I Phoenix sono tornati: «Siamo irrazionali, per creare qualcosa di essenziale ed elegante»

Le stazioni radio di musica classica, le scenografie dell’opera lirica italiana, le drum machine degli anni ’80, la melanconia in stile anni Zero… “Alpha Zulu” è un po’ tutto questo ed è il disco dei Phoenix che speravamo di ascoltare. Presto in concerto a Milano
Phoenix - Alpha Zulu - intervista - foto di Shervin Lanez - 3
Phoenix (foto di Shervin Lanez)

Avevamo lasciato i Phoenix cinque anni fa con un disco ispirato al Belpaese, eloquentemente intitolato Ti Amo. E l’attesa è stata ripagata con uno dei loro album migliori, Alpha Zulu (Loyaute / Glassnote Records) che ad ascoltarlo tutto di un fiato ti sembra il seguito del magnifico Wolfgang Amadeus Phoenix, per struttura e ispirazione. E c’è anche la liaison con la storia e l’arte, perché se il magnifico album del 2009 aveva un titolo così impegnativo, Alpha Zulu è un disco che invece è nato in un museo.

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Se andrete a vedere i Phoenix dal vivo (a Milano l’unica data italiana, il 18 novembre), vi accorgerete che la band suonerà accompagnata da uno spettacolare set digitale, dove sembrerà di essere immersi nelle scenografie di antiche opere liriche e non solo.


Conversare con “Branco” è sempre un piacere: l’ultima volta ci ha raccontato della sua vita da pendolare tra Parigi e Roma – le città dove vive e che ama in egual intensità – e non manca mai di darti dei consigli musicali. In tempi non sospetti mi ha consigliato proprio lui di ascoltare con attenzione Giorgio Poi e di riscoprire la musica di Alexander “Skip” Spence e di Lô Borges. Ma questa volta mi ha fatto una sorpresa e, collegato da Los Angeles, compare anche Thomas per parlare nel dettaglio di questo bel ritorno.

Partirei dalla copertina, che riproduce il quadro di Botticelli esposto alla Gemäldegalerie di Berlino. Parlando di recente con il producer Sascha Ring, lui mi ha raccontato che il nuovo album dei Moderat ha trovato la giusta ispirazione durante le sue lunghe viste proprio in quel museo. Voi avete registrato Alpha Zulu dentro il Musée des Arts Décoratifs. Sembra che l’arte del passato sia stata per molti una sorta di balsamo e di fonte di ispirazione durante un’epoca così dolorosa come quella provocata dalla pandemia.

Thomas Mars Mi piace il termine “balsamo”. L’arte ha avuto davvero questo effetto su di me e sugli altri componenti dei Phoenix durante quel periodo. Essere in uno stato di sospensione e di attesa pone gli eventi in una prospettiva differente. Ho ascoltato la mia radio preferita a Los Angeles, che trasmette solo musica classica. Noi abbiamo anche “studiato”, suonato accordi dagli spartiti di Baden Powell, e alla fine tutti assieme siamo finiti a registrare dentro un museo. Se ci pensi, noi arriviamo da Versailles: i musei, la storia sono cose familiari, e siamo pronti a trovare ispirazione dall’arte del passato.

Ho visto che adesso al Musée des Arts Décoratifs c’è una mostra che mi piacerebbe vedere: Les Années 80. Mode, design et graphisme en France. C’è una presenza degli anni ’80 in qualche canzone di questo album? Faccio un esempio: in All Eyes on Me sento un “tocco” di Rockit di Herbie Hancock.

TM Sai, noi cerchiamo l’inspirazione dal passato lontano e non ci poniamo dei dilemmi – giusto o sbagliato – e in generale ogni fonte d’ispirazione è buona per cercare un indizio, per iniziare a dar forma a qualcosa di totalmente nostro. Ma tutti quanti noi essendo stati adolescenti alla fine degli anni ’80, beh, è inevitabile che quel decennio sia entrato dentro di noi.

È stata un’epoca formativa per noi tutti: le prime reazioni all’ascolto di un disco, l’innamoramento per una canzone o la scelta di un poster in cameretta… Ma anche la musica che ascoltavamo agli inizi degli anni ’90 per esempio è importante per noi. Quello è stato un periodo altrettanto cruciale tra la musica indie UK e la scena dance che cresceva. Tutto quel fermento è entrato nelle nostre composizioni sin da subito.

Laurent “Branco” Brancowitz Per questo album abbiamo lavorato tantissimo con le drum machine e i pattern utilizzati richiamano molto agli anni ’80. Probabilmente questo è anche uno dei motivi per cui nomini Rockit per All Eyes On Me.

Sembra che per Alpha Zulu abbiate lavorato per sottrazione. Branco, tanti anni fa mi hai raccontato come nacque la bella canzone Fences. Il compianto Philippe Zdar vi disse: “Dammi la demo version, ci metto dei beats, un tocco di synth e voilà, è pronta”. Ecco, esagerando, il vostro nuovo album sembra seguire quel processo di produzione.

LB Assolutamente vero, ma noi creiamo spesso con un tocco di irrazionalità. Quando poi dobbiamo trasformare il nostro materiale grezzo in un disco allora propendiamo per qualcosa di essenziale e al contempo elegante. Tutto deve essere finalizzato a catturare l’effetto primario che avevamo in mente, senza troppi rimaneggiamenti. Ci manca moltissimo Philippe ma per fortuna ci ha lasciato in eredità i suoi pensieri e le sue idee geniali.

