The Sonos Guide: 1977, quando le donne alzarono la cresta

Con il punk, il rock smise di essere una faccenda prettamente maschile. Una rivoluzione di cui tuttora ci godiamo i frutti. Ispirati dalle magnifiche stazioni radiofoniche e dai programmi originali di Sonos che vantano host di prestigio come Thom Yorke ed Erykah Badu, ecco il nuovo approfondimento dopo quello sul Brit soul
Patti Smith ad Amsterdam nel 1976 (foto di Gijsbert Hanekroot)
Patti Smith ad Amsterdam nel 1976 (foto di Gijsbert Hanekroot)

Ormai da vari decenni nessuno si azzarda ad affermare che il rock, in senso lato, sia “roba da maschi”. Tuttavia non è stato sempre così, lo insegna la storia. Non contando le frontwomen che al massimo scrivevano i testi e le cantautrici che operavano per lo più in area folk, se si analizza il primo ventennio di quell’epopea (da metà anni ’50 a metà anni ’70) è faticoso trovare non solo autentiche star al femminile, ma perfino musiciste donne considerate alla pari dei colleghi maschi.


Qualche nome, limitandosi a quelli universalmente conosciuti e non da cultori? Grace Slick, Janis Joplin, Tina Turner, Nico, Suzi Quatro, magari Marianne Faithfull, Betty Davis e Bonnie Raitt… e poi chi? Anche volendo estendere il concetto di rock: Joni Mitchell, Carole King, Sandy Denny, Yoko Ono, Stevie Nicks, peraltro all’epoca non ancora sbocciata. Le Ronettes e le Shangri-Las, più le antesignane Loretta Lynn, Wanda Jackson, Patsy Cline e Memphis Minnie. Tutti profili di assoluto rilievo, ma numericamente esigui rispetto a quelli degli uomini. In sintesi, nella società di quegli anni “rock” e “donna” erano parole che di rado finivano nella stessa frase.


Donne e rock, la svolta del punk

A modificare radicalmente la situazione, gettando le basi per il futuro che stiamo vivendo, fu il punk. Oltre a creare un nuovo spirito che riduceva il gap tra artisti e pubblico, oltre a restituire al rock and roll la sua purezza selvaggia, oltre ad affermare le pratiche del “do it yourself” e del “anyone can do it”, il rivoluzionario movimento fiorito attorno alla metà dei ’70 diede finalmente alle ragazze l’opportunità di giocarsi le loro carte. Superando di slancio le barriere edificate dalla fallocrazia dichiarata o strisciante.

Ecco allora che in un battito di ciglia la scena musicale si popolò di giovani donne creative, agguerrite e carismatiche. E determinatissime ad affermare le proprie ambizioni spazzando via le residue resistenze di chi – i reazionari non mancano mai – non gradiva o addirittura si preoccupava del cambiamento.

L’apripista Patti Smith e la scena di New York

La tedofora fu Patti Smith. Dopo alcuni anni di militanza nel fertilissimo circuito underground newyorkese debuttò con Horses, prodotto da un mostro sacro come John Cale. Era l’autunno del 1975 e la poetessa, autrice, cantante e performer – “già” ventinovenne – lasciò un segno profondo con il suo rock ruvido, nervoso e poco rassicurante, ma anche ricco di riferimenti alti e di prorompente personalità. Il secondo album datato 1976, Radio Ethiopia, ribadì il concetto con analoga urgenza. Consolidò inoltre una carriera protrattasi fino a oggi con toni meno estremisti ma sempre all’insegna dello spessore e dell’onestà intellettuale.

Nella New York di quel periodo, Smith ebbe come sorta di contraltare più frivolo ma ugualmente volitivo Deborah Harry. Con i Blondie lei scrisse parecchie brillanti pagine di rock/pop/new wave. Il terzo LP Parallel Lines del ’78 (quello di Picture This, Sunday Girl e soprattutto Heart of Glass) è un ideale manifesto della verve e della caratura della Harry, pure lei approdata alla notorietà dopo una lunga serie di esperienze.

Gli esempi di queste due donne servirono a spingere molte altre figlie (spesso adottive) della Big Apple a uscire allo scoperto. Dalla bassista dei Talking Heads Tina Weymouth a Kate Pierson e Cindy Wilson deiB-52’s, da Poison Ivy dei Cramps a Cherry Vanilla, da Wendy O. Williams dei Plasmatics fino alle tante esponenti della cosiddetta no wave (Lydia Lunch, Ikue Mori dei DNA, Adele Bertei dei Contortions, China Burg e Nancy Arlen dei Mars), a Laurie Anderson, a – ben presto – Kim Gordon dei Sonic Youth. E come dimenticare la trasgressiva Jayne/Wayne County, la prima transgender dichiarata del rock? Tra i suoi inni c’era una coraggiosa – si era nel 1978 e quindi l’aggettivo non è affatto esagerato – Man Enough to Be a Woman.

