Måneskin: «Per essere rock dovremmo staccare le teste ai pipistrelli?»

Freschi di trionfo all’ultimo Festival di Sanremo, i Måneskin hanno presentato via Zoom alla stampa il nuovo album Teatro d’ira – Vol. I
Maneskin/ GABRIELE GIUSSANI
Maneskin/ GABRIELE GIUSSANI

Siamo solo a marzo, ma il 2021 è già indissolubilmente legato al nome dei Måneskin. Dopo la straordinaria vittoria alla 71esima Festival di Sanremo, il gruppo è prossimo ad un’altra tappa cruciale di una folgorante carriera. Il 19 marzo uscirà infatti Teatro d’ira – Vol. I, il nuovo disco della band, collegata oggi via Zoom dal viterbese per presentare alla stampa il progetto e annunciare nuove date nei palazzetti.

Si parte subito a bomba, con cinque esibizioni live dallo studio Il Mulino Recording in esclusiva per i giornalisti collegati. Non solo l’immancabile Zitti e buoni, fresca di vittoria sanremese ma anche estratti dal disco come I wanna be your slave e Coraline.

Il disco, insomma, è assoluto protagonista: «Abbiamo deciso di chiamarlo così per creare un contrasto tra il teatro, la collocazione, e l’ira, il soggetto. Per far capire come la nostra rabbia, il nostro impeto, sia da collocare in un contesto in cui c’è la possibilità di trasformarla in qualcosa di positivo. Vogliamo parlare di ira catartica, che può cambiare le cose», attacca Damiano.

I Måneskin sono visibilmente più maturi e confident rispetto agli inizi, forti di nuove consapevolezze, come conferma Victoria: «Abbiamo capito qual era la nostra forma più naturale. Eravamo più piccoli ai tempi del primo album. Quello che volevamo ottenere era proprio questa crudezza».

L’obiettivo è portare il live nel suono, esaltando ogni strumento. Da qui la scelta del Mulino Recording Studio: «Noi nasciamo live, e moriremo live. Siamo partiti dalla strada, in Via del Corso. È stata una scuola per noi. Lì il pubblico te lo devi conquistare».

Il disco è stato fatto in presa diretta, senza paletti di alcun tipo. «Non ci siamo imposti limiti sulle durate o sul linguaggio. […] Ci sono brani che toccano estremi opposti, senza però essere di nature diverse. Abbiamo voluto mantenere questa cosa scarna, live, dove si sentono tutti gli strumenti». La lingua non è esclusa da questa apertura. Non a caso sono presenti singoli in inglese. Una strizzata d’occhio all’estero? «Pensiamo di essere un progetto valido anche per l’estero. Scrivere in inglese fa parte di noi». C’è spazio anche per una chicca: «Abbiamo fatto un pezzo con i The Struts».

Spazio poi all’ossatura del disco: «I wanna be your slave mi regalerà le mie prime denunce per il testo colorito», spiega Damiano. «Vorrei si riuscisse ad andare oltre alla potenza e alla volgarità delle immagini descritte. È un modo per descrivere le sfaccettature della sessualità. […] Si gioca sui contrasti. Una persona può essere più cose senza per forza sceglierne una».

Colpisce anche In nome del padre: «Uno dei pezzi più spinti dell’album, l’ultimo che abbiamo scritto». Ma ci tengono a precisare il reale significato del titolo, a scanso di equivoci: «Nessuna blasfemia. Noi facciamo musica con talmente tanta passione che per noi è sacrale».

Si passa poi a Lividi sui gomiti, che sposa bene il filone rock / hip-hop: «È un crossover che ci piace molto. Un modo anche per portare alla luce tutti quello che c’è dietro al nostro lavoro».

Ma la vera protagonista della press conference dei Måneskin è Coraline: «Non è la storia di un cavaliere che salva una principessa in difficoltà. È una favola che finisce male. È la storia dell’appassimento di un fiore stupendo. Il cavaliere è uno spettatore inerme e impotente di fronte a quello che sta succedendo».

Dopo Sanremo, molti hanno parlato di fenomeno di rottura. Ma all’Eurovision il testo di Zitti e buoni si presenterà rimaneggiato, dopo qualche taglio alle parole più esplicite: «Non ci ha chiaramente fatto piacere dover cambiare il testo. Ma è anche una questione di buonsenso. Altrimenti ci squalificavano. Siamo ribelli, non scemi».

La band ne approfitta anche per togliersi qualche sassolino della scarpa, rispedendo al mittente le accuse di essere poco rock: «Avere un’identità e mantenerla nel mercato mainstream con un disco e un pezzo del genere… se non è rock questo… cosa dovremmo fare, staccare le teste ai pipistrelli?». I Måneskin allontanano da loro il calice della fissità musicale e delle etichette. Una scelta che sembra dare i suoi frutti: «Ieri un ragazzo con la tuta dell’Adidas e il borsello ci ha chiesto la foto», raccontano divertiti.

La fluidità estetica a cui la band ci ha abituato (e che ritroveremo anche in copertina, con le «gambe da paura» di Damiano) offre l’occasione di uno scambio tra giornalisti e band sullo spaccato della loro generazione che segue i Måneskin:

«Noi vediamo che sempre più ragazzi della nostra età cominciano ad essere informati su quello che succede. La nostra generazione si sta interessando alle minoranze, anche perché si sente rappresentata. Si parla di più e meglio di queste cose. Anche a livello pratico tante persone si stanno liberando dei preconcetti». Non resta che aspettare il disco, che dedicheranno a tutti quelli che non credevano in loro, chiedendo “dove pensate di andare con la musica?”. La risposta dei Måneskin? «A vincere Sanremo 2021».

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