Una serie di eventi riconsegna all’attualità i Cure, di cui si era persa traccia dagli ultimi concerti di fine 2016, con apparizioni in Italia a Bologna, Roma e Milano, mentre sul piano discografico nulla accade addirittura da dieci anni. Il 7 luglio è in programma all’Hyde Park di Londra uno show – sold out da tempo i 65mila biglietti disponibili – che celebra il 40esimo anniversario della band, affiancata nell’occasione da Interpol, Goldfrapp, Ride, Editors, Slowdive e Twilight Sad.

The Cure - Robert Smith (foto di Stefano Masselli)

Robert Smith (foto di Stefano Masselli)

Da parte sua Robert Smith, leader e unico superstite del nucleo originario, è stato chiamato a dirigere la 25esima edizione del prestigioso festival londinese Meltdown, in calendario dal 15 al 24 giugno. Di suo pugno ha firmato un eclettico cartellone artistico nel quale figurano, fra i tanti: Libertines, Deftones, Manic Street Preachers, Mogwai, My Bloody Valentine, Nine Inch Nails, Placebo, Psychedelic Furs, Suzanne Vega, Death Cab For Cutie, Low e Jónsi dei Sigur Rós, ma anche i nostrani JoyCut. «Curare il Meltdown è un sogno che si avvera: un’esperienza fantastica», ha detto l’interessato, lui stesso protagonista all’epilogo – in compagnia di “quattro amici bizzarri” non meglio identificati – di un happening intitolato Cureation-25.

Frattanto il regista di fiducia Tim Pope, autore per conto del gruppo di 37 videoclip e del film-concerto The Cure in Orange, ha annunciato l’avvio di un ambizioso progetto biografico. «Il lavoro, caratterizzato dai miei soliti trucchi, impiegherà materiale di repertorio insieme a un sacco di roba appartenente alla collezione privata di Robert, fra super-8, interviste, bootleg, rara documentazione dal vivo, riprese dietro le quinte eccetera». E non è finita qui, visto che – intervistato in aprile da BBC 6 Music – Smith ha dichiarato: «Nel 2019 cade il quarantennale del primo album e allora ho pensato che se l’anno prossimo non mettiamo fuori qualcosa di nuovo per me la storia è chiusa». Del resto, un paio di brani inediti – Step into the Light e It Can Never Be the Same – era affiorato nel corso dell’ultima tournée.

Simon Gallup (foto di Stefano Masselli)

Tre ragazzi immaginari

Tutto ebbe inizio a Crawley, cittadina del Sussex con poco più di 100mila abitanti. Studenti alla Notre Dame Middle School, Robert Smith, Lol Tolhurst e Mick Dempsey misero in piedi un trio intorno al quale ruotavano altri aspiranti musicisti facendosi chiamare in principio Obelisk (appena 14enni suonarono con quel nome alla festa di fine anno scolastico, nell’aprile 1973), poi Malice e quindi, dal gennaio 1977, Easy Cure (di cui si ascoltano alcuni provini nella riedizione del disco d’esordio, datata 2004), intestazione accorciata infine tre mesi più tardi perché “troppo hippie, stile West Coast”.

A quel punto i tre decisero di rinunciare all’università per dedicarsi alla musica: si esibivano sovente al Rocket, pub locale che ospitava concerti, proponendo cover di Bowie (“L’uomo che stavo aspettando”, confessò Smith alludendo alla volta in cui lo aveva visto in televisione interpretare Starman a Top of the Pops) e Hendrix (“Il primo personaggio a farmi pensare che fosse figo cantare e suonare la chitarra”, onorato rivisitandone Foxy Lady), oltre alle prime canzoni originali.

L’attitudine derivava dal concomitante tumulto punk, benché più dei Sex Pistols i tre avessero come modelli i Buzzcocks ed Elvis Costello. Spiegava il capobanda: «M’intrigava in particolare l’idea che uno potesse fare da sé». E Tolhurst: «Eravamo abbastanza vicini alla capitale per capire che cosa stava accadendo, ma anche abbastanza distanti da non essere coinvolti in una scena specifica». Il faro era rappresentato dal programma serale di John Peel su BBC 1: «Sognavo di fare un disco che lui potesse trasmettere», raccontava Robert Smith.