Mi piace anche l’uso del sample di un brano dei sudafricani Faka in Identical. Segue quello che dici.

LB Abbiamo preso un loop da Uyang’Khumbula del duo Faka e poi ci abbiamo sovrapposto una drum machine, guarda caso stile anni ’80 (ride, ndr) e un groove azzeccato. Voilà, ecco quello che intendevo per essenziale!

Branco, sai che ascoltando My Elixir c’è un riff di chitarra che mi fa ricordare il grande Tom Verlaine, addirittura Marquee Moon?

LB Mmm… Anche la mia compagna me l’ha detto: “Non puoi copiare!”. E io le ho risposto: “Ma no dai, non è vero!”. (Soppia in una fragorosa risata, ndr)

Perdonatemi se vado di rimandi ma Artefact mi ha fatto venire in mente i The Strokes. Com’è nata questa canzone?

LB Sai che penso di sapere il motivo per cui citi gli Strokes? Per prima cosa questa melodia leggermente melanconica che pervade Artefact,ma anche altre nostre vecchie canzoni, ci accomuna ad alcune cose dei The Strokes. Sai, non sei il primo a farci questa osservazione.

Ci sono tante band della nostra generazione che creano delle melodie e usano gli stessi audio tools, provando dei delay da affiancare al proprio tono di voce che addirittura decenni fa utilizzava Ritchie Valens, oltre che ovviamente l’utilizzo di piccoli accorgimenti suggeriti dall’autotune. Pensa che oggi in tanti trovano irresistibile utilizzare un accordo di sopratonica, e Artefact ne contiene, come accadeva un tempo nelle canzoni di Prince e ora di band come i The Strokes…

A proposito di affinità, Tonight è certamente una perfetta canzone in stile Phoenix ma avete coinvolto Ezra Koenig. I Vampire Weekend sono nati dopo i Phoenix come band ma penso che abbiate molte cose in comune. Com’è nata questa collaborazione?

TM Quando lavoriamo in studio, abbiamo sempre una lavagna bianca dove segniamo le nostre idee o alcune reference. Così per il precedente album Ti Amo potevi vedere scritto “Lucio Battisti” e “Franco Battiato”, e quando scriviamo dei nomi così importanti su una lavagna poi cerchiamo di fare il nostro meglio per rispettare il loro lavoro, la loro eredità. Accanto a Tonight abbiamo messo il nome di Ezra perché c’era una strofa perfetta per lui. Lo sapevo perché ci siamo incontrati spesso con loro nei tour, e poi mi era capitato di passare del tempo con Ezra proprio in Italia.

Davvero?

TM Sì, una bella vacanza assieme! E io alla fine lo conoscevo abbastanza per capire che se gli avessi chiesto di collaborare con noi, lui avrebbe accettato o declinato l’invito senza troppi convenevoli. Alla fine è un po’ per questo motivo che non abbiamo mai voluto fare pezzi come Phoenix assieme ad altri o avere dei feat, perché siamo ansiosi di conoscere se davvero la proposta piace o no. Ti faccio un esempio: se Beyoncé ci mandasse dei testi o delle melodie e noi dovessimo fare una canzone per lei, sarebbe un problema! (Ride, ndr) Saremmo bloccati nonostante la consapevolezza che lei sia brava e che ci farebbe crescere in popolarità!

Ma sai che ascoltando Tonight sento che la tua voce e quella di Ezra abbiano dei punti in comune? Quasi non vi distinguo.

TM Beh, il testo della canzone finisce con questa frase: “Oh how I wish I could be someone like you / Be someone else, someone else, someone like you”. Direi che spiega molte cose. Quando abbiamo cantato questo brano ci siamo imitati a vicenda nel modo di cantare.

Siete insieme ormai da molti lustri e dal vivo ogni volta si apprezza la vostra energia e il vostro stare bene assieme su un palco. Qual è il vostro segreto?

LB Il segreto è proprio quello: divertirsi sempre. Cerchiamo un senso di avventura assieme, cerchiamo di vivere il nostro momento, che sia positivo o negativo. Ho ricordi divertenti di periodi dove addirittura non avevamo una camera prenotata, durante il tour.

TM È bello avere un segreto, no? (Ride, ndr) In realtà è molto difficile rispondere alla tua domanda.

Ho visto alcune immagini del vostro show e devo dire che il lavoro scenografico tutto digitale di Pablo Mantovani è spettacolare.

LB Ci siamo ispirati alle scenografie dell’opera italiana e le abbiamo fatte rielaborare digitalmente da Pablo. È divertente suonare in quel contesto, che noi chiamiamo “digital opera box”.

TM Noi creiamo diversi set per ogni canzone, trasportando così il pubblico in scenari diversi e inaspettati. Prima di preparare il tour sono andato a vedermi alcuni spettacoli del New York City Ballet e le scenografie mi hanno lasciato di stucco per i cambiamenti continui. Ho pensato che sarebbe stato bello che noi facessimo la stessa cosa, che creassimo degli elementi di sorpresa per ogni canzone. Certo, in un teatro dove assisti a un balletto non puoi metterti a saltare e a ballare… ma a quello ci penseranno le nostre canzoni e i luoghi scelti per il tour. Siamo molto fiduciosi che vi divertirete con noi.

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Phoenix (foto di Shervin Lanez)
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