Il ritorno delle Go Go’s: femminismo, ironia e tante polaroid

La mitologica all female band (nel 1981 al #1 della classifica degli album più venduti) è tornata, con un pezzo e un documentario sulla storia delle Go Go’s
Go Go's Pink Flyer
Go Go’s Pink Flyer

Si prova una certa nostalgia e una buona dose di divertimento nel vedere il recente documentario The Go Go’s diretto da Alison Ellwood.

Tra le immagini scorrono footage inediti e un sacco di foto Polaroid delle cinque giovani musiciste che si erano “liberate” dai problemi adolescenziali abbracciando il credo punk e che si trovarono a lottare contro un sistema che osteggiava la formazione di una band al femminile per poi combattere – dopo il grande successo – i problemi di dipendenze e stress da vita da pop star.

Eppure Belinda, Charlotte, Jane, Katy e Gina sono sempre rimaste unite in quel loro lustro aureo (tra il 1980 e il 1984) con il picco raggiunto nel 1981 con il primo LP Beauty and the Beat, al numero uno della classifica degli album più venduti in USA. E mentre aspettiamo di vedere anche in Italia il doc, ci siamo fermati a parlare con Jane Wiedlin, la chitarrista delle Go Go’s. Questa è una anticipazione della intervista che leggerete sul prossimo numero di settembre di Billboard Italia.

Vedendo il documentario ho avuto l’impressione che tu fossi la più “tranquilla” della compagnia.

Non penso proprio! Ne avrei di cose da dirti…

Mentre a fine documentario suonate un brano nuovo, Club Zero, che è adesso in circolazione.

Sì, cantiamo il potere delle donne e il rifiuto di accettare lo status quo e dichiariamo che è ancora il momento di cambiare le cose!

C’era una bella differenza tra la scena losangelina del punk e quella inglese. Si percepisce guardando il documentario la vostra difficoltà di suonare in UK di fronte a un pubblico ostile e maschilista.

Già! Ma ti racconto un aneddoto. Quando andammo per la prima volta in tour in Inghilterra pensavamo che avremmo riscosso un bel risultato, di diventare addirittura delle star, ma come sai e si vede nel film, non successe realmente (ride, ndr)! Però tutte noi, ogni qualvolta che chiamavamo le nostre rispettive famiglie e gli amici più stretti, continuavamo a dire: “Qui siamo delle star! Wow!”. E così una volta tornate negli States, per la prima data a Hollywood ci siamo trovati il locale, dove spesso suonavamo, con il numero di pubblico triplicato, tutti erano elettrizzati per noi che eravamo tornate “vittoriose” dalla scena punk UK!! (ride ancora, ndr).

Penso che questo nuovo singolo riprenda il filo del discorso interrotto decenni fa, retrospettivamente eravate delle “femministe”, forse avete preso quei princìpi anche dal movimento punk. Che ne pensi?

Quando nacquero le Go Go’s il sistema discografico era molto diverso da quello attuale, non c’era molto posto per band che fossero composte da solo ragazze… ma arrivammo a ottenere un enorme successo. Però, sai, alla fine le cose nel sistema non cambiarono così tanto come speravamo. Noi  comunque eravamo tutte molto ambiziose, determinate a ottenere quello che ci prefiggevamo. Per esempio noi non abbiamo mai fatto interferire i nostri fidanzati o i ragazzi del momento nella nostra quotidianità lavorativa. Se vuoi, tutto questo fa parte di un certo modo di essere “femministe”… Sì, guardando indietro eravamo delle “femministe”! Ma ricorda che ai nostri tempi la parola “femminismo” era una dirty word, non aveva accezioni positive, la gente si arrabbiava a sentirla nominare.

C’è una canzone delle Go Go’s di cui vai particolarmente orgogliosa?

This Town (in Beauty and the Beat del 1981, ndr) è un’esatta fotografia di quello che era Hollywood alla fine dei ’70: piena di sognatori e di sogni infranti, di gente che arrivava da ogni parte del pianeta. Alla fine una città sporca e pericolosa.

Voi incidevate per la I.R.S., l’etichetta di Miles Copeland, il fratello di Stewart; era una label piena di band di culto, dai Cramps ai Wall Of Woodoo, senza contare che fu la prima etichetta dei R.E.M. Chi ti piaceva ascoltare tra gli artisti della I.R.S.?

Oh… mi piacevano un po’ tutti, tu hai citato R.E.M. o Wall of Woodoo… magnifici. Ma vorrei ricordare i Timbuk 3. Eravamo molto ambiziose e volevamo firmare per una grande major ma il nostro manager tornava con le pive nel sacco perché nessuno pensava che una band composta da sole ragazze potesse avere successo. Per fortuna abbiamo incrociato sulla nostra strada Miles che fu entusiasta del nostro sound e di offrirci un contratto. Da quel momento la nostra carriera decollò definitivamente.

Partiamo con un gioco, definiscimi con sole due parole le tue colleghe.

Charlotte Caffey: premurosa e un genio musicalmente. Katy Valentine: una profonda pensatrice. Gina Schock: energia pura. E Belinda Carlisle… dolce, chic e carismatica.

E tu sei?

Hmm… Sempre sincera e una team player!

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