Il sogno divenne realtà nel dicembre 1978, quando i Cure registrarono la loro prima John Peel Session sulla scia del 45 giri Killing an Arab, ispirato al romanzo di Albert Camus Lo Straniero, seguito in primavera dal long playing Three Imaginary Boys e dal singolo Boys Don’t Cry (poi titolo della versione americana dell’album di debutto, uscita nel febbraio 1980), con successivo tour estivo di spalla a Siouxsie and The Banshees, nei quali Smith si trovò a dover prendere provvisoriamente il posto di John McKay, chitarrista dimissionario. Fu un momento di svolta: «Cambiò il mio approccio a ciò che facevo», ammise anni dopo. Il risultato fu, nell’aprile 1980, l’atto inaugurale del tenebroso trittico destinato a ridefinire l’identità della formazione, dalla quale intanto era uscito Dempsey, rimpiazzato da Simon Gallup e Matthieu Hartley: avvisaglia del costante via vai di strumentisti in organico che l’avrebbe caratterizzata di lì in avanti.

Seventeen Seconds e più ancora Faith (aprile 1981) e Pornography (che uscì nel maggio 1982 e fu l’apice di quella fase nichilista, eppure capace di entrare fra i Top 10 dell’hit parade britannica), resero i Cure massimi alfieri del post punk esistenzialista e Robert Smith figura iconica con i capelli corvini acconciati a porcospino e il make-up appariscente. L’estetica gotica si affacciò così nel mainstream, suscitando nel tempo persino echi cinematografici, che fossero apologetici (in Edward mani di forbice di Tim Burton) o al contrario parodistici (il grottesco Sean Penn / Cheyenne in This Must Be the Place di Paolo Sorrentino). Lo stesso Smith provò a smarcarsi poi da quel cliché: «È penoso che ci etichettino in quel modo, il gotico è monotono e noioso».

The Cure - Porl Thompson (foto di Stefano Masselli)

Porl Thompson (foto di Stefano Masselli)

Dal gotico all’hit parade

L’intensità di quel tour de force emotivo aveva messo a dura prova i protagonisti, ammantando d’incertezza il futuro del gruppo. A fine 1982 Smith entrò stabilmente nei Banshees e in coppia con il bassista della band Steve Severin pubblicò nell’agosto 1983 come The Glove l’album Blue Sunshine. Intanto però insieme ai Cure stava disseminando indizi dell’incipiente conversione a una dimensione pop in forma di 45 giri: Let’s Go to Bed, The Walk (sulla scia dei New Order di Blue Monday) e Lovecats (best seller da settima posizione a ritmo di swing), fra novembre 1982 e ottobre 1983.

A segnare il cambiamento non fu tanto l’interlocutorio pastiche psichedelico The Top (aprile 1984), quasi un lavoro da solista di Smith, quanto il successivo The Head on the Door, preceduto e seguito nell’estate del 1985 dai singoli In Between Days e Close to Me. Due anni dopo, trainato da Just Like Heaven, fece ancora meglio in termini di vendite il doppio Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me, superato a sua volta nel 1989 da Disintegration, un brano del quale – Lovesong – sbancò in classifica oltreoceano, salendo fino al secondo posto. Nel frattempo in formazione era rientrato Gallup, allontanatosene nel 1982, mentre venne congedato Tolhurst, cosicché Robert Smith rimaneva unico superstite dell’iniziale trio “immaginario”.

L’ingresso negli anni ’90 fu trionfale: Wish raggiunse il primo posto in patria e il secondo negli States, traguardi poi nemmeno più avvicinati. La discesa cominciò con Wild Moon Swings (1996). I Cure si ritrovarono nuovamente a un passo dalla fine. Occorsero perciò quattro anni prima dell’arrivo di Bloodflowers, che rievocava l’umore cupo di Pornography e Disintegration, componendo con essi una trilogia presentata nei concerti tematici del 2002 a Berlino e Bruxelles, immortalata su DVD nel 2003.

L’apoteosi dal vivo si era compiuta già nel 2000, con l’imponente Dream Tour, che in nove mesi aveva accumulato oltre un milione di spettatori. Su disco le cose funzionavano meno: The Cure (2004) e soprattutto 4:13 Dream (2008) furono prove deludenti sia sul piano artistico che su quello commerciale. Meglio dunque coltivare il passato, ad esempio nello show Reflections, con l’esecuzione integrale dei primi tre album nel 2011 a Sidney, Londra, New York e Los Angeles, oppure mettersi in mostra ai festival, tra cui Reading nel 2012, e andare in tournée senza preoccuparsi di produrre nuovo materiale. Finché l’approssimarsi del 40esimo compleanno di Killing an Arab e Three Imaginary Boys ha scosso Robert Smith dal torpore.