L’attesa iniziava a farsi lunga. Ad aggiungere poi preoccupazione, va detto che l’ultimo album firmato da Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser (intitolato, scelta curiosa per un terzo album, esattamente come il nome del loro progetto: MGMT) aveva raccolto molta più perplessità che elogi. Era l’anno 2013: da quel momento in poi si è iniziato a pensare che che gli MGMT non fossero nient’altro che una band con un grande futuro dietro le spalle. Dopo l’esordio fulminante con singoli come Kids e Time to Pretend e un album come Oracular Spectacular (2008) quello che è arrivato dopo è sembrato essere – come dire? – un po’ confuso e sempre più sfuggente. Oggi, a cinque anni di distanza dall’ultima release sulla lunga distanza, con in mezzo qualche sparuta apparizione live e soprattutto molti silenzi, rieccoli in pista con Little Dark Age: un LP in cui magari non ci sono singoli d’assalto ma che racconta di una band in salute e con le idee chiare. Idee dove varie suggestioni pop (prese spesso e volentieri anche nelle declinazioni più cheap anni ’80) trovano uno strano equilibrio e una bizzarra armonia, ammantandosi di volta in volta di funk-soul lunare o direttamente di psichedelia anni ’70 senza però mai destrutturarsi troppo. Ne abbiamo parlato con Ben Goldwasser.

Guarda, Ben, vado subito al punto: ci sono stati i momenti in cui pensavate di sciogliere il progetto MGMT, tu ed Andrew? Perché ad un certo punto il silenzio s’era fatto lungo.

Non penso fossimo mai arrivati realmente vicini al prendere una decisione del genere. Semplicemente è stato necessario che ognuno di noi prendesse più in mano la propria vita, per tornare a focalizzarsi su cose che non fossero MGMT e tutto ciò che vi era connesso. È stato fondamentale: dopo questo periodo di stacco, ci siamo ributtati in studio con un entusiasmo che non avevamo da tempo.

Quindi c’era qualcosa che stava andando – diciamo così – nella direzione “sbagliata”, per quanto riguarda il progetto MGMT?

Dipende da quale prospettiva osservi. Se vogliamo parlare di successo pop a 360 gradi, certo, molto probabilmente le cose stavano andando maluccio, stavamo prendendo una china discendente ma è veramente questa l’unica prospettiva che conta? Per noi no. Per noi la cosa più importante è sempre stata una: poter fare quello che avevamo in testa. E finché questo accade e c’è ancora gente che ti segue e ti sta ad ascoltare, vuol dire che sta andando tutto bene. Perché il successo su larga scala qualche volta arriva e qualche volta no.

Molti dicono questa cosa perché fa chic. Credo che nel vostro caso sia una presa di posizione sincera. Basti ascoltare quanto era “storto” e bislacco MGMT, un disco che però ho stimato proprio per questo.

Oh, non sai che piacere mi fa sentirtelo dire! Anche perché, guarda, ho riascoltato recentemente quel disco e ancora adesso trovo che non sia affatto male. È vero, è un po’ strano, ma non è brutto. Non credo, almeno!

Volendo, è un album anche molto ironico, per non dire quasi sarcastico. Di sicuro molto giocoso. Che tipo di relazione può esserci fra pop ed ironia, in generale?

Caspita, che domandona. Quello che ti posso dire è che noi, quando abbiamo iniziato, eravamo semplicemente due ragazzi al college che volevano fare degli esperimenti e che partivano dal presupposto che, se proprio andava bene, sarebbero stati ascoltati dalla propria cerchia di amici e nulla più. E all’inizio è stato in effetti così. La conseguenza? In questo modo, stai di fronte a persone che, quando scherzi, capiscono perfettamente che stai scherzando. Perché ti conoscono bene. Da un certo momento in avanti non è stato più così. Abbiamo iniziato a parlare inevitabilmente a persone che non ci conoscevano. Abbiamo provato un po’ ad adeguarci, ad essere più prudenti, ma ci sta che in molti abbiano frainteso il nostro atteggiamento, le nostre aspirazioni e le nostre reali intenzioni.

Siete cambiati come musicisti, quindi, in questo processo. Ma siete cambiati anche come persone?

Altra domanda a cui è difficile rispondere. Che in dieci anni parecchio nelle nostre vite sia cambiato è verissimo, ma spero che, per alcune cose fondamentali, siamo rimasti le stesse persone di dieci, dodici anni fa. Persone che ad un certo punto hanno dovuto crescere molto, molto in fretta; che hanno dovuto imparare ad avere che fare coi meccanismi del pop, che spesso sono assurdi; che hanno dovuto avere a che fare con un successo arrivato dal nulla perché, te lo giuro, mai e poi mai ci saremmo aspettati di poter sfondare. Ci sono stati momenti difficili. Ci sono stati momenti molto complicati anche dal punto di vista emotivo. Ma siamo qui, felici e orgogliosi del percorso fatto finora. Felici degli sforzi fatti per restare noi stessi, per fare sempre e solo la musica che avevamo in testa, per permetterci di poter sempre scegliere di collaborare coi nostri amici. Non solo i musicisti: i video di Little Dark Age li abbiamo fatti fare a una serie di videomaker nostri conoscenti. Ma parlando della band – saremo in cinque, sul palco, a presentare live il materiale di questo nuovo lavoro – sono tutte persone che suonano con noi da sempre. Il bassista è cambiato, rispetto ai tour precedenti, ma col suo sostituto eravamo sempre insieme durante gli anni del college, abbiamo anche condiviso l’appartamento. Quante band arrivate a un certo livello nel pop possono dire questo? Quanti devono lavorare con turnisti, con gente bravissima nel proprio mestiere ma, comunque, umanamente dei mezzi estranei? E quanti invece magari stanno ancora insieme fin dagli esordi, ma oramai si detestano? Ecco, ci sentiamo fortunati ad avere potuto vivere e far sopravvivere un’esperienza diversa.

Insomma, vi sentite un po’ un esempio?

Non vorrei che ci dessimo da soli troppa importanza ma in qualche modo sì. Siamo riusciti ad avere prima un contratto discografico e poi una carriera nel mondo del pop neanche pessima facendo sempre e solo quello che volevamo. Non ci siamo mai adattati, non ci siamo piegati a soluzioni più commerciabili: ehi ragazzi, si può fare! Non ascoltate chi vi dice il contrario! Non fatelo! Guardate noi! Non siamo il massimo, ok, ma siamo ancora qui. Vivi. E, credo, contenti. Con una rinnovata fiducia in noi stessi.

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