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Manuel Agnelli: «Con questo album solista dimostro di non essere solo il “canzonettaro” degli Afterhours»

Strano immaginare che – dopo tutto quello che il cantautore/produttore/organizzatore ha realizzato in questi anni – qualcuno potesse pensare questo. Ora con “Ama il tuo prossimo come te stesso” dove Manuel riproduce il suono di quasi tutti gli strumenti cancella qualsiasi dubbio. E parla di Maneskin, dittatura del consenso e situazione politica
Manuel Agnelli, foto di Hugo Weber
Manuel Agnelli, foto di Hugo Weber

Dopo una decina di album con gli Afterhours, progetti culturali, festival e programmi tv, Manuel Agnelli pubblica ora il suo primo album da solista. Avete capito bene: il primo. Con un titolo decisamente importante: Ama il prossimo tuo come te stesso, in uscita venerdì 30 settembre per Island/Universal. Siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere con lui ma abbiamo anche assistito oggi alla presentazione ufficiale al teatro Filodrammatici di Milano, dove ha suonato dal vivo alcuni pezzi con il suo amato duo dei Little Pieces of Marmelade, la polistrumentista Beatrice Antolini e Giacomo Rossetti. Il tutto preceduto dall’introduzione dell’attore Marco Giallini, anche lui grande ammiratore della “piccola iena” della musica italiana. L’artista che non ha alcuna paura di alcun argomento, come ha sempre dimostrato.

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E che anche oggi non si è risparmiato su Måneskin. Potere (o non potere) delle intellighenzie milanesi e romane e del mondo degli alternativi. Il suo ruolo esternamente mal interpretato da “canzonettaro” all’interno della sua band. Dittatura del consenso. E visione della situazione politica all’indomani della vittoria politica della destra che può essere anche “un’occasione per ripartire”. «E lo dico da uomo che ha sempre votato a sinistra».


Una cosa è senza dubbio certa: che le opinioni di Manuel Agnelli non sono mai banali sfilze di luoghi comuni. Tanto meno in occasione della presentazione di queste dieci tracce, decisamente potenti e ricche di sorprese nella loro costruzione. Tre i pezzi già editi: Signorina mani avanti, Proci (ne avevamo parlato qui) e La profondità degli abissi (vincitrice del David di Donatello e del Nastro d’Argento come miglior canzone originale).

Che cosa ti sei sentito di poter fare in maniera più libera ora da solista rispetto al lavoro con gli Afterhours?

Quando hai a che fare con un progetto come una band ogni musicista vuole avere riconosciuto il suo spazio. Anche giustamente, direi. Quando s’inizia un album in quelle condizioni però, si sa già come suonerà la chitarra e come la batteria, per esempio. Tutto ciò può diventare una gabbia, anche se dorata. Invece questa volta avendo ricostruito tutti i suoni da solo, ho potuto davvero decidere. Tutto è nato dal periodo della pandemia in cui mi sono ritrovato costretto a farlo. Ma alla fine mi sono sentito ancora più libero.

Il brano che io ho sentito più vicino agli After è Severodonetsk.

Ci sono più chitarre, certo. Anche se ha una costruzione molto meno lineare del solito. Però è giusto così perché molte canzoni degli After in fondo al 80 % le ho scritte io. Non rinnego certo il mio passato, qui avrei anche potuto cancellare la parte con la band ma non sarebbe stato corretto. In questo disco c’è tutto me stesso: canzoni con linea melodica molto forte e altre molto oscure e violente. C’è molto pianoforte, strumento che forse avevo tralasciato con gli After e che ora voglio riproporre in modo più massiccio.

Hai addirittura trasformato il pianoforte.

A volte l’ho reso riconoscibile, altre molto meno. Ne La profondità degli abissi quello che sembra un riff di chitarra, in realtà è di pianoforte distorto. A volte è parte ritmica, a volte noise o melodica. In futuro voglio sperimentarlo sempre di più perché è lo strumento che so suonare meglio.

Ci sono anche suoni creati con oggetti comuni come pentole e bidoni dell’immondizia, dove in particolare?

In Signorina mani avanti c’è una seconda batteria suonata da Didi dei Little Pieces of Marmelade, oltre alla mia, e poi ci sono appunto dei bidoni suonati con delle catene. Anche dei martelli e dei coperchi usati al posto dei charleston. Mi sono divertito molto e svilupperò questa tecnica in futuro.

Questo disco è una deviazione dal percorso Afterhours?

Assolutamente no. Non è una parentesi ma un lavoro molto importante. Penso di poter dimostrare con questo lavoro quanto i suoni siano i miei e che non sono solo il “canzonettaro” degli Afterhours, come alcune persone impropriamente hanno pensato in passato.

Manuel, devo chiederti cosa pensi della vittoria della destra in Italia alle elezioni.

