di ispirazione alle persone. Abbiamo bisogno di positività, bisogna cercare la bellezza in ogni situazione, perché qualunque cosa cela in sé un risvolto di bellezza. E oggi la gente sta gradualmente cambiando la propria vita, imparando a non dare le cose per scontate. Credo fermamente nella “luce in fondo il buio” e voglio concentrarmi soprattutto su quella luce.

Ho di recente riascoltato il tuo primo album Burning Blue Soul del 1981 e lo ritengo un gioiello spesso sottovalutato dai critici. Che rapporto hai con questo tuo album?

Già all’epoca ottenne qualche recensione decente (sorride, ndr). Avevo già fatto un disco con un’altra formazione (Gadgets, ndr), quindi, per essere precisi, fu il mio secondo disco. Lo incisi per la 4AD, in un momento in cui si stava conquistando la sua credibilità. Sono molto affezionato a quell’album, fu fatto con sole 180 sterline! Per The Comeback Special abbiamo ripescato per Bugle Boy e (Like A) Sun Rising Through My Garden: mi sembrano pezzi ancora attuali e freschi.

Ci sono speranze anche ti vedere un’edizione ufficiale dell’album “fantasma” The Pornography of Despair?

Sì che c’è speranza! Proprio in questo momento, mentre rispondo alle tue domande, sono qui al Cinéola circondato da una serie di nastri d’archivio che risalgono a quell’epoca. Di fatto alcune di queste vecchie registrazioni erano andate perse, e non volevo pubblicare una versione incompleta del disco, ma ormai una nuova edizione di The Pornography of Despair è vicina.

Come avrai capito sono un tuo fan, quindi permettimi questa domanda. Curiosità come mai nella versione di Uncertain Smile nel live non c’è la xylimba (percussione africana) e la parte risulta suonata da una chitarra elettrica?

Innanzitutto perché sfortunatamente lo xylimba è andato perso. Era uno strumento che avevo comprato a New York nel 1982, quando registrai la versione originale e l’ho smarrito da qualche parte. Inoltre mi piaceva l’idea di reinterpretare la canzone. La versione originale del pezzo è a disposizione, il pubblico può già ascoltarsela quando vuole, ma io stesso per un mio interesse personale preferisco cambiare, reinterpretare, avere un’altra lettura di una mia canzone. La chitarra c’era anche nella versione originale, questa volta non avevamo lo xylimba e non abbiamo voluto utilizzare un sample.

Hai ragione, non sono un fan attento… Era nella versione per così dire “embrionale” della canzone che era uscita su singolo con il titolo Cold Spell Ahead nel 1981. E allora, già che ci sei ti va di dirci come è nata la canzone? Ti trovavi a New York?

Ero a New York quando ho registrato non la prima, ma la terza versione del pezzo. In realtà la canzone era nata tempo prima, quando ero un teenager, o magari appena ventenne, adesso non saprei esattamente. Nacque a seguito di un amore non corrisposto, all’epoca ero un giovane cantautore, romantico e ossessivo. Probabilmente ero nel pieno di una passione romantica al tempo e la canzone è venuta fuori da lì.

Nei tuoi album degli anni ’80 hai avuto il merito di coinvolgere dei grandi talenti, artisti anche poco conosciuti al grande pubblico internazionale come Thomas Leer Zeke Manyika o Anna Domino! Come entrasti in contatto con lei?

Senza stare a rivelare cose personali di Anna Domino, o particolari su come ci siamo conosciuti, posso dire che sono ancora in contatto con lei e che è una mia amica da sempre, una donna affabile e talentuosa. Thomas Leer l’ho visto quando eravamo in tour, è venuto a vederci suonare a Glasgow, siamo tutt’ora amici. Zeke è salito sul palco nella data al Troxy di Londra ed è venuto a vedere una proiezione l’altra sera. Sono in buoni rapporti con la maggior parte delle persone con le quali ho lavorato, c’è una sorta di collettivo artistico-concettuale le cui porte sono sempre aperte, con gente che va e viene di continuo. Collaborare con le persone mi diverte molto, e sono stato fortunato a incontrarne di meravigliose, che da compagni di lavoro si sono trasformati in amici.

È vero che conoscevi Johnny Marr prima che lui formasse gli Smiths?

Ci conosciamo da quando eravamo adolescenti. Prima di incontrare Morrissey, quando si trovava a Londra veniva a stare a casa mia e anche dopo aver formato gli Smiths, quando venivano i tipi della Rough Trade, nel periodo in cui stavano mettendo la band sotto contratto, stava da me, nel mio appartamento in zona Highbury. Siamo buoni amici, non ci vediamo spesso ma, quando accade, finisce sempre che rimaniamo a parlare tutta notte.

Per chiudere, puoi dirci qualcosa di più del “The The Supergroup”, con gente come Marc Almond, e delle vostre performance al vecchio Marquee Club di Soho?

Volentieri, penso che ci sia qualcosa di registrato ma in bassa qualità audio… Chissà, potrebbe uscire come titolo della “Official Bootleg Series”, sempre che riusciamo a dare una ripulita alle registrazioni. Sono cose che risalgono al 1981, credo. All’epoca decisi di fare una residency al Marquee: all’epoca era al massimo della fama. Lavoravo in uno studio subito accanto da quando avevo 15 anni e quindi ero sempre lì, come un sacco di altri artisti in quel periodo.

Decisi di formare due “supergruppi”, due formazioni alternative, una con un repertorio più morbido e un’altra per il materiale più aggressivo. C’erano Zeke Manyika, Thomas Leer, Steve Mallinder dei Cabaret Voltaire, Marc Almond, Edwyn Collins che, come Zeke, allora militava negli Orange Juice, J.G. Thirlwell dei Foetus… ed eravamo tutti vestiti di nero.

Ricordo che nella nostra ultima esibizione cominciammo a suonare con le chitarre ad accordatura aperta in Mi e a un volume pazzesco. Ma qualcuno nel pubblico si mise paura e cominciarono a tirarci bottiglie, l’atmosfera si surriscaldò e vedemmo che una parte del pubblico cominciò a menarsi. Chi era sul palco con me scappò, tranne Jim Thirlwell e, sorpresa, Marc Almond, che tutti consideravano il dolce e raffinato cantante dei Soft Cell e invece aveva il suo caratterino. Marc prese la chitarra e iniziò a rotearla sulla testa della gente, finché non beccò in pieno un ragazzo del pubblico. Le prendemmo anche noi dal pubblico e infine ritornammo sul palco. Ci raggiunse il ragazzo tutto sanguinante e Marc si sentì così in colpa… Eravamo fuori di testa, ma anche un pugno di tipi in gamba e molto autentici.

Ascolta The Comeback Special in streaming

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