The Jesus and Mary Chain, il ritorno a Milano: «Siamo ancora vivi e vegeti»

Ottima performance della storica band scozzese ieri sera. Per fortuna un concerto rock autentico e senza fronzoli, proprio come sono sempre stati i fratelli Jim e William Reid, sin dal loro esordio nel lontano 1984. L’intervista
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The Jesus and Mary Chain (fonte: ufficio stampa)

Il concerto, il ritorno a Darklands, con un finale inaspettato

Ieri sera abbiamo assistito forse all’ultimo concerto internazionale rock a Milano per quest’anno. L’Alcatraz è mezzo pieno di fan della prima ora e una frangia di giovani ventenni curiosi di vedere de visu uno degli act più importanti della scena alternativa UK degli anni ’80. Beh, alla fine sono anche fortunati, visto che il primo concerto dei The Jesus and Mary Chain in città (maggio 1986 nel defunto Rolling Stone di Corso XXII Marzo) durò la bellezza di una ventina di minuti, con i fratelli Reid a spalle girate verso il pubblico e praticamente rumoristi dall’inizio alla fine del fulminante set.


Io rimasi felice lo stesso perché loro, i JAMC, erano conosciuti per essere dei provocatori. E poi all’epoca era cool ogni cosa facessero, non aveva bisogno di giustificazioni. Stasera l’atmosfera nel parterre è calma, tutti con mascherina e in pochi hanno voglia di andare al bar. Davvero lontani i tempi quando una certa massa di pubblico bazzicava più la zona della birra alla spina che le transenne sotto il palco.


Questa data è comunque speciale per loro. È davvero l’ultima del tour europeo che ha visto – proprio a causa del Covid – saltare ad esempio tutte le date olandesi. La scaletta è rispettata, la band suona tutto il magnifico secondo album, Darklands, più concentrata sulla forza delle canzoni che non sull’impatto di un suono che si andava facendo meno rumoroso.

Jim Reid inizia con la voce ancora leggermente impastata, solo dopo le prime canzoni che scivolano via abbastanza “disciplinatamente” il set prende forma e forza. April Skies inizia potente e anche Fall segue le distorsioni originali. Dopo una breve pausa il gruppo risale sulla scena e sfodera il meglio. Strepitose Taste of Cindy, I Love Rock’n’Roll e Kill Surf City.

Un terzetto che ci fa ricordare l’amalgama sonoro specialissimo dei due fratelli, capace di condensare gli insegnamenti di Bo Diddley, le melodie dell’era Phil Spector e l’essenzialità del punk rock dei Ramones. Inaspettato il finale: oltre alla prevista e attesa Just Like Honey arriva il terrorismo sonoro misto a un primitivo rock della fondamentale Never Understand, che quando venne incisa vedeva ancora presente alla batteria Bobbie Gillespie che s’ispirava a Moe Tucker nelle pose in piedi di fronte alla grancassa.

L’intervista

Piccola premessa prima di condividere con voi questa intervista fatta a febbraio del 2020 prima che arrivasse la pandemia: post concerto sono andato nel backstage (grazie Sara di Ponderosa) e i fratelli Reid, nel loro camerino, separati dal resto della giovane band, mi hanno concesso l’onore di autografarmi un po’ di vinili e farci una foto assieme. Com’era prevedibile, il più simpatico rimane William, mentre il buon Jim rimane il più serio e taciturno. Anche se lo ringrazio ancora tanto di avermi concesso quest’intervista.

Partiamo proprio da Darklands. All’epoca ebbi la sensazione che questo album fosse più una nuova partenza della band piuttosto che un proseguimento dopo lo “scioccante” Psychocandy

Certo, dopo Psychocandy eravamo un po’ disorientati, non sapevamo bene quale fosse il passo successivo da fare. All’epoca, la maggior parte della stampa inglese pensava che ci saremmo letteralmente disintegrati dopo un album come quello… Alla fine del tour volevamo senz’altro girare pagina: eravamo riconosciuti come una band “rumorosa”, certamente avevamo come referenti chi ci aveva preceduto nel fare questo tipo di sound ma nel nostro comune background musicale c’erano sempre stati i Beatles, gli Stones… Insomma, un tipo di rock più tradizionale, e da lì volevamo partire per Darklands, volevamo girare pagina e far sentire le nostre chitarre!

