Portugal. The Man: sfruttare il mainstream per una nuova etica rock

Come è successo che i Portugal. The Man siano stati presi per un gruppo pop, proprio loro che sono rockettari fino al midollo?
Portugal. The Man
Portugal. The Man

Il percorso artistico dei Portugal. The Man rappresenta un caso unico e bizzarro: per anni si costruiscono un seguito e una reputazione nell’area indie rock lontano dalle fasce alte delle classifiche, pubblicano molti dischi (fra cui l’ottimo In the Mountain in the Cloud del 2011) e non nutrono ambizioni mainstream. Poi succede l’imponderabile. I ragazzi sono all’ottavo album della loro discografia, Woodstock dell’anno scorso, quando un pezzo ballabile dal gusto vintage va in heavy rotation radiofonica e li spara nell’empireo delle chart di mezzo mondo. I Portugal. The Man vengono presi per un gruppo pop, proprio loro che sono rockettari fino al midollo. Di più: Feel It Still ai Grammy 2018 si aggiudicherà il premio come Best Pop Duo/Group Performance, scalzando persino Despacito. Ma che è successo? Per il bassista Zachary Carothers, che ho intercettato poco prima di un live a Brisbane, «è tutto molto divertente».

Zachary Carothers, bassista dei Portugal. The Man
Zachary Carothers, bassista dei Portugal. The Man (foto di Maclay Heriot)

Avete recentemente suonato al Coachella. Non era la prima volta per voi ma ora venivate dall’enorme successo di Feel It Still. Com’è andata?

È stato davvero divertente. È stato probabilmente il pubblico più grande per il quale abbiamo mai suonato. Noi veniamo da una piccola città dell’Alaska (Wasilla, a nord di Anchorage, ndr) e ci guardava suonare un numero di persone pari circa a sette volte la sua popolazione. Davvero incredibile. Oltretutto abbiamo suonato il giorno del mio compleanno! È un modo molto speciale per ricevere tanto affetto.

Pensate che quel pezzo abbia contribuito a far conoscere i Portugal. The Man a un pubblico più ampio e non necessariamente rock?

Assolutamente. La canzone è andata molto più in là di quanto ognuno di noi avesse mai potuto pensare. Quando l’abbiamo scritta sapevamo di avere fra le mani qualcosa di speciale ma pensavamo solo: “Beh, questa potrebbe andare abbastanza bene nelle classifiche di rock alternativo”. È andata molto oltre: si è spinta nella top 40 del pop, siamo arrivati al n. 1 in classifica in paesi in cui non eravamo neanche mai stati prima. Pazzesco. Ci ha aperto moltissime porte e ha lanciato le nostre canzoni molto più lontano di quanto potessimo pensare.

Sono stati fatti molti remix di Feel It Still da altri artisti, per esempio gli Ofenbach. Come li trovi?

Sono un grande fan dei remix, tutti noi lo siamo. Io amo la musica e la cosa che preferisco dell’arte in generale sono le connessioni e le reinterpretazioni: come le persone vedono le cose, come le “riciclano” e danno loro nuova vita. È il caso della nostra canzone: prendere i suoi ingredienti principali – le parole, la melodia – ed essere ispirati per rimodellarla completamente in qualcosa di nuovo nella loro personale maniera. È bellissimo sentire questo, lo adoro. Supportiamo sempre le persone che lo fanno.



La copertina di Woodstock è molto forte. Cosa vuole rappresentare?

Mi piace molto perché pone più domande che affermazioni. Quando le persone parlano di una canzone, di una fotografia, di un dipinto, parlano sempre di ciò che quelle opere intendono affermare. A me piace l’arte che ti fa pensare e che ti suscita domande. Quello che mi piace di quell’immagine è che non è photoshoppata né costruita. Il nostro amico che l’ha scattata era semplicemente in vacanza in California e stava passando in taxi per andare dalla sua famiglia quando ha visto quella scena a bordo strada. Così ha abbassato il finestrino e ha fatto un paio di scatti. Vedi il fuoco uscire dall’interno di questa Rolls Royce degli anni ’80, dell’epoca Reagan. Ho pensato che fosse affine a molte cose di quest’album.

