Porcupine Tree: «Jack White ha scritto l’ultimo grande riff rock, tutto il resto è già sentito»

Quello del gruppo britannico è stato uno dei ritorni più attesi dal pubblico rock. Con il nuovo album “Closure/Continuation”, il trio guidato da Steven Wilson entra negli anni ’20 mantenendo intatta la propria aura di cult band
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I Porcupine Tree: da sinistra a destra, Richard Barbieri (tastiere), Steven Wilson (voce, chitarra, basso) e Gavin Harrison (batteria). Fonte: ufficio stampa

Dopo il ritorno dei Tool con Fear Inoculum del 2019, l’altro grande “comeback” atteso da certo pubblico rock è stato senza dubbio quello dei Porcupine Tree: le due band hanno più di un aspetto in comune, viste le fanbase in larga parte sovrapponibili e la pausa discografica di tredici anni fra un album e l’altro. Tale è il tempo che il devoto pubblico del gruppo (particolarmente folto in Italia) ha dovuto aspettare per vedere il successore di The Incident del 2009.


Closure/Continuation, dal titolo volutamente ambiguo circa futuri nuovi lavori della band, è il disco che mette fine all’attesa. Nonostante la riduzione a trio (il bassista Colin Edwin non ha partecipato al progetto), i Porcospini continuano a mantenere intatta quell’aura da cult band che li accompagna ormai da trent’anni. Anche nel nostro paese: non per niente l’album ha esordito direttamente alla prima posizione della classifica FIMI/GfK dei vinili e al quarto di quella generale degli album.


Il loro tour toccherà l’Italia con la data del 24 ottobre al Mediolanum Forum di Assago. Abbiamo incontrato il tastierista Richard Barbieri e la “mastermind” Wilson per farci raccontare tutto: ecco un estratto dell’intervista che leggerete integralmente sul numero di luglio/agosto di Billboard Italia.

Concentrandoci sull’aspetto della “continuazione”, raccontatemi com’è che i pezzi del progetto Porcupine Tree si sono ricomposti nel tempo.

Steven Wilson: Prima di tutto occorre dire che non ci siamo mai ufficialmente sciolti. Abbiamo cominciato a lavorare su questi materiali nel 2012, senza pressioni, senza dirlo a nessuno. Questo ha permesso alla musica di venire fuori in maniera molto naturale. Una cosa che non volevamo fare era tornare con un album che fosse più o meno la solita roba. Se torniamo, ci deve essere una ragione per farlo.

Dunque i brani sono frutto di una stratificazione avvenuta nell’arco di un decennio. Potete ricostruire la “timeline” e le dinamiche del processo creativo di quest’album?

Richard Barbieri: Fondamentalmente Gavin e Steven si misero al lavoro poco dopo l’ultimo concerto (alla Royal Albert Hall di Londra nel 2010, ndr) e buttarono giù il grosso dell’album insieme. Io ho dato il mio contributo a partire dal 2015/16, poi con il lockdown tutto si è intensificato: potevo lavorare tutti i giorni facilmente con la strumentazione che ho a casa.

SW: Sì, se non fosse stato per il lockdown, oggi non saremmo qui seduti a parlare dell’album. Magari ci sarebbero voluti altri tre anni. Se non altro, un aspetto positivo della pandemia.

Mi pare che siate d’accordo nel definire l’album come un lavoro molto più collaborativo che in passato.

RB: In passato nei nostri dischi c’erano magari un paio di brani co-scritti da altri membri, ma essenzialmente Steven scriveva tutto. Dopo la nostra pausa e il periodo degli album solisti di Steven, per lui non aveva senso che fossimo coinvolti nuovamente nel progetto Porcupine Tree se questo non fosse stato un lavoro di gruppo. C’è solo un pezzo che Steven ha scritto interamente da solo (il singolo Of the New Day, ndr), gli altri vedono il contributo mio o di Gavin.

SW: Ho detto: “Ok, se facciamo un nuovo disco dobbiamo farlo insieme, in tutto il suo processo”. Per esempio, in passato Richard non sarebbe stato seduto qui: io avrei fatto da solo tutta la promozione. Ma questa volta abbiamo voluto che fosse un lavoro a tre dall’inizio alla fine. E questo è un grosso cambiamento per me, perché sono un maniaco del controllo…

Porcupine Tree - Closure-Continuation - intervista - Air Studios
I Porcupine Tree agli Air Studios di Londra
Ho apprezzato la melodia di basso suonata a metà di Dignity, laddove mi aspetterei semmai una chitarra baritono o qualcosa del genere. Come mai una scelta di arrangiamento così particolare?

RB: Perché questa volta Steven ha composto usando molto il basso.

SW: Sai, io suono il basso come un chitarrista: quando lo prendo in mano suono melodie e accordi. Mi annoio abbastanza quando suono la chitarra. Perché sento che non c’è niente di nuovo da dire con quello strumento. Ma quando suono il basso o la tastiera, trovo improvvisamente molta più ispirazione, perché posso fare cose che non ho mai provato. Prendi per esempio Harridan: per noi è piuttosto inusuale aprire un album dei Porcupine Tree con un riff di basso.

Spesso però le canzoni dei Porcupine Tree sono costruite intorno ai riff di chitarra: è un’arte andata perduta ultimamente?

SW: Jack White ha scritto l’ultimo grande riff di chitarra, quello di Seven Nation Army. Nel rock e nel metal, da Jimmy Page e Tony Iommi in poi, tutti i grandi riff sono già stati scritti. Per questo la musica mainstream si è spostata sempre di più sull’elettronica. Ma spero di sbagliarmi.

Steven, hai remixato molti album iconici del passato, sia di gruppi prog rock che di artisti pop. Questo approccio “chirurgico” a quei capolavori ha mai influenzato la tua scrittura?

SW: Ho fatto dei dischi solisti che erano chiaramente ispirati dal mondo musicale in cui ero immerso in quel momento. The Raven That Refused to Sing (And Other Stories) del 2013 suonava molto prog nel senso tradizionale del termine, ed era proprio il periodo in cui remixavo i dischi di Yes e King Crimson. Invece all’epoca di To the Bone del 2017 remixavo album di Tears For Fears, XTC, Simple Minds, e penso che si senta.

Quando uscì The Incident, sia Spotify che i social media muovevano i primi passi e il mondo in generale era un posto molto diverso. Che spazio vedete per il progetto Porcupine Tree nell’era dello streaming e della comunicazione social?

SW: Sì, l’intero scenario è cambiato. Oggi non capisco bene cosa determini il successo o meno di un artista. Prendi Heat Waves dei Glass Animals, che ha raggiunto la #1 in America a un anno e mezzo dall’uscita e nessuno capisce come sia successo. Non capisco ancora bene il funzionamento del consumo di musica sui social media. Ma bisognerebbe capire in generale che ruolo giochi la musica nelle vite delle persone oggi. Quando io e Richard eravamo giovani, la musica era il modo principale per differenziarsi dai propri genitori. La musica che sceglievi ti definiva come individuo. Ora molto spesso i genitori hanno gusti più interessanti dei figli!

RB: Immagina il tempo, la quantità di ore che tutti noi abbiamo dedicato ad ogni album: leggere le recensioni, farsi un’idea, andare a comprarlo, ascoltarlo a ripetizione… La gente non ha più quel tempo a disposizione, non ci sono abbastanza ore in un giorno. Deve essere tutto breve, veloce, consumato sul momento prima di passare a qualcos’altro.

Ascolta Closure/Continuation dei Porcupine Tree


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