Non sono contento, è ovvio, perché sono sempre stato un elettore di sinistra. Però secondo me può essere un’occasione per ricominciare. Piuttosto che pensare di vincere in qualsiasi modo è giusto che ci si concentri su ciò che è importante e abbia un significato vero per le persone. Non per forza efficace. Se no diventa solo una lotta tra fazioni che ha disgustato molti.

Ti dà fastidio che la maggior parte degli artisti si esponga poco su argomenti politici? Tu anche in Severodonetsk e in Guerra e popcorn lo fai.

In generale, no. Mi dà fastidio che gli artisti non si espongano quando ci sono argomenti a cui sono decisamente vicini. Perché comunque sono un megafono. Sono in pochi a metterci la faccia ma avrebbero il dovere di farlo. Per esempio, durante il lockdown, io e altri artisti abbiamo preso delle posizioni nette contro le istituzioni. Non tutti lo hanno fatto. Poi uno deve parlare se ha cognizione di causa. Io non mi metto a dare la formazione dell’Inter per la partita successiva, anche se sono un tifosissimo. E non mi metto a dare consigli medici.

Ti sei sempre schierato contro la dittatura del consenso e del piacere a tutti a ogni costo. Ogni tanto ti sei reso conto di aver ceduto anche tu?

Non rinnego il consenso. Se faccio qualcosa mi fa piacere se piace e la condividono in tanti. Non è il mio obiettivo primario. Purtroppo, oggi la vediamo in tutti i campi. Se oggi fai San Siro hai senso e se non lo fai, no. Se come testata online fai milioni di click, va bene. E se no, no. Certo, d’altro canto, sono partito come vero e proprio disturbatore. Questa cosa alla fine ha scocciato anche me.

A te pare di non aver mai ceduto a questa logica?

Cedere non è il termine esatto. Ho fatto delle cose per il consenso, quello sì. Andare a X Factor. Ho acquisito una popolarità talmente grande che non avrei mai raggiunto come semplice musicista. Però, ecco, se ora vado al ristorante trovo posto. Sempre e comunque. Scherzo. Ma so che in questo modo avrei potuto, per esempio, aprire un centro culturale come Germi. E avrei avuto le economie per mandare avanti festival inter-culturali.

Se uno sa amministrarsi sono solo vantaggi. Credo che la scena underground, quella da cui provengo, si sia solo ghettizzata in questi anni dopo la meravigliosa esplosione degli anni ‘90. Tutto ciò ne ha procurato la morte.

Proci parla di quello?

Esatto. Racconta di quella intellighenzia milanese insopportabile che si parla addosso. Ma pure romana, perché avendo fatto televisione in questi anni ne sono venuto a contatto. Così mi sono reso conto della disgrazia culturale in cui stiamo vivendo adesso. Anche l’ambiente alternativo è quanto di più fascista e asfittico si possa immaginare!

Tu apriresti ancora un’etichetta? (dopo l’esperienza Vox Pop, ndr)

No. Perché necessita di un’energia pazzesca e io ne voglio conservare un po’ per fare il musicista.

Secondo te cosa sta succedendo ai Måneskin?

Ho sempre detto che la band ha funzionato in questo modo per motivazioni magiche e non logiche. Per questo motivo vedo con preoccupazione qualsiasi mutamento che li riguardi perché potrebbe cambiare quella magia. Io sono convinto che ci voglia qualcuno che si prenda davvero cura di loro.

Ama il prossimo tuo come te stesso: tu Manuel quanti ti ami?

Non moltissimo. Vedendo anche la foto che ho scelto per la cover dove mi brucio… il concetto è proprio “se è così che ti ami allora è meglio se non ami il prossimo tuo”. Ma ora non sono più così angosciato. Sarò sempre così negativo. Questo fa parte di me. Ho imparato però a godermi le cose. Perché la vita passa, l’ho visto coi miei occhi. Meglio quindi non far pesare troppo queste riflessioni.

Al di là di tutto penso che la frase abbia una potenza pazzesca al giorno d’oggi. Non è mai invecchiata e sai perché? Non è mai stata applicata. Oggi è super contemporanea.

Parli della situazione politica?

Sì. Oggi tutti parlano di geopolitica e non più di umanità e di persone. Per me questo è inaccettabile.

A 19 anni avevi lasciato la pallavolo per la musica. Manuel oggi potresti lasciare quest’ultima per la recitazione dopo l’esperienza nella serie tv Django o per il musical futuro Lazarus?

No. A 19 anni era stata un po’ una resa quella della pallavolo. Era stato un po’ da pazzi però sentivo di farlo perché mi faceva stare bene. Suonare fa stare bene. Lo vedo oggi con mia figlia che studia a Brera ma ha creato una band: si sfoga, si mette sulla stessa lunghezza d’onda degli altri e sta meglio. Ciò ti permette di analizzarti senza andare dall’analista. Mi piace fare cinema e continuerò a farlo. Ma io ho trovato la mia strada che è la musica e non la mollerò. Mai.

Manuel Agnelli sarà anche in tour, organizzato da Vertigo, a partire dal 3 dicembre, qui le date.

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