«Quando abbiamo sviluppato il concetto originale di Sonos Radio, sapevamo che il cuore della piattaforma sarebbe stato un’attenta e puntuale curatela: una “ancora creativa” e un qualcosa che ci differenzia. Cerchiamo di fornire una vasta gamma di opzioni per gli ascoltatori, andando incontro anche alle esigenze del pubblico in specifiche aree geografiche. È così che prendono vita stazioni come French Connection! La nostra ambizione, con queste stazioni, è quella di offrire agli ascoltatori una selezione di artisti già noti ma anche emergenti (piuttosto che affidare loro l’onere attivo di selezionare brani e artisti), innovando l’idea di ciò che gli ascoltatori possono trovare dalla radio»

Joe Dawson, Senior Director di Sonos Radio

Il panorama nel resto degli Stati Uniti…

Nel resto degli USA, la zona più ricettiva alla rivoluzione fu senza dubbio la California. A dispetto del successo commerciale piuttosto relativo, l’omonimo debutto del 1976 delle Runaways di Joan Jett e Lita Ford fece in qualche misura scalpore con il suo rock and roll tendente all’hard ma dotato di un discreto appeal pop, e i suoi testi non esattamente da educande.

Il rapporto con la nascente scena punk del grintoso quintetto all-female – peraltro allestito dal produttore Kim Fowley – non fu granché stretto. Ma in pochi mesi i palchi dei club di Los Angeles e San Francisco si trovarono affollati di “bad girls” bramose di esprimersi. Da Exene Cervenka degli X a Penelope Houston degli Avengers, da Alice Armendariz e Patricia Morrison dei Bags a Dianne Chai degli Alley Cats e ovviamente le Go-Go’s, per menzionare solo alcune tra le più in vista. Benché percentualmente più ridotta, la presenza femminile era tuttavia significativa pure in altre aree del Nord America. Lo dimostrano le canadesi Dishrags, Niagara dei Destroy All Monsters (Detroit), Myrna Marcarian degli Human Switchboard (Ohio) o Vanessa Ellison dei Pylon (Georgia).

Da sinistra, Chrissie Hynde e Siouxsie Sioux in una foto scattata a metà anni '80 - foto di Landmark Media
Da sinistra, Chrissie Hynde e Siouxsie Sioux in una foto scattata a metà anni ’80 – foto di Landmark Media

…e nel Regno Unito e in Europa

Parallelamente, in UK, le cose si svilupparono in modo simile e a Londra, ma non solo lì. Il punk liberò dalle catene una nutrita schiera di talenti altrimenti destinati con tutta probabilità a rimanere imprigionati. Eclatante il caso di Susan Janet Ballion, alias Siouxsie Sioux. Da fan e amica dei Sex Pistols divenne rapidamente autrice, voce e immagine dei Banshees nonché sacerdotessa del rock gothic, grazie all’innato magnetismo e ad album memorabili tra i quali The Scream (1978) e Kaleidoscope (1980).

Per quanto concerne il pantheon più strettamente punk, i nomi di norma ricordati sono quelli di Poly Styrene dei X-Ray Spex, Pauline Murray dei Penetration, Eve Libertine e Joy De Vivre dei Crass, Vi Subversa dei Poison Girls, tutte cantanti, e Gaye Advert, la bassista degli Adverts il cui volto è assurto al rango di icona da quando apparve nel 1977 sulla copertina del singolo d’esordio della band, One Chord Wonders.

Furono inoltre di grande importanza i contributi alla causa di Chrissie Hynde dei Pretenders, singer/songwriter se vogliamo più classica ma non per questo meno briosa, delle Slits, nate punk ma presto convertitesi a un originalissimo sound di matrice reggae, e delle Raincoats, in pratica progenitrici di tanto indie pop da venire. L’ultimo scorcio di decennio vide poi salire alla ribalta varie artiste new wave dall’indole più atipica, se non eccentrica. Per esempio Lene Lovich, Toyah Willcox o Kate Bush. Sezione, questa, nella quale vanno aggiunte la tedesca Nina Hagen, assai chiacchierata in mezza Europa, e la francese Elli Medeiros, popolare in patria, alla guida degli Stinky Toys.

Godettero invece di scarse attenzioni le (non troppe) italiane che sul finire dei ‘70 si posero sulla scia delle sorelle d’oltremanica e d’oltreoceano: le milanesi Clito e Kandeggina Gang, queste ultime capitanate dalla young rebel Jo Squillo, e la romagnola Cinzia “Tracy Crazy” Sirotti, che con i suoi S.I.B. avrebbe raccolto qualche soddisfazione underground nei primissimi anni ’80.

Toyah Willcox
Toyah Willcox

Le donne nella musica “alternative” fino ai giorni nostri

Da lì in avanti, nonostante la riluttanza di isolati minus habens, l’associazione rock-donna diventò molto più abituale, per di più in quasi ogni sottogenere. Grazie alle donne che non si fecero frenare e indicarono la retta via, oggi nessuno ritiene “strano” che una ragazza o una signora imbraccino una chitarra o un basso (anzi: tra le musiciste, le quattro corde spopolano), percuotano piatti e tamburi o urlino in un microfono cose per le quali un tempo sarebbero state (metaforicamente) bruciate vive.

Ed è bello, partendo proprio da quel 1975 in cui tutto di fatto iniziò, accorgersi di come si possa tracciare una linea a zig zag che unisca le Girlschool alle Bangles, Diamanda Galas alle ESG, Sinéad O’Connor alle Breeders… Fino ad arrivare agli ultimi decenni, dalle Hole, Skin, PJ Harvey a Beth Ditto, St. Vincent, Kae Tempest. Al di là dei gusti, senza di loro – e senza le mille altre eventualmente citabili – il mondo rock sarebbe ben più povero e triste. Se ora si può godere di tanta ricchezza, sappiamo chi ringraziare.

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