Colliva, Cavina, Gabrielli, Martellotta e Rondanini: cinque nomi, cinque eccellenti musicisti, cinque background musicali differenti che si incontrano in un solo progetto pazzesco: i Calibro 35. A febbraio per Record Kicks è uscito Decade: una capsula del tempo in cui ritroviamo suoni e atmosfere che hanno reso unico e perfettamente riconoscibile il gruppo. Abbiamo intercettato Tommaso Colliva per farci raccontare i primi dieci anni della band sui palchi italiani e internazionali. Se non siete riusciti a vedere i Calibro live a febbraio in Italia, vi basterà prendere un aereo per Londra: prima data fissata del tour europeo, il 12 maggio.

Dieci anni di Calibro 35 celebrati con Decade: come nasce il progetto e qual era l’obiettivo da raggiungere?

La partenza era semplice e definita. Da qualche tempo Massimo (Martellotta, ndr) ed io volevamo fare qualcosa assieme e mi venne l’idea di investigare un certo mondo di colonne sonore che nessuno faceva: così invitammo un po’ di musicisti – bravissimi – in studio. Abbiamo chiamato Fabio Rondanini che avevamo visto suonare con Pinomarino. Ricordo che ci eravamo detti: “Ma perché non suona con tutti?”. Poi abbiamo sentito Enrico Gabrielli, con cui io stavo lavorando negli Afterhours, e Luca Cavina, con cui Enrico aveva collaborato nel disco dei Transgender. L’idea era quella di fare un esperimento e stare a “vedere che succede”.

Provenendo da background totalmente diversi, come riuscite a conciliare le vostre diverse nature in modo armonico?

È difficile ma ci arricchisce incredibilmente. Ognuno di noi porta la sua esperienza ed è proprio questo che rende il progetto tridimensionale. Alla fine è molto simile a com’era il mondo delle soundtracks negli anni ’60, dove trovavi un compositore che vuole fare avanguardia, un direttore con un background accademico, un manipolo di musicisti appassionati di jazz e prog rock e un’orchestra con gli spartiti davanti: ne usciva una miscela differente e multiforme.

Passando a Decade, qual è l’immaginario che avete ipotizzato e che avete voluto evocare con le sue tracce?

Decade in realtà non ha avuto un immaginario definito a priori ma è partito più dalla voglia di fare un qualcosa di nuovo e diverso. È una cosa che avevamo voluto sempre fare. In una certa misura questa volontà è anche da un lato utopica perché facciamo qualcosa che dieci anni fa non avremmo mai pensato si potesse fare. Dall’altro lato invece è radicale, perché di fatto stiamo facendo un disco strumentale che mischia mille generi e non siamo nella scena jazz o in quella della classica.

Quanto differisce il Decade che possiamo ascoltare da come lo avevate pensato inizialmente?

Non ci ho mai pensato ma credo molto poco. Alla fine Decade è il frutto di due “cose” che abbiamo coltivato nel corso degli anni. Da una parte la nostra identità – cos’è Calibro 35? – e dall’altra una formazione espansa, che abbiamo messo assieme per lo spettacolo Indagine sul cinema del brivido e che abbiamo utilizzato a più riprese per progetti interni o esterni. Quindi in qualche modo era prevedibile già dall’inizio che piega avrebbe preso il disco. Con ciò però non vogliamo dire che avessimo la certezza che venisse fuori bene. Di sicuro siamo molto orgogliosi.

Come sono le sessioni di scrittura dei Calibro 35? Da dove arrivano le idee per un nuovo pezzo?

Il metodo è cambiato e cambia sempre. Alcuni brani sono pensati al 90% da qualcuno di noi, altri invece partono dall’idea di qualcuno per poi prendere la loro forma definitiva in studio. Per Decade è stato ancora diverso perché c’era necessità – stante il numero di musicisti e i linguaggi che volevamo investigare – di avere tutto pronto prima dello studio: non solo scritto, ma anche arrangiato e bilanciato. Per questo c’è stato un notevole brainstorming di preparazione per selezionare le idee adatte e poi una fase esecutiva molto intensa durante le registrazioni.

A proposito di linguaggi e musicisti diversi, in Decade siete accompagnati da una piccola orchestra.

La fase di registrazione è stata intensa, veloce e frenetica. Realizzare dodici brani come quelli di Decade, in cinque giorni, con un ensemble che non suona assieme stabilmente, è stata una grande scommessa. L’abbiamo affrontata molto “alla vecchia” coi musicisti nella stessa stanza assieme agli amplificatori, cercando di sfruttare il suono “comune” che ne veniva fuori, piuttosto che cercare di sconfiggere le interferenze alla ricerca della pulizia del suono.

Oltre all’orchestra, troviamo anche la novità di strumenti inusuali ed esotici, come il balafon, il waterphone e il dan-bau.

Sì, è una cosa che viene dalla nostra curiosità in primis ma anche un elemento classico di un certo tipo di colonne sonore. L’utilizzo fuori contesto di alcuni suoni esotici è un meccanismo assai potente. Pensa allo scacciapensieri di Morricone! Abbiamo fatto un utilizzo un po’ salgariano degli strumenti: non sono mai stato in India ma in questo brano voglio richiamarla… allora uso un sitar!

Qual è il film del passato che avreste voluto sonorizzare? E di quale regista attuale vorreste scrivere la colonna sonora?

Per la prima domanda: sono troppi per sceglierne solo uno. Per il regista attuale invece direi Charlie Kaufman.

Tommaso, come ci sente a stare “dall’altra parte della barricata”, ovvero dietro al mixer? Com’è suonare e produrre per se stessi e non per terzi?

Molto istruttivo. Se c’è una cosa difficile – ma anche utilissima – è mettersi nei panni degli altri: aiuta a comprendere, a essere tolleranti e mettere a fuoco le idee. Essere parte di Calibro 35, coltivarlo negli anni, affrontare tutte le cose belle ma anche quelle brutte che succedono mi ha arricchito incredibilmente e se ora parlo con un artista credo di poter essere molto più sincero se dico che so cosa vivono.

Domanda finale: se c’è, di quale traccia del disco siete più soddisfatti?

Non ho figli, ma ho due fratelli. Mia madre mi ha sempre detto che col numero dei figli l’amore si moltiplica, non di divide. Con i brani e con i dischi è un po’ la stessa cosa. Sono felicissimo di Decade ed è davvero impossibile scegliere una.

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