L’album è stato prodotto da Mike D dei Beastie Boys. Com’è stato lavorare con lui? E cosa vi piace dell’attitudine dei Beastie Boys?

I Beastie Boys sono uno dei motivi per cui facciamo musica. È anche un po’ il motivo per cui io e John (Gourley, il cantante della band, ndr) ci siamo conosciuti. Erano i più fighi e davano l’impressione di divertirsi moltissimo. Mike ci ha spinto a pensare con la nostra testa, della serie “non sedersi sugli allori”. Se qualcosa suona bene, non cambiarla e non ti preoccupare di quello che gli altri possano pensare. Oltretutto abbiamo lavorato con lui nello studio più bello del mondo, a Malibu. C’era una bellissima atmosfera e ci ha resi creativi come non mai. Mike è un tipo davvero intelligente e cool.

John Gourley, frontman dei Portugal. The Man
John Gourley, frontman dei Portugal. The Man (foto di Maclay Heriot)

Sembra che abbiate voluto dare un gusto un po’ politico a questo album. Anche il titolo Woodstock ha un significato politico? E pensi che un ruolo del rock al giorno d’oggi potrebbe essere quello di far pensare le persone?

Senz’altro. Il motivo per cui l’abbiamo intitolato Woodstock è che abbiamo visto tutto andare a pezzi – basta leggere le notizie per capire che la politica in America è una cosa abbastanza folle da due anni a questa parte. Quando stavamo realizzando l’album abbiamo cominciato a vedere le persone unirsi e scendere nelle strade per lottare contro qualcosa che condividevamo come artisti. È stato qualcosa che ci ha fatto venire in mente il festival di Woodstock, che nacque in contrasto alle politiche di Nixon basate su paure verso l’altro e guerre. Abbiamo visto delle analogie, così abbiamo cominciato a parlare delle cose che hanno ispirato i nostri genitori a fare quello che fecero.

In alcune interviste avete parlato di Facebook come una “bolla”. Cosa pensi delle recenti vicende di mr. Zuckerberg?

Penso che abbia creato qualcosa che è andato fuori controllo. È il classico problema della tecnologia: il suo utilizzo richiede grosse responsabilità. Penso che abbia fatto delle scelte opinabili ma soprattutto c’è il fatto che quando qualcosa diventa troppo grande si perde il controllo. Internet è una cosa meravigliosa, veicola tantissime informazioni. Ci rende più consapevoli ma al tempo stesso c’è moltissima propaganda, così tante fake news che non sappiamo bene a cosa credere. Una volta nei libri ci si immaginava un futuro in cui la tecnologia sarebbe andata fuori controllo e avrebbe generato guerre di robot ma penso che oggi quella guerra la stiamo creando noi con la nostra tecnologia.

Pare che ci sia un ritorno del rock alternativo di metà anni ’00: band come i Franz Ferdinand, gli MGMT e gli Arctic Monkeys hanno pubblicato nuovo materiale negli ultimi mesi. Secondo te qual è la grande lezione di quello stile musicale?

Mi piace che stia tornando e sono davvero felice di farne parte. Trovare di nuovo band basate sulle chitarre nelle radio mainstream era qualcosa che mancava da molto tempo. Spero davvero che le persone comincino a vedere questo come un’opportunità per dare vita di nuovo a qualcosa che conti. Il rock and roll è stato molto leggero ultimamente. Band come gli MGMT se ne sono sbattute della loro popolarità: hanno scritto grosse hit che tutti hanno amato, spostandosi verso il pop, ma nei concerti hanno un po’ lottato contro se stessi. E io dico: “Facciamolo tutti! Andiamo a rendere più figo il mainstream”.


Ascolta Woodstock dei Portugal. The Man in streaming

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