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Kurt Cobain, martire rock: il lascito artistico a 25 anni dalla morte

Un quarto di secolo è passato dalla scomparsa di uno dei rocker più influenti di sempre. Ma la sua eredità artistica rimane

Kurt Cobain
Dora Handel/CORBIS OUTLINE

Nirvana, Alice in Chains, Soundgarden. L’onda grunge degli anni ’90 ha lasciato dietro di sé una risacca di cupezza e disperazione. Come tessere di un macabro domino, sono caduti Chris Cornell (2017) e Layne Staley (2002). Prima ancora Kurt Cobain, che ci lasciava il 5 aprile di 25 anni fa esatti.

Ma paradossalmente il lascito del grunge non è stato quello di un cieco cupio dissolvi, bensì di vita, di creatività e di musica. Quanti ragazzi hanno preso in mano una chitarra dopo aver ascoltato Nevermind? Quanti hanno dato vita a delle band, anche di successo, folgorati dopo aver visto un live del power trio di Seattle? In questo i Nirvana hanno esercitato la stessa forza ispirazionale del punk, del primo rock and roll e dei Beatles. Sono stati, cioè, il punto fermo per una generazione di musicisti.

Il grunge è anche stato l’ultimo grande sottogenere “puro” del rock, cioè scaturito dal rock medesimo e non da revival o contaminazioni. I Nirvana non erano i migliori della scena. I Pearl Jam li superavano per la perfezione vocale di Eddie Vedder, i Soundgarden per le sperimentazioni armoniche, gli Alice in Chains per il più rigoroso approccio heavy. Ma i pezzi di Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl, con quelle produzioni lo-fi, grezze, da presa diretta, hanno il dono dell’immediatezza. Le urla roche di Cobain su quei ritornelli memorabili (in questo era davvero un songwriter di razza) sono state l’urlo di una generazione. Ragazzi e ragazze che reclamavano il proprio posto in un mondo fin de siècle già post-ideologico ma ancora legato a un senso di comunità che poi si sarebbe indebolito sempre di più.

Non si ascoltava grunge, si era grunge. Oggi i generi non esistono quasi più, e anche quando ci sono hanno comunque perso quell’orgoglio identitario che una volta determinava i confini delle cosiddette sottoculture: punk, metallari, dark, mod… La maglietta dei Nirvana – sì, quella nera con lo smile giallo, alzi la mano chi non l’ha avuta – era un distintivo, dettava un senso di appartenenza.

Non potremo mai sapere cosa davvero passasse per la mente di Kurt Cobain quando si puntò alla testa quel fucile il 5 aprile 1994. Forse non lo sa neanche Courtney Love, che nelle ultime settimane si dannò per tenere sotto controllo le sempre più palesi tendenze suicide del marito. Sappiamo però che nella sua lettera d’addio mostrò comunque una certa lucidità: “It’s better to burn out than to fade away”, scrisse citando Neil Young (che di sicuro non intendeva la frase in maniera autodistruttiva). Se esiste una vita dopo la morte, la si può vedere in ciò che lasciamo di noi dopo il passaggio su questo pianeta. Grazie Kurt per tutta la musica.



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