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Franz Ferdinand: la scommessa di un nuovo sound – Intervista

I Franz Ferdinand sterzano con sicurezza verso la via del nuovo: “Always Ascending” è un album che ha poco in comune con il sound a cui la band scozzese ci ha abituato nei quattordici anni in cui si è imposta come un punto di riferimento per il rock alternativo

È il dilemma di ogni artista affermato: conservazione o innovazione? Se si sceglie la prima strada si rischia di ripetere formule stilistiche magari divenute sterili, se si imbocca la seconda il pericolo è quello di perdere l’approvazione della fanbase storica. Di fronte al bivio, i Franz Ferdinand sterzano con sicurezza verso la via del nuovo: Always Ascending è un album che ha poco in comune con il sound a cui la band scozzese ci ha abituato nei quattordici anni in cui si è imposta come un punto di riferimento per il rock alternativo. Complice un cambio di formazione (uscito il chitarrista Nick McCarthy, entrati il tastierista Julian Corrie e il chitarrista Dino Bardot) e la collaborazione con un producer elettronico come Philippe Zdar (mente del duo francese Cassius), i FF del 2018 dimostrano il coraggio di sperimentare senza rinnegare la fondamentale identità indie.

L’album ha un approccio sperimentale che è piuttosto inusuale per l’alternative rock al giorno d’oggi: strutture aperte, lunghe progressioni armoniche, cambi di indicazione di tempo e così via. Era qualcosa di intenzionale quando avete iniziato a scrivere nuovo materiale?

[Alex] Volevamo spingerci in territori in cui non siamo stati prima. Potevamo fare una cosa del genere perché non avevamo nulla da dimostrare: abbiamo alle spalle più di un decennio di musica come band. C’era una dichiarata intenzione di non ripetere noi stessi. C’è sempre stata nella band un’attitudine a sperimentare in maniera creativamente sovversiva per i canoni della pop music. Siamo ancora grandi fan della melodia e del ritmo pulsante ma cerchiamo di fare cose che non troveresti in quel solo medium.

Questo è il vostro primo album con la nuova line up. In che modo Dino e Julian hanno contribuito al suo sound?

[Bob] Dino in realtà si è unito a noi dopo le registrazioni per suonare dal vivo. Julian è uno straordinario tastierista e ha un background di musica elettronica, sintetizzatori e così via. In passato con Nick ricorrevamo “di default” alle chitarre e adesso facciamo lo stesso con i sintetizzatori.

[A] In Always Ascending ci sono parti che avevo scritto al computer. Così quando è arrivato Julian abbiamo avuto la possibilità di suonarle insieme come band. Un’altra cosa essenziale nel sound di questo album è che senti persone che suonano in una stanza insieme. Il principio era di imparare ed essere ispirati dalla musica elettronica ma umanizzandola.

[B] Anche le linee di basso sono state prima scritte su un sequencer e poi suonate sul basso, cosa che ti spinge a usare pattern inusuali.

[A] Stesso discorso per la batteria. Se ascolti la parte di batteria di Huck & Jim, per esempio, c’è un trucchetto che si usa nelle produzioni hip hop: c’è un controllo della drum machine che ti consente di cambiare la partizione ritmica. Ma invece di usare quello, volevamo suonarlo in quanto esseri umani.

[B] È un po’ quello che Julian ha sempre fatto: suonare dance music dal vivo.

La vostra musica si è sempre basata molto sulle chitarre ma questo album mostra anche una forte influenza elettronica. Penso che questo provenga dal produttore con cui avete lavorato, Philippe Zdar. Come vi è venuta l’idea di collaborare con lui?

[A] Abbiamo scelto Philippe perché volevamo fare quello: era il tipo di sound che volevamo raggiungere.

[B] C’è anche il fatto che abbiamo perso un chitarrista. Nick prendeva spontaneamente la chitarra e adesso non c’era nessuno a farlo.

[A] Nick suonava anche i synth ma era più come un pianista che suona le note di un sintetizzatore, non era proprio espressione del lato elettronico del sintetizzatore. Julian è più ferrato sulla struttura del suono: ha un background come sound engineer e producer in prima persona. Philippe ha un lato molto umano nella sua musica. Se ascolti le sue produzioni ti emozionano davvero! Il materiale con i Cassius è dance ma parla di cuori infranti e cose del genere… Lo scopo della musica è farti provare emozioni.


© David Edwards


I primi versi della title-track mi ricordano qualcosa alla Jim Morrison. C’è uno specifico riferimento psichedelico o volevate solo rendere il tutto un po’ mistico?

[A] Non c’è uno specifico riferimento a Jim Morrison. Quando ero adolescente ho odiato per anni i Doors perché frequentavo una ragazza, ascoltavamo sempre loro quando eravamo insieme e ci siamo poi lasciati piuttosto male. Comunque sì, c’è un po’ di psichedelia in quei versi, non per evocare gli anni ’60 ma in riferimento a quelle situazioni in cui hai allucinazioni, quando ti lasci andare e provi una sensazione di gioia. Non si tratta necessariamente di una psichedelia indotta dalle droghe ma di qualsiasi cosa che alteri il tuo stato mentale, come anche la musica.

In Paper Cages dici che “le gabbie in cui viviamo sono fatte di carta”: come si possono strappare? Facendo cosa?

[A] Quando abbiamo scritto quella canzone volevamo parlare di come le “gabbie di carta” siano limitanti. Un sacco di gabbie che costruiamo servono a proteggere il mondo da noi e noi dal mondo. La gentilezza, per esempio, è una gabbia di carta. La usiamo per evitare che le persone invadano il nostro spazio. Anche il rispetto è una gabbia di carta. Io adesso ti sto parlando rispettosamente: ti sto proteggendo dal mio lato sgradevole che non voglio che tu veda. Tutte le persone hanno gabbie di carta intorno a sé e se tu ci entrassi sarebbe molto fastidioso per loro.

Chi sono le persone “destinate a essere trovate da te” di cui parli in Finally?

[B] È quando trovi la tua specie di tribù: anche la musica è così in un certo senso. Quando sei un adolescente e adori una band, indossi le sue magliette perché ti vuoi identificare con quella tribù.

E tu di quale tribù facevi parte?

[B] Io ero un indie! Belle and Sebastian, Hefner, Mogwai…

[A] Il calcio è senz’altro una di quelle cose in cui “trovi la tua gente”. È la ragione per cui partecipiamo a grandi eventi collettivi, come anche i concerti. Condividere esperienze con altri esseri umani ti fa sentire benissimo. Quando riesci a trovare “la tua gente” è davvero gratificante.

Ci sono molti riferimenti all’egoismo nel corso dell’album. Per esempio: “The motivation of altruism is selfishness” (Lois Lane); “Terminal chancers who loathe the privilege to loathe their privilege” (Huck & Jim); “I need love / Someone better bring me a photographer” (Glimpse of Love). C’è speranza in questa società?

[A] Sì, c’è speranza in ogni società. Lois Lane è una canzone con due “personaggi”, uno ottimista e uno pessimista. Hai la donna che crede che il giornalismo possa cambiare il mondo ma appena lui canta quel verso lei immediatamente lo riprende: “Ah, il solito giovane cinico. Non vuoi neanche provare a cambiare il mondo?”. Le persone si prendono troppo sul serio. C’è egoismo intorno a noi e in questa società e anche la canzone The Academy Award ha a che fare con l’ossessione per se stessi l’esagerata vanità. Del resto ci sono state manifestazioni di questo nel corso di tutta la storia umana. Ma io sono ottimista.

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