Kasabian, fuori “The Alchemist’s Euphoria”: «L’inizio di una nuova era per noi». L’intervista a Serge Pizzorno

Il recente passato è stato decisamente turbolento, ma dopo l’allontanamento del cantante Tom Meighan la band inglese offre una prova convincente con un album pulsante e ricco di energia, dove Serge Pizzorno è il grande protagonista
Kasabian - The Alchemist's Euphoria - intervista - Serge Pizzorno
Kasabian (fonte: ufficio stampa)

Quando i Kasabian erano ancora un quintetto, il cantante Tom Meighan cominciava ogni prova con «Buonasera, Glastonbury!». Un po’ per scherzo e un po’ per ricordare un’iconica esibizione della band di Leicester al famoso festival di Worthy Farm. Chissà quanto questo piccolo rituale manchi al bassista Chris Edwards, al batterista Ian Matthews al chitarrista Tim Carter e, soprattutto, a Serge Pizzorno.


Quando Meighan è stato allontanato dal gruppo perché accusato di violenza domestica, il destino dei Kasabian poteva sembrare piuttosto incerto e, invece, eccoli qui con il loro settimo album, una formazione ridotta a quattro e Pizzorno assoluto protagonista in quanto cantante e autore a tutto tondo.


Adesso Meighan è alle prese con la riabilitazione e il tentativo di lanciare la sua carriera solista, mentre la sua vecchia band ha scelto di tirare dritto e usare il passato – sonoro e non – per proiettarsi in un presente futuribile, a tratti oscuro, ma ricco di un’energia antropomorfa tesa al trascendentale.

È questo lo scenario di The Alchemist’s Euphoria (Columbia / Sony Music), un album che vede la co-produzione di Fraser T Smith – già al lavoro con Stormzy, Sam Smith e Adele, per citarne alcuni – e che per vari motivi sembra il primo capitolo di una nuova era per i Kasabian, sia sul piano personale dei membri sia su quello prettamente musicale.

La recensione di The Alchemist’s Euphoria dei Kasabian

The Alchemist’s Euphoria è un disco fondamentalmente elettronico, a tratti malinconico, sempre in tensione tra scorci lisergici e lacerazioni rave. Lungo i suoi dodici brani c’è l’epica cinematica di SCRIPTVRE, l’emotività digitalizzata di THE WALL, il trip allucinato di STARGAZR.

Questa varietà sonora, perfettamente amalgamata dalla produzione, sorregge testi che a volte sembrano piuttosto biografici (il disco si apre con i versi «Trying to get away from the burning in my head» di ALCHEMIST), mentre in altri momenti sorprendono l’ascoltatore per quanto siano soggetti a vari significati possibili: «You’re Dr. Dre, you’re Frida and you’re Kurt», canta Pizzorno in STRICTLY OLD SCHOOL.

In definitiva, ora che la sala controlli è affidata in toto proprio a Pizzorno, i Kasabian sono in una fase transitoria e la loro metamorfosi è tutta in divenire. Anche per questo motivo abbiamo parlato con l’artista di origini italiane – tifoso sin dall’infanzia del Genoa e amante del cinema nostrano al punto di chiamare i suoi figli Ennio Silva, in onore di Morricone, e Lucio Leone, in onore del grande Sergio – che ci ha guidato attraverso il dedalo diThe Alchemist’s Euphoria, ci ha parlato del ritorno dal vivo della band e di molto altro ancora.

L’intervista a Serge Pizzorno

Sono stati anni non facili per vari motivi interni ed esterni alla band. Come ti senti ora che l’album è finalmente uscito?

Direi che è una sensazione di gioia quella che prevale in questo momento. Questo disco riguarda le grandi decisioni che bisogna prendere nella propria vita e, per noi, è l’inizio di una nuova era, ma per tuffarti nel futuro devi avere radici ben salde nel passato ed essere totalmente coinvolto nel presente. Direi che siamo a un punto emozionante della nostra carriera. Siamo davvero fortunati: tornare all’energia del pubblico, anche dei fan più giovani, dopo la pandemia ci ha fatto capire ancora una volta quanto siamo grati al nostro mestiere.

I primi versi dell’album sono: “Trying to get away from the burning in my head”. Sembrano le parole di un sopravvissuto.

Decisamente. Il disco parla del viaggio di un alchimista ma, allo stesso tempo, è collegato alle decisioni di cui parlavo prima e, se ci pensi, ogni volta che dobbiamo fare una scelta importante, è come se in parte sopravviviamo a qualcosa: mollare il lavoro, sposare quella persona, prendere quel volo.

