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I Muse all’Alcatraz di Milano: la bellezza dei grandi concerti rock nei club

Ieri sera tappa conclusiva del mini tour della band britannica in venue selezionatissime. Una dimensione più raccolta che entusiasma tanto il pubblico quanto gli artisti stessi
MUSE 1 @ Alcatraz Milano 26.10.2022 © stefano masselli
I Muse all’Alcatraz di Milano il 26 ottobre 2022 (foto di Stefano Masselli)

Ricordo una cosa che mi disse Chris Wolstenholme, bassista dei Muse, in un’intervista di qualche anno fa (era il periodo dell’album Simulation Theory). All’epoca erano reduci da un’infilata di 90 date in grandi venue, palazzetti e arene: «Per il modo in cui lo show è progettato, non c’è molta flessibilità per cambiare qualcosa: c’è talmente tanta tecnologia implicata che anche solo un cambio di canzone era un incubo per tutti. La combinazione di questo aspetto e della lunghezza del tour è stata spossante. Arrivi a un punto in cui sai di essere in una nuova città ma pensi: “Oh, è tutto identico a ieri. Però i posti a sedere oggi sono rossi!”».

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Questo già spiega in larga parte la scelta dei Muse di dar luogo – dopo la pubblicazione dell’ultimo album Will of the People – a un mini-tour con tappe selezionatissime e soprattutto in club dalla capienza di un paio di migliaia di persone.


Il bassista Chris Wolstenholme (foto di Stefano Masselli)

Il live dei Muse all’Alcatraz

Significativamente questo tour di sette date (Los Angeles, Chicago, Toronto, New York, Amsterdam, Parigi, Milano) si è concluso nel capoluogo lombardo ieri sera (26 ottobre) all’Alcatraz con un live ovviamente sold out. Fra i Muse e l’Italia c’è sempre stato un legame speciale, e del resto – come ricorda il frontman Matt Bellamy durante il concerto – è proprio all’Alcatraz che nel 2001 presentarono per la prima volta dal vivo una delle loro prime grandi hit, New Born.

Ad ogni modo, più che su una rassegna di hit la scaletta è centrata in gran parte sui brani di Will of the People. E qui occorre subito fare una precisazione: se nella nostra recensione dell’album avevamo espresso perplessità su alcuni brani, quegli stessi pezzi nella resa live diventano degli impeccabili “rock anthem”. Will of the People, Won’t Stand Down, We Are Fucking Fucked, Compliance esaltano in massimo grado le loro caratteristiche sonore: i momenti più “heavy” sono degni di un concerto metal e quelli più “ballabili” trasformano l’Alcatraz in una sorta di discoteca rock.

Una continua osmosi di energia

In ciò si vede lo spessore di una grande live band, oltre che l’inevitabile differenza di ascolto fra un album e un live. Oltretutto Bellamy in particolare è una forza della natura sul palco: presenza scenica pazzesca, corre da un lato all’altro come l’Angus Young dei tempi d’oro. I sodali Wolstenholme e Howard (a cui dal vivo si aggiunge il tastierista Dan Lancaster) sono l’insostituibile e solidissima colonna portante del sound.

In un contesto del genere il contatto fra pubblico e band è un’osmosi continua di energia in entrambe le direzioni. Si vede che la band si sta divertendo, ed è chiaro che proprio quel divertimento è la ragione di un tour che certamente non ha mire di carattere commerciale. Ovvero: lo facciamo perché ci piace farlo. Occasioni del genere sono rare e preziose per il pubblico, che infatti è caldissimo ed entusiasta.

Il batterista Dominic Howard (foto di Stefano Masselli)

Il live-evento

La scaletta, dicevamo, è compatta: inizio puntuale alle 21 e fine del concerto alle 22.30, compresi i bis (Killed or Be Killed, Knights of Cydonia). Mancano diversi “classiconi” che avrebbero mandato il pubblico in delirio (Hysteria, Time Is Running Out, anche una Madness) ma appare evidente che i Muse volessero testare dal vivo soprattutto i pezzi di Will of the People. Belle le citazioni di Calm Like a Bomb dei Rage Against The Machine (che però il pubblico sembra non cogliere), in coda a New Born, e di Foxy Lady di Jimi Hendrix in chiusura di Supermassive Black Hole.

In un concerto come questo il pensiero non può che andare a un altro live che si tenne sempre proprio all’Alcatraz: quello dei Red Hot Chili Peppers nel 2006 (epoca Stadium Arcadium). Ed è significativo che una delle ragioni per cui John Frusciante lasciò la band nei primi anni ’90 fu l’insofferenza nei confronti delle grandi venue: dopo il successo planetario di Blood Sugar Sex Magik non erano più il gruppo che si esibiva nei club e nei college ma un fenomeno da arene. Che bello invece quando i grandi gruppi rock si riappropriano degli spazi a loro congeniali.

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