Motta: «Ho accettato le mie contraddizioni ma cerco sempre la vertigine»

Oggi esce Semplice, il terzo album di Motta. Ma il titolo programmatico non deve trarre in inganno, qui un’anticipazione dell’intervista
Motta, foto di Claudia Pajewski
Motta, foto di Claudia Pajewski

Oggi esce Semplice (Sugar Music), il terzo album di (Francesco) Motta. Il primo dopo la partecipazione del 2019 al Festival di Sanremo, il primo – e anche l’ultimo durante una pandemia – dopo il matrimonio con l’attrice Carolina Crescentini.

Il progetto dell’artista toscano, una delle rivelazioni del decennio scorso nell’area tra canzone d’autore e rock, è in continuo sviluppo, e tra le inevitabili affinità con il passato emergono altrettanto inevitabili divergenze. Qui un’anticipazione dell’intervista che troverete integrale sul prossimo numero di maggio di Billboard italia.

Hai sempre messo la tua faccia in copertina, cosa che con i primi dischi di norma non si fa, e non l’hai fatto ora che sei più conosciuto.

Per me le copertine sono sempre state importantissime, così come l’ordine dei pezzi: ho ancora una visione romantica dei dischi. Al momento di decidere con quale immagine presentare la musica che l’album avrebbe contenuto, a una parte di me non dispiaceva lanciare un messaggio – tra mille virgolette – “politico”, visto che ogni giorno siamo bombardati di foto di tutti i generi.

Quando Valerio Bulla mi ha mostrato la prova che aveva elaborato, ho subito pensato “è perfetta”. Ho abbandonato l’altra ipotesi, cioè continuare a mettere in eterno un primo piano del mio viso per mostrare l’avanzare delle rughe (risate, ndr). Mi è parso opportuno fare un passo indietro e nascondermi per lasciar parlare la mia musica.

Motta: «Al momento di decidere con quale immagine presentare la musica che l’album avrebbe contenuto, non mi dispiaceva lanciare un messaggio “politico”»

È anche una reazione all’essere passato in breve tempo dal giro underground a Sanremo, da una vita normale a una da VIP?

In realtà, la pandemia e le sue conseguenze hanno molto ridimensionato la questione. Anche se cerchi di far finta di niente, è chiaro che essere di fronte a tremila persone che cantano un tuo pezzo fa effetto e può causare contraccolpi strani. Se la gente viene a mancare, se i normali rapporti sociali con relative pacche sulle spalle si interrompono, ti ritrovi solo con te stesso, a riflettere. La lontananza dal “normale” mi ha liberato da tutte le questioni accessorie che, per tanti versi, possono allontanare dal reale motivo per il quale ho iniziato a fare questo mestiere e ho voluto continuare a farlo.

Vuoi o non vuoi, certe cose “sporcano” il lavoro dello scrivere canzoni, portano ad accomodarsi e, magari, a preoccuparsi più del dovuto di quel che piace al prossimo.

Motta: «L’estate d’autunno, è uno dei pezzi che mi piace meno. Quindi ha le carte in regola per essere tra quelli che piacerà di più al pubblico»

In generale, sull’album incombe comunque l’amore… no?

Certo. L’amore era fondamentale anche nei due precedenti, ma di sicuro la mia visione è cambiata. La fine dei vent’anni era la fotografia di un preciso istante, Vivere o morire un guardare indietro e avanti senza capire bene dove volessi collocarmi. Ora è come se non avessi più paura di restare e ho accettato tutte le mie contraddizioni: sono questo ma sono anche quest’altro. L’estate d’autunno, che è uno dei pezzi che mi piace meno e che quindi ha le carte in regola per essere tra quelli che piacerà di più al pubblico, è un po’ la spiegazione. È nato dal mood di Se tu fossi una brava ragazza di Luigi Tenco, anche se le contraddizioni delle quali parlo sono le mie.

Caterina Caselli mi ha suggerito di provare a liberarmi di quel “loop armonico” che c’era sempre nella mia voce

Sotto il profilo musicale, Semplice evidenzia un’ulteriore evoluzione della tua formula. C’è il solito equilibrio, ma mi pare di riscontrare una maggiore “pienezza”.

Al termine del tour de La fine dei vent’anni, provando a suonare con la band i provini delle canzoni di Vivere o morire, mi è parso che tutto andasse subito bene; questo mi ha spaventato, spingendomi a ripartire da zero per cercare uno stato di non-comfort.

Per il secondo album ho deciso di annullare tutto ciò che avevo fatto prima, e dopo l’uscita il tour è proseguito fino all’estate del 2019. Mi sono reso conto del fatto che il gruppo è via via diventato parte del mio sound in maniera così spontanea che non solo non mi sono spaventato che tutto funzionasse, ma ho proprio voluto un disco più vicino al live. Ormai, dopo cinque anni, mi fido ciecamente dei miei compagni di avventura, e quindi l’album ha assunto una dimensione più corale.

Lo scorso settembre abbiamo registrato più o meno tutti assieme, e per la prima volta la mia band è divenuta parte di un mio disco. Sotto un certo profilo, Semplice è come lo sviluppo di alcune cose che sperimentavo con il mio gruppo pre-carriera solistica, i Criminal Jokers: in A te scopro echi dei Velvet Underground, Quello che non so di te è un pezzo “punk” alla Cure.

Motta, mi sembra pure che canti in maniera meno – come dire? – “svogliata”. Cosa è successo?

È successo un po’ quello che era accaduto con La fine dei vent’anni. Ovvero che ho avuto tanto tempo, e questo non solo a causa della pandemia. Il non essere legato a una consegna mi ha consentito di riascoltare moltissimo quello che avevo preparato. E quindi di capire dove “mi annoiavo“ maggiormente di me stesso.

Caterina Caselli mi ha suggerito di provare di liberarmi di quel “loop armonico” che c’era sempre nella mia voce. L’ho fatto, trovando quel senso di vertigine bella che cerco sempre, legato a cose che non avevo mai provato prima. Sono più affascinato da quello che non so fare piuttosto che da quello che conosco e che mi riesce facile. I paletti che, anche involontariamente, si mettono alla propria espressività devono far sentire in una situazione di non-comfort come quella di cui dicevo prima.

Purtroppo, per tutta una serie di vicissitudini – se hai letto Vivere la musica, il mio libro (è uscito l’anno scorso per Il Saggiatore, ndr), sai a cosa mi riferisco – non ho potuto prendere lezioni. Ma comunque mi piacerebbe trovare un maestro che mi dia una mano.

Intervista di Federico Guglielmi

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