Gli Eagles Of Death Metal tornano a Milano: «Amiamo suonare nei Paesi cattolici dove si capisca quanto è divertente peccare»

La band lunedì 9 maggio sarà al gran completo al Magnolia. Jesse Hughes e il chitarrista Josh Jovi hanno parlato con noi prima della data di questo tour simbolicamente importante: gli EODM festeggiano 24 anni di concerti e dischi assieme
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Jesse Hughes, frontman degli Eagles Of Death Metal (fonte: ufficio stampa)

Era il 1998 quando gli amici inseparabili Jesse “Boots Electric” Hughes e Josh Homme dei Queens Of The Stone Age formarono la band che ad oggi ha pubblicato cinque album in studio e ha legioni di fan devoti in tutto il mondo. Negli Eagles Of Death Metal è comparsa anche una componente femminile, la super bionda Jennie Vee che ha già suonato con Courtney Love e pare si sia perfettamente integrata con la band di lungo corso. Ma lo vedremo per l’appunto molto presto, lunedì 9 maggio al Magnolia di Milano. Come noterete, abbiamo elegantemente evitato di parlare di Bataclan e armi con loro. Adesso è il momento della rinascita e del divertimento, in attesa di sentire un loro nuovo album assieme.


Eagles Of Death Metal - intervista - 2
Jesse Hughes dal vivo con gli Eagles Of Death Metal
Com’è andato il concerto a Monaco?

Jesse Hughes: Eccezionale! Ogni giorno in cui riesco a respirare e dormire sopra la terra è un grande giorno. Se dovessi scuotere il mio cazzo anche per una sola persona, sarebbe comunque perfetto.


Abbiamo appena saputo che i Duran Duran sono stati ammessi nella Rock and Roll Hall of Fame. A questo punto mi viene spontaneo chiedervi: come mai per l’album Zipper Down del 2015 faceste una cover di Save a Prayer dei Duran Duran? Peraltro loro sono ancora enormi in Italia.

JH: Adoro i Duran Duran, per cominciare. In generale ho bisogno di un motivo per fare una cover di una canzone e in questo caso è che… vedevo cosa fa quella canzone alle ragazze! E volevo essere in grado di farlo anch’io, come fanno loro!

Siete finalmente in tour in tutto il mondo. Qual è il tuo paese preferito dove suonare?

JH: Per via della mia estrazione (metà della mia famiglia è messicana) dovrei andare in Spagna e in Messico. Tendo ad andare in paesi in base al loro cattolicesimo, perché sono un devoto cattolico. Tendo a godermi i posti in cui tutti possiamo capire quanto sia divertente peccare.

Jesse, puoi parlarmi di questa sorta di scuola di pensiero di James Brown quando si tratta di scrivere canzoni?

JH:Il vero segreto della teoria di James Brown è che ogni strumento è una specie di tamburo, o batteria. Quando scrivo musica la scrivo come se ogni strumento fosse una batteria. In questo modo tutto si adatta perfettamente: è automatico, è come un pezzo di Lego. Tutte le mie canzoni iniziano con un riff di chitarra suonato come una batteria, tutto inizia con un ritmo. Non è sempre più facile ma è più semplice. Perché quello che non voglio fare è scrivere canzoni che sembrano trasmettere quel tipo di concetto del tipo: “Sono più intelligente di te”. Odio quell’attitudine…

È vero che hai un pedale fuzz che apparteneva a Jimi Hendrix? Come l’hai avuto?

JH:Assolutamente vero. Me l’ha dato Jake E. Lee (storico chitarrista metal americano, ndr). Quel pedale ha cambiato tutto per me. Mi ha immediatamente contraddistinto, mi ha dato un suono – il mio suono – che nessun altro ha. Te ne mostrerò una foto quando verrai al concerto. È questa strana cosa arancione, sembra un’astronave!

Josh, tu usi una pedaliera?

Josh Jove: Ho molti pedali, sì… Ho bisogno di una pedaliera grande perché i ragazzi della band ottengono sempre suoni fantastici negli album e io quando mi sono unito volevo assicurarmi di avvicinarmi il più possibile a quel sound.

JH: Lascia che ti dica una cosa. Qui hai un vero virtuoso, non ho mai visto nessuno usare i pedali in modo così preciso e mirato. Completa questa band e fa cose sul palco a cui non avrei mai pensato.

Vedo molti riferimenti a Los Angeles nella tua musica e nei tuoi testi. Quanta influenza ha la città per voi?

JH:C’è uno spirito di Los Angeles che ci influenza pesantemente. Mi si spezza il cuore a pensare a come stanno andando le cose ora. Forse c’è da parte mia un tentativo di conservazione: mi vedo come un guerriero di certe situazioni musicali e non mi dispiace sbattermi così tanto in nome del rock and roll! E poi penso che Los Angeles ci si stia dimenticando di adorare la libertà di parola. Dobbiamo permettere alle persone di dire cose con cui non siamo d’accordo, è importante.

Qual è lo stato del rock and roll? Sei entusiasta di qualche nuova band?

JH:Adoriamo gli Struