Pink Floyd: i segreti delle iconiche copertine raccontati dal grafico Aubrey Powell dello studio Hipgnosis

Perché una mucca sulla cover di Atom Heart Mother? Bruciava davvero il businessman di Wish You Were Here? E come nasce l’idea del prisma di The Dark Side of the Moon? Il grande graphic designer ha ripercorso quegli anni incredibili in un incontro pubblico al Medimex di Taranto
Pink Floyd - The Dark Side of the Moon
Pink Floyd, The Dark Side of the Moon

Dalla metà degli anni ’60 in poi, le arti grafiche sono un’insostituibile risorsa per la pop music. Non è un’esagerazione affermare che il successo di molti album storici, soprattutto nel periodo d’oro degli LP, sia dovuto anche alla qualità dell’artwork che li accompagnava (o, a vederla da un altro punto di vista, più di marketing, alla riconoscibilità di quello, visto che la musica occidentale è un prodotto che esiste in un mercato capitalistico).


In alcuni casi, poi, le copertine dei dischi trascendono l’aspetto prettamente artistico per diventare icone a tutti gli effetti, capaci di affascinare anche a distanza di decenni per la molteplicità di significati che sembrano condensare. È certamente il caso di The Dark Side of the Moon, album perfetto con cui nel 1973 i Pink Floyd sancirono il salto da padroni della scena alternativa britannica a band di punta a livello globale.


Com’è noto, dietro al celeberrimo prisma di quella copertina stava il genio artistico dello studio Hipgnosis, fondato da Storm Thorgerson e Aubrey Powell, già amici di lunga data della band che realizzarono le cover anche dei dischi precedenti e successivi a quel fenomenale best seller.

In occasione dell’inaugurazione della mostra Hipgnosis Studio: Pink Floyd and Beyond al MArTA di Taranto, dove sono esposti i suoi lavori originali fra un pezzo archeologico e l’altro, il 75enne Powell ha raccontato quegli anni incredibili in un incontro organizzato dal Medimex.

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Aubrey Powell (fonte: Medimex)

La mostra Hipgnosis Studio: Pink Floyd and Beyond

La mostra (in esposizione fino al 17 luglio) ripercorre la storia dei Pink Floyd attraverso il lavoro dello studio grafico che aiutò a tradurre in immagini la loro opera sonora. In anteprima nazionale, comprende 55 opere di grande formato.

Con un nucleo centrale che racconta la collaborazione tra Studio Hipgnosis e i Pink Floyd, l’esposizione raccoglie alcune delle copertine più iconiche della band accanto a lavori preparatori e outtake, per mostrare il processo creativo all’origine di quelle che ormai sono diventate pietre miliari non solo dell’arte e del design ma anche della cultura visiva contemporanea. Dai lavori per i Pink Floyd, la mostra si allarga alle opere realizzate per band come Led Zeppelin, Peter Gabriel, Genesis e Rolling Stones.

«All’inizio ero nervoso, mi chiedevo come potesse funzionare», ha detto Powell. «Ma quando sono arrivato, ho tirato un sospiro di sollievo. Guardando i bellissimi pezzi di questo museo e le foto che ho fatto negli anni ’70, c’è senz’altro una connessione emotiva. Proprio come quei pezzi, il lavoro di Hipgnosis non era fatto al computer: per esempio l’uomo sulla copertina di Wish You Were Here era uno stuntman che bruciava per davvero».

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Aubrey Powell in conversazione con Carlo Massarini (fonte: Medimex)

La nascita di Hipgnosis e l’inizio del lavoro con i Pink Floyd

«Vivevo con Storm Thorgerson in un appartamento a Londra insieme a Syd Barrett», racconta Powell. «Syd era molto bravo con le parole. Un giorno abbiamo trovato il nome “Hipgnosis” (gioco di parole fra “hip”, ovvero cool, e “gnosis”, cioè conoscenza in senso spirituale, ndr) scritto su una porta bianca e sapevamo che era stato Syd… All’inizio ci siamo arrabbiati, ma cercavamo un nome per la nostra società e ci è sembrato perfetto».

Quella con i Pink Floyd non era una conoscenza casuale. Come spiega Powell, «Venivamo tutti da Cambridge. Eravamo tutti amici, suonavamo la chitarra (io non molto bene…). Quando ci trasferimmo a Londra, i Pink Floyd ci chiesero di realizzare la copertina dell’album A Saucerful of Secrets. Volevano avere controllo creativo sul loro lavoro, senza essere controllati dalla casa discografica».

E ancora: «I Pink Floyd all’epoca erano una band underground, non erano particolarmente popolari. Facevano “space rock”, una musica influenzata dalle droghe, soprattutto LSD. A quei tempi le copertine erano importanti, non c’erano molti programmi TV o riviste che parlassero di musica. Per cui la cover era il biglietto da visita del gruppo. Sceglievamo le idee insieme: era – ed è ancora oggi! – una sinergia molto stretta».

Ummagumma

La copertina dell’album Ummagumma è basata su un gioco di ripetizione in cui la stessa immagine compare moltiplicata “all’infinito” in una cornice, con i membri della band che si alternano nelle posizioni l’uno dell’altro. Perché allora proprio David Gilmour compare in primo piano nell’immagine principale? Semplice, perché era il più bello…

«L’idea della copertina viene da una marca di cacao olandese chiamata Droste», racconta Powell. «Sulla confezione c’era un gioco di moltiplicazione simile: una donna teneva un vassoio con una scatola con un’immagine identica. Comunque “Ummagumma” vuol dire “scopare”: era un termine dello slang di Cambridge».

Atom Heart Mother

Un album di svolta: la band si stava allontanando “space rock” degli esordi in favore di un approccio di più ampio respiro. Un pezzo come Atom Heart Mother Suite, con le sue ispirazioni classiche, non era ciò che i fan “storici” della band si aspettavano.

«Io e Storm eravamo molto influenzati dal surrealismo e dal dadaismo», ricorda Powell. «Sentendo la musica, così particolare, non avevamo idea di cosa proporre per la copertina. Peraltro, per tranquillizzare i discografici, i Pink Floyd gli fecero sentire un pezzo diverso… Pensammo di fare qualcosa di molto semplice. Storm disse: “Perché non una mucca?”. Andammo in un campo appena fuori Londra e fotografammo questa mucca chiamata Lulubelle III».

E ancora: «La band la trovò subito fantastica. Storm non volle scritte sulla copertina. Quando la presentarono all’etichetta, i discografici non potevano credere che questa fosse davvero la cover… A quei tempi in un negozio di musica c’era una miriade di dischi. Ma una copertina del genere la riconoscevi subito. Gilmour scherzando ha detto che la gente conosce più la copertina che il disco».

The Dark Side of the Moon

«Fu un’idea molto semplice», dice Powell. «Andai agli Abbey Road Studios per parlare della cover. La band disse di non volere un’altra trovata surrealista. Richard Wright disse: “Perché non una scatola di cioccolatini?”. Avevamo un libro sulla fisica della rifrazione e Storm disse: “Trovato! Un prisma che rifrange la luce”. Avevamo anche altre idee, ma la band fu subito convinta riguardo a questa».

Prosegue così: «Il motivo per cui questa copertina è così forte è che all’epoca era al 100% l’immagine dei Pink Floyd. Erano la prima band al mondo a concentrarsi su grandi spettacoli di luci. Era ciò che Roger Waters chiamava “electric theatre”. Ma erano sempre vestiti di nero, non si vedevano bene, suonavano anche girati di spalle. Per cui il palco era molto scuro, pur avendo queste luci incredibili. Per questo la cover era una perfetta rappresentazione».

Wish You Were Here

Ricorda Powell: «Ascoltammo i testi dell’album, che parlano di assenza. Si parlava di Syd Barrett ma anche di follia in generale e di disonestà nel business musicale. Già a quell’epoca nell’industria discografica c’erano un sacco di dirigenti stronzi a cui non fregava niente delle band. Una canzone come Have a Cigar parla di proprio di quel mondo».

Come tutti sanno, sulla copertina dell’album è raffigurato un uomo d’affari che stringe la mano a un altro businessman che va a fuoco. Perché? «Era una rappresentazione delle dinamiche dell’industria musicale di allora: gente che voleva fregare le band (“to get burned” significa anche “venire fregati”, ndr). Lo sticker poi l’ha voluto l’etichetta discografica. Ma rappresenta due mani robotiche che si stringono la mano, in assenza totale di contatto umano».

Animals

Ultima copertina realizzata da Hipgnosis fra gli album storici (si sarebbero ricongiunti nuovamente per A Momentary Lapse of Reason) è quella di Animals del 1977. «A quell’epoca i Pink Floyd erano enormi. Suonavano in America davanti a 95mila persone a sera. Era un’idea di Roger Waters quella di far volare dei maiali: la parola “pig” in America si usa per dire “poliziotto”, per cui era una cosa molto antagonista. Grazie a questa copertina, la Battersea Power Station è diventata uno dei simboli di Londra».


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