Quest’idea di sopravvivenza si riflette anche sugli scenari distopici di The Alchemist’s Euphoria.

È certamente un disco distopico, ma anche molto “umano”, nel senso che fa i conti con la storia personale degli esseri umani e di come questa spesso cambi se raccontata da altri individui. Si tratta di una riflessione che, alla fine, ti aiuta a comprendere te stesso fino in fondo. Anche in questo senso sopravviviamo a qualcosa, a noi stessi. Pensandoci, ti direi che è anche un disco che esalta “il momento”, il qui e ora.

In un certo senso non possediamo nulla se non “il momento”.

Esattamente. E se hai questa convinzione metti sempre tutto in discussione. Forse ti rende la vita più difficile, ma certamente ti permette di non rimanere in superficie.

Penso che The Alchemist’s Euphoria abbia due anime e che ROCKET FUEL le incarni entrambe: un sostrato rave e ritornelli ipnotici. Questo equilibrio è sempre stato molto “Kasabian”.

Proprio così. Credo perché mi piace vedere come si evolve una canzone, quanto può stupirti e come riesca a non invecchiare grazie alla sfida che puoi porre alla staticità. E poi, adoro quando una strofa si riversa in un ritornello imponente, che a volte nei live può essere anche catartico.

Mi viene in mente Fire (da West Ryder Pauper Lunatic Asylum, 2009).

Precisamente! Lì hai una strofa R&B ipnotica e poi un ritornello epico che nei live esplode in tutte le direzioni. Rimango sempre scioccato da come la gente perda la testa in quel preciso istante: “And I’m on fire!” (canta, imitando il pubblico al concerto, ndr).

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I Kasabian dal vivo a Glasgow, ottobre 2021
Torniamo al dualismo di The Alchemist’s Euphoria: abbiamo da un lato le oscure nuvole del testo di THE WALL e subito dopo il futurismo di T.U.E. (The Ultraview Effect), dove ci sono boati sonici.

È vero. THE WALL l’ho scritta dopo un gigantesco hangover. Ogni volta che l’ascolto ho questa sensazione di assistere a una lotta contro i propri demoni, dove questi ultimi alla fine vengono sconfitti, superando gli ostacoli che la vita ti mette davanti.

In T.U.E.ci sono tre canzoni in una, ma il punto è questo “ultraview effect” che sarebbe la sensazione che gli astronauti provano davanti al panorama dello spazio descritta come un momento unico, che cambia la vita: quando tornano sulla terra la loro percezione delle cose è totalmente diversa. Pensare a una cosa del genere fa girare la testa! Mi piaceva questa idea del cambiare punto di vista che può farci riconsiderare tutto sotto un’altra luce, un altro significato.

Dopo vari ascolti sono arrivato a una conclusione: The Alchemist’s Euphoria è un posto acido dove la rabbia e visioni psichedeliche lottano per un briciolo di luce.

È perfetto, per favore fa’ in modo che vada nell’articolo!

Lo farò! Ma intendevo dire che, alla fine, c’è speranza nel disco.

Forse emerge dal lato umano dell’album, perché sotto tutta quell’elettronica, a volte violenta, c’è un cuore che batte. Non bisogna mai perderla, la speranza, sia nelle vicende personali, sia in quelle professionali. Sembrerà banale ma non bisogna perderla nemmeno quando il mondo intero sembra andare a pezzi. Ecco perché nel titolo si fa riferimento all’euforia.

Possiamo dire che CHEMICALS è il brano del disco più “classico” dei Kasabian?

Sì, proprio così. Infatti è uno dei preferiti dal pubblico nei concerti e sembrava un classico già durante le prime volte che lo suonavamo. Però, tornando alla doppia natura di cui parlavamo prima, è anche piuttosto intimista: parla del dolore che proviamo quando le cose vanno male e ti rintani nell’alcol o nelle droghe in attesa che passi quella brutta sensazione di impotenza. Ma, anche qui, aleggia la speranza.

In The Alchemist’s Euphoria ci sono anche due brani senza parti vocali, æ space e æ sea. Hai mai pensato a un intero disco strumentale?

Sicuramente un giorno ne farò uscire uno! Adoro le colonne sonore e mi piacerebbe davvero tanto scriverne una per un film.

Articolo di Fernando Rennis


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