Definito come uno dei debutti più brillanti degli ultimi anni, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, ha acceso i riflettori sulla musica di Courtney Barnett. Candidata ai Grammy come Best New Artist e ai Brit Awards come Female Solo Artist, ha sorpreso pubblico e critica quando il suo album di “piccole fotografie di un momento nel tempo” ha scalato le classifiche arrivando a posizionarsi fra i primi venti dischi più venduti del 2015. Tell Me How You Really Feel, uscito il 18 maggio per Marathon Artists e Milk! Records, conferma le notevoli capacità di scrittura di Courtney Barnett. Testi audaci cantati con voce sottile e accompagnati da una struttura musicale potente e mascolina segnano un netto passo avanti nell’evoluzione musicale dell’artista australiana: una crescita in parte dovuta allo “split album” Lotta Sea Lice con Kurt Veil di fine 2017. Il nuovo album attraversa tematiche introspettive e di auto-analisi, già a partire dal titolo. Ma lasciamo che sia lei stessa a raccontarci come stiamo veramente.

Courtney Barnett (foto di Pooneh Ghana)

Per il lancio del disco hai inserito nel tuo sito una sezione nella quale gli utenti possono inviarti un messaggio contenente la risposta alla domanda che dà il titolo al disco, “Tell me how you really feel”, e una canzone ad essa associata.

Ho pensato che potesse essere un’esperienza social divertente e interessante, un modo carino per coinvolgere il pubblico nel profondo. Facendo scrivere i loro sentimenti, ho cercato di creare con l’utente una connessione per invitarlo a riflettere sul modo in cui mettiamo in relazione sentimenti e canzoni – e, quindi, quanto una canzone possa raccontare un storia.

Hai già letto qualche risposta?

Sì, ne ho lette alcune. Ma sto aspettando fino a che l’album effettivamente non esca il 18 maggio, per raccoglierle tutte insieme. Poi ho qualche idea in testa sull’utilizzo che potrei farne ma non ho ancora deciso.

Il titolo dell’album, Tell Me How You Really Feel, può essere letto come una domanda, un incitamento o un invito amichevole: cos’è veramente?

È tutto questo. Chiedere come si sta è una domanda molto flessibile. Sono io che parlo con me stessa ma sono anche io che mi rivolgo agli altri, come sul sito, oppure gli altri che si rivolgono a me, con tutte le sfumature del caso: curiosità, sarcasmo…

Rispetto al tuo album di debutto i tuoi testi sono molto più semplici, ma di quella semplicità diretta, che va dritta al punto del discorso.

Sì, per alcune canzoni infatti ho cercato di semplificare al massimo. Ho seguito il motto Less Is More. A volte l’ho usato come un escamotage, a volte come un esperimento, per capire se il risultato fosse buono. Questo varia molto da canzone a canzone, anche a seconda di chi avevo in mente quando le ho scritte. Molte di queste sono dirette agli amici più stretti o alle relazioni che mi trovo a vivere ogni giorno. A volte invece cerco di pensare sul lungo raggio, alla comunità in cui viviamo. Quando scrivo penso “a loro”: le persone che mi danno fastidio o mi fanno arrabbiare o che mi rendono triste.

E il tuo modo di scrivere? Com’è cambiato?

Non sono molto sicura, sai, che sia cambiato qualcosa. Ora ho sicuramente più conoscenza di me e dell’ambiente, molta più maturità. Anche le mie abilità pratiche sono migliorate: riesco a sperimentare molto di più e spingermi di più verso i miei limiti. Credo sia normale che lo stile di scrittura si evolva, cambi, giri su se stesso, senza rimanere mai lo stesso! Detto questo, però, non so se Tell Me How You Really Feel sia un album più maturo.



Qual è la parte più difficile nel processo di lavorazione di un disco?

Credo proprio che la parte più difficile sia il trovarsi faccia a faccia con le proprie insicurezze e paure più grandi. È una cosa davvero difficile trovarsi ad arrendersi davanti a cose più grandi di te. Moltissimi songwriter scrivono come esercizio per liberarsi dai propri fantasmi. Di certo io lo faccio anche per questo! È come andare da uno psicologo: quando finisci ti senti leggera, più libera.

Ti ricordi la prima canzone che hai scritto?

Certo! Avevo dieci anni, suonavo la chitarra e facevo sempre gli stessi accordi! (ride, ndr) Doveva essere una canzone d’amore.

La copertina del disco è un tuo primissimo piano su pellicola rossa, che ci guarda con occhi sgranati.

Ho pensato che quella foto fosse una perfetta rappresentazione dell’album nella sua totalità. Ho cercato di dare un legame tra immagine e titolo dell’album. Sai, ci ho messo la faccia, coi miei occhi che scrutano e trasmettono all’altro i sentimenti.

Qual è il tuo rapporto con la tua immagine pubblica?

In realtà non lo so, non ci ho mai pensato. Non mi importa nemmeno granché di dare all’esterno un’immagine in particolare: sono quel che sono!

A fine aprile è iniziato il lungo tour che ti porterà a girare America ed Europa fino ad ottobre: ci puoi anticipare qualcosa? Ci sarà qualche ospite con te sul palco?

Io e i miei musicisti sul palco siamo una grande famiglia: quello che più vorrei fare è un rock show molto semplice, che rifletta l’umore dell’album che porteremo live. Ancora da decidere è il set up definitivo delle canzoni: potrebbe essere che saranno suonate molto fedeli alle registrazioni oppure se ne distanzieranno. Per quanto riguarda gli ospiti… forse! Ma non è un segreto, è che non ho niente di programmato. Quando passeremo dalle varie città chiamerò amici a suonare con me. Gli basterà saltare sul palco!

Tell Me How You Really Feel si distanzia di diversi anni dal tuo debutto, ma pochi mesi dal tuo split album con Kurt Veil, Lotta Sea Lice. Com’è stato collaborare con lui e quanto ha influenzato la scrittura del tuo ultimo disco?

Adoro Kurt! E adoro il suo modo di lavorare e scrivere. Tell Me How You Really Feel risente decisamente della sua influenza, ne abbiamo parlato spesso insieme. È una persona meravigliosa: divertente e premurosa allo stesso tempo.


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