Low, mormoni d’avanguardia: «Gli estremi ci attraggono ogni giorno di più»

Reduce dal plauso trasversale raccolto con il precedente Double Negative, il 10 settembre il duo di Duluth pubblica il nuovo album Hey What
Low - Hey What - intervista - foto di Nathan Keay - 1
Foto di Nathan Keay

Esce il 10 settembre Hey What, tredicesimo album dei Low: distante 27 anni da I Could Live in Hope, con cui esordirono nel segno del cosiddetto “slowcore” (definizione ripudiata dagli interessati, peraltro). Da allora il linguaggio del gruppo, imperniato sulla coppia motrice costituita da Alan Sparhawk – che ha risposto alle nostre domande – e Mimi Parker, si è evoluto verso una temeraria simbiosi fra armonie vocali dal pathos liturgico e sonorità sempre più “difettose”, come un folk “post umano”, da mormoni – quali sono – sbalzati in orbita “avant-garde”, incorporando in misura crescente l’elettronica, cui non è estraneo il produttore BJ Burton (avvistato sovente al fianco di Bon Iver), con loro da tre dischi a questa parte. Ecco un estratto dell’intervista che troverete sul numero di settembre di Billboard Italia.

Hey What scorre senza soluzione di continuità: lo avete concepito fin dall’inizio come una suite?

Per qualche ragione, mentre registriamo, sentiamo sempre in che modo le canzoni si fondono l’una nell’altra. A volte è come se la musica ci dicesse dove deve stare e in che modo si deve connettere al quadro generale. Far finire una canzone nel silenzio e poi cominciarne una nuova è una decisione estetica, comunque degna di considerazione.

Ancor più che nel precedente Double Negative, la musica in Hey What oscilla fra canto liturgico e feedback rumorista: vi sentite attratti da questi estremi?

Gli estremi ci attraggono ogni giorno di più. E anzi, ci pentiamo di esserci trattenuti in passato, ma forse tutto questo tempo ci è servito per sgombrare la terra di mezzo. Le parti vocali avevano forza e cantavamo bene, quindi abbiamo lasciato che prendessero un ruolo centrale. A un certo punto, chissà, faremo musica più semplice, o esploreremo una direzione non così polarizzata. Ma adesso per noi l’impulso più stimolante è questo, perché continua a spingerci verso luoghi inaspettati.

Quanto di quello che fate in musica è un’emanazione della vostra fede religiosa?

La visione di chi siamo e cosa sia l’universo ha radici profonde nella nostra educazione religiosa. La religione è piena di gente disperata e ignorante, ma armata di buone intenzioni. A volte navigarci dentro può essere difficile, ma il percorso di ricerca mi ha reso una persona migliore, facendomi attraversare alcuni momenti indescrivibilmente oscuri e offrendomi un linguaggio per cominciare almeno ad affrontare il dilemma dell’esistenza. Penso che la gente magari percepisca l’eco di quel linguaggio in alcuni dei nostri testi, benché io non sia un autore che premedita: quello che viene fuori, viene fuori. Cerco solo di onorare il processo creativo.

Low - Hey What - intervista - foto di Nathan Keay - 2
Foto di Nathan Keay
Ai miei occhi, i Low rappresentano l’equilibrio fra tradizione americana (siete di Duluth, città natale di Dylan, dopo tutto) e senso del futuro (la crescente componente elettronica). È questo che siete veramente?

Direi che è una valutazione corretta. Sicuramente veniamo dal folk e dal rock, ma stiamo anche cercando di allontanarcene. Evitiamo consapevolmente i suoni retrò e gli elementi che più fanno riferimento alla musica del passato. Molti nostri colleghi abbracciano l’estetica americana, mentre io non sono mai stato a mio agio nel prendere in prestito l’eredità di qualcuno. Capisco l’attrazione esercitata dalla tradizione e non mi è dispiaciuto suonare “stili” particolari in altri gruppi nei quali sono stato coinvolto, ma da sempre con i Low cerchiamo di fare qualcosa di nuovo, che stia in piedi da solo, senza connotazioni o riferimenti familiari.

Con Hey What siamo arrivati a 13 album in 27 anni: cosa si è perso dall’inizio e cos’è stato aggiunto lungo la strada?

Una volta la scena musicale, in particolare quella alternativa e underground, era popolata da persone di origine proletaria. La musica apparteneva alla gente e, se era buona, veniva ascoltata. Nel tempo, se ne sono impossessati artisti che possono permettersi costose promozioni indipendenti su internet e smisurate perdite di denaro per i tour e le produzioni. A ogni figlio di broker newyorkese che decide di diventare una stella del pop corrispondono dozzine di ragazzi poveri di maggiore talento e con qualcosa di legittimo da dire che non potranno mai permettersi gli strumenti per iniziare. Credo sia successo anche nell’hip hop. Forse emergerà un nuovo genere di “folk” difficile da corrompere: magari già adesso qualche ragazzo lo sta immaginando e sono contento che ancora non si sappia in giro. La nuova generazione è acuta: non ha lo stesso bagaglio di merda che portiamo noi ed è stufa di vederci rovinare tutto.

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