In quel periodo faceste anche delle cover di Bo Diddley e dei Can, meravigliosi outtakes e b-side che costellano i vostri singoli dell’epoca. Queste in realtà erano scelte poco “tradizionali”: Mushroom dei Can è una cover non scontatissima, in un’epoca pre-Wikipedia eravamo in pochi a conoscere questa band tedesca.

Ai tempi era assolutamente più difficile arrivare a certe informazioni e così molte delle band di cui facevamo le cover erano sconosciute ai più – soprattutto ai giovani – ma noi facemmo quelle scelte solo perché Bo Diddley e i Can ci piacevano davvero. Se qualche fan ascoltando queste cover si appassionò poi agli originali, fu solo un bene ma non una nostra dichiarazione d’intenti…

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The Jesus and Mary Chain (fonte: ufficio stampa)
Perché avete deciso di portare in tour proprio questo album?

Abbiamo già fatto un’operazione simile in tour con Psychocandy e funzionò molto bene. Resiste l’idea che al pubblico piaccia l’esecuzione di un intero album del passato di una band. Decidemmo di rifare interamente il nostro primo album per molte ragioni. All’epoca della sua uscita lo suonammo con un’attitudine diversa da quella che abbiamo costruito nel tempo. Tu a inizio intervista ricordavi quel violento e brevissimo live che tenemmo nell’85… Peraltro ci eravamo accorti che tre o quattro canzoni di quell’album non le avevamo mai realmente suonate dal vivo. Dopodiché abbiamo pensato: perché non portare in tour anche Darklands?

Con il singolo April Skies andaste per la prima volta ospiti a Top Of The Pops. Che sensazione fu per una band controcorrente come la vostra l’essere protagonisti nella trasmissione musicale più importante della Gran Bretagna negli anni ‘70 e ‘80?

Ero cresciuto guardando TOTP: lì vedevamo le performance dei nostri eroi come David Bowie e T. Rex. All’epoca della nostra adolescenza un sacco di punk band non comparirono nel programma nonostante avessero canzoni in classifica… Quando fummo invitati a registrare April Skies mi ricordo che eravamo fottutamente nervosi, eravamo davvero ubriachi e sembrava che volessimo offendere tutti quelli che erano attorno a noi! (Ride, ndr) Quella fu l’unica volta che andammo a TOTP.

C’è un aneddoto legato al tour che faceste quell’anno?

Ricordo che a un certo punto incontrammo Robin Guthrie dei Cocteau Twins che mi raccomandò di non partire per il tour USA con una drum machine: il pubblico ci avrebbe potuto uccidere per questa cosa. Lo facemmo, avemmo dei problemi ma non ci uccisero… Il consiglio di Robin però era sensato, perché negli anni ’80 il pubblico statunitense era molto tradizionalista e non accettava di buon grado una macchina al posto di un batterista. Però devo essere onesto: non sono tante le cose che ricordo degli anni ’80 con grande lucidità, puoi capire il perché… (ride di gusto, ndr)

Ci sono diversi aneddoti legati al vostro singolo di debutto del 1984, Upside Down, con quel sound deragliante e totalmente nuovo per l’epoca. Ti va di tornarci sopra?

Ogni gruppo, senza falsa modestia, pensa di fare qualcosa di epocale quando va in studio e questo era anche il nostro piano. Noi suonavamo questo pezzo dal vivo, con tanto noise. Una volta entrati in studio di registrazione per la prima volta, incidemmo una prima versione (con Pat Collier in produzione che poi fu tolto dai crediti finali, ndr) e non venne esattamente quello che ci aspettavamo: una volta messo nello stereo sembrava suonare come un pezzo di Bruce Springsteen! Ci siamo detti: “Ma che cazzo!”, ci siamo catapultati in studio e abbiamo voluto solo una persona presente in fase di missaggio, nessuno intorno a dare opinioni, giudizi, consigli… Volevamo più feedback di chitarra, eravamo intenzionati a fare qualcosa di assolutamente nuovo.

Ascolta Darklands dei The Jesus and Mary Chain in streaming


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