Sam Fender: «A 22 anni pensi di sapere tutto, ma a 25 ho capito che non sapevo un c***o di niente»

Il talentuoso rocker inglese pubblica venerdì 8 ottobre il nuovo album Seventeen Going Under, seconda prova in studio dopo il fortunato esordio Hypersonic Missiles. Più temi personali e meno politica, ma sempre sotto il segno delle grandi sonorità Eighties
Sam Fender - Seventeen Going Under - foto di Charlotte Patmore
Foto di Charlotte Patmore

Un paio d’anni fa Sam Fender si impose all’attenzione degli appassionati di rock con la sua convincente formula – un po’ da revival, ma comunque fresca e godibile – che ripescava dai grandi degli anni ’80 come Bruce Springsteen e U2. Merito, senz’altro, della forza pervasiva del singolo Hypersonic Missiles (quotatissimo anche presso le radio rock italiane), che diede il titolo all’album che raggiunse la #1 in UK. Ma anche di brani eccellenti come White Privilege o Saturday, in cui il ragazzo di Newcastle declinava intelligentemente quelle sonorità Eighties per parlare delle storture del mondo contemporaneo da una prospettiva di disparità di classe.

Un problema alle corde vocali sembrò fermarlo proprio sul più bello, e poi ci si è messa pure l’emergenza Covid. Ma Sam Fender (cognome perfetto, per un chitarrista) non si è lasciato scoraggiare e si è messo al lavoro sul seguito di Hypersonic Missiles. Seventeen Going Under, il suo nuovo album, esce per Polydor / Universal Music questo venerdì (8 ottobre). Rispetto all’esordio ci sono meno temi politici e più confessioni personali. Le nuove canzoni infatti raccontano gli alti e bassi della crescita dal punto di vista di un giovane adulto che ha fatto pace con se stesso. Sempre col marchio di fabbrica di un songwriting e una produzione ricchissimi, che attingono dal passato senza snaturarlo.

Un album più personale

«Sono molto orgoglioso di questo secondo album, anche più di quanto non lo fossi per il primo», ci ha raccontato Sam Fender in collegamento Zoom. «Normalmente nelle canzoni parlo di ciò che succede nel mondo, ma in questo caso ho scritto brani più personali. Gran parte dell’album parla di crescita e di problemi di autostima. È un album sul diventare adulti».

La tracklist finale di Seventeen Going Under è il risultato di un accurato processo di scrematura di una grande massa di materiale. «Per quest’album ho scritto una sessantina di canzoni, che è tantissimo», ha spiegato. «Abbiamo scelto quelle più personali, che raccontavano meglio la storia che avevo in mente. Così, una volta fatta la selezione, mi sono ritrovato con un sacco di canzoni, molte delle quali avevano un piglio molto live, rockettaro. Una di quelle è Howdown Aldi Death Queue, un pezzo punk di due minuti che dal vivo è pazzesco. Quando l’abbiamo suonata a Leeds c’erano sei diversi pogo».

Le nuove canzoni di Sam Fender

«Molte canzoni che scrissi da ventenne avevano una certa audacia, perché quando hai 22 anni pensi di sapere tutto. Ma poi ho compiuto 25 anni e mi sono reso conto che non sapevo un cazzo di niente», ha detto parlando del singolo Aye. «L’unico aspetto politico che ho conservato è quello che mi irrita di più, ovvero la disparità nella distribuzione della ricchezza nel mondo».

Un brano che tematicamente fa il paio con l’ancora inedita Long Way Off, canzone dalla lavorazione particolarmente complessa. «Dal punto di vista “audiofilo”, questo è il pezzo più consistente che abbia mai fatto: contiene 164 tracce audio. Ha continuato a crescere fino a diventare questo brano molto orchestrale. Parla della polarizzazione politica e del mio non riconoscermi in nessuno degli attuali partiti politici del mio paese. Gran parte della working class britannica si sente smarrita. La canzone è stata scritta intorno al periodo dell’occupazione del Congresso americano da parte dei sostenitori di Trump».

Ma gran parte dell’album, come si diceva, racconta i problemi della crescita in maniera brutalmente sincera. È il caso, per esempio, dei singoli Seventeen Going Under e Get You Down. Per il brano Spit of You Sam scava ancora più a fondo nelle proprie emozioni e parla del complicato rapporto col padre, col quale ha finalmente fatto pace. «C’è stato un periodo di cinque anni in cui non andavamo molto d’accordo e lui viveva in un altro paese», ha raccontato. «Ma con l’avanzare della mia carriera abbiamo iniziato a frequentarci di più. La canzone parla essenzialmente del rapporto padre-figlio, della loro incapacità di parlare di cose che non siano musica DIY e alcol. In fondo è una dichiarazione d’amore per il mio vecchio. È un pezzo molto speciale per me».

L’ospite mancato

Come l’esordio, Seventeen Going Under è stato prodotto dal fidato Bramwell Bronte. Come lui stesso apertamente ammette, Sam ha voluto che per questo disco ci fosse ancora più sassofono che in passato (una componente davvero anni ’80). «Sin da subito ho voluto che ci fosse molto sassofono nel disco», ha spiegato. «Sono cresciuto insieme al nostro sassofonista. Si è unito al gruppo ai tempi di Hypersonic Missiles. Volevo che Johnny fosse una parte ancor più integrante del sound».

Il mix delle tracce invece è stato affidato a Craig Silvey: «Ha lavorato anche a The Suburbs degli Arcade Fire, uno dei miei dischi indie preferiti di sempre. Anche gli Arcade Fire, del resto hanno lavorato molto con archi e fiati».

Un tasto dolente – per così dire – della realizzazione dell’album è il mancato coinvolgimento di Adam Granduciel, frontman dei War On Drugs: «Adam è uno dei miei eroi. Avrebbe dovuto mixare una delle tracce del disco, Last to Make It Home, ma era in ritardo sui tempi di consegna del master del suo nuovo album, per cui non ce l’ha fatta. Il pezzo in questione è molto in stile War On Drugs, con chitarra, piano e sax».

Copertina e tracklist di Seventeen Going Under di Sam Fender

Sam Fender - Seventeen Going Under - copertina album
  1. Seventeen Going Under
  2. Getting Started
  3. Aye
  4. Get You Down
  5. Long Way Off
  6. Spit of You
  7. Last to Make It Home
  8. The Leveller
  9. Mantra
  10. Paradigms
  11. The Dying Light

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