Dai Tame Impala ai Moon Duo, la psichedelia non muore mai

“Turn on, tune in, drop out”: i tempi cambiano e la musica si evolve, ma il motto coniato nel 1966 da Timothy Leary non perde di attualità. Lo provano i dieci artisti qui menzionati, responsabili di altrettante valide “modernizzazioni” del rock psichedelico
Nuova psichedelia - Tame Impala - 2 - foto di Dana Trippe
Tame Impala (foto di Dana Trippe)

Da quando vide “ufficialmente” la luce nella seconda metà degli anni ’60, con lo scopo di fungere da colonna sonora e ulteriore stimolo alle percezioni allargate dall’uso delle droghe lisergiche, la psichedelia non è mai morta. Il rock psichedelico ha via via assunto tante forme, assorbendo gli input dei tempi che cambiavano o adagiandosi su rassicuranti riciclaggi, ma c’è sempre stato, conquistando di rado spazio nelle cronache maggiori ma rimanendo costantemente seguito e propagandato da nicchie più o meno ampie di cultori.


I maestri degli anni ’60 e la rifioritura della psichedelia negli anni ’80

Banalizzando come più non si potrebbe, tutto cominciò negli Stati Uniti con Byrds, Grateful Dead, Jefferson Airplane e 13th Floor Elevators e in Gran Bretagna con Beatles, Pink Floyd e Soft Machine, ma anche se dopo solo qualche anno i progenitori scomparvero o si dedicarono ad altri generi, il fuoco da essi acceso ha continuato a bruciare fino ai giorni nostri, pensiamo alle declinazioni in chiave black di Sly And The Family Stone e Parliament/Funkadelic e, nei ’70, a certi esperimenti del krautrock e allo space rock degli Hawkwind.


Senza dubbio importante fu la rivisitazione in salsa wave dei primi Echo & The Bunnymen e dei Teardrop Explodes di Julian Cope; e, andando avanti, al Paisley Underground di Dream Syndicate e Rain Parade e a tutto il Sixties-revival degli ’80, a Spacemen 3 e Loop, alla scena di Madchester e a quella shoegaze/dream pop, a Flaming Lips e Spiritualized, allo stoner dei Kyuss, ai Motorpsycho, ad alcune branche del trip hop, al desert rock dei Tinariwen e, all’alba del terzo millennio, a band tra loro diversissime come Black Angels, Deerhunter, Black Mountain, Animal Collective, MGMT o Dungen, per restringere il campo allo stretto essenziale e dimenticando di sicuro qualcosa.

A partire dai Sixties, la psichedelia è insomma una presenza stabile nel rock underground e overground, con la quale ci si deve per forza confrontare.

Non considerando i veterani ancora in attività, né quanti si limitano a riciclaggi poco creativi dei modelli storici, la fiaccola lisergica è oggi retta da numerosi gruppi emersi da una quindicina di anni che hanno pensato di tenerla viva con l’utilizzo funzionale e non invasivo dell’elettronica. Quasi tutti sono esclusi dalle (ormai poco rilevanti) classifiche di vendita, ma sono amati da schiere di fedelissimi.

Nuovo millennio e nuovi testimoni, i più visionari

Fanno eccezione alla regola, in quanto mattatori delle charts, i Tame Impala, in realtà un progetto di un’unica persona, il 36enne australiano Kevin Parker. Il polistrumentista, songwriter, cantante e produttore ha pubblicato un poker di album all’insegna di un sound moderno, progressivamente orientatisi verso più accessibili sonorità di indirizzo pop/dance; in termini di aderenza al rock volto ad aprire le porte della conoscenza care a William Blake e Aldous Huxley, Innerspeaker (2010) e Lonerism (2012) sono preferibili a Currents (2015) e The Slow Rush (2020).

Curiosamente, il Continente Nuovissimo è da un po’ un’autentica fucina di formazioni inquadrabili nella vasta area psych. Dai Pond (che dei Tame Impala sono una sorta di satellite) a Babe Rainbow e Tropical Fuck Storm. Dai meno noti Moses Gunn Collective e Psychedelic Porn Crumpets fino ai più chiacchierati del lotto, ovvero i King Gizzard And The Lizard Wizard. Abili nel destreggiarsi tra più stili mantenendo comunque alto il tasso di visionarietà, questi ultimi sono titolari una discografia tanto intricata quanto torrenziale (gli album di studio realizzati dal 2012 sono una ventina), della quale si possono indicare come vertici I’m in Your Mind Fuzz (2014) e Nonagon Infinity (2016).

Attraversando il Pacifico e approdando in quella California che della psichedelia fu la culla, viene spontaneo citare subito Jonathan Wilson. Pur muovendosi in territori più prossimi al folk può per più di un verso essere visto come un contraltare americano d(e)i Tame Impala; eloquente, in tal senso, il suo secondo album ufficiale Fanfare (2013).

Della zona di Los Angeles sono anche i sempre morbidi ma non proprio canonici Foxygen. Programmatico il titolo del loro disco più apprezzato, We Are the 21st Century Ambassadors of Peace & Magic del 2013. Mentre sono di San Francisco i Moon Duo, che prediligono le ritmiche ossessive, i chitarroni riverberati e il canto sofficemente evocativo. Circles, del 2012, è un valido biglietto da visita. Di psichedelia se ne trova comunque a pacchi, in ogni angolo degli States.

La scena europea

E la vecchia Europa? Nel Regno Unito il ruolo di tedofori potrebbe essere affidato ai Temples di Sun Structures (2014) o ai TOY del debutto omonimo (2012). I primi più retromani e i secondi imparentati con il post-punk. Il fecondo panorama svedese è ben rappresentato dai filosperimentali Goat (World Music, 2012). Mentre un nome significativo per la Francia è Melody’s Echo Chamber, alias di Melody Prochet (protetta di Kevin Parker, produttore dell’album senza titolo del 2012), di sapore dream pop.

Per l’Italia, infine, la scelta deve cadere sui Julie’s Haircut. Esistono dai ’90 ma solo in anni relativamente recenti hanno abbracciato il Credo di una psichedelia non passatista e non priva di riferimenti di sapore esoterico. Lo illustra con efficacia Invocation and Ritual Dance of My Demon Twin del 2017. Fermo restando che il viaggio potrebbe avere centinaia di altre tappe, queste dieci sono più che sufficienti per farsi un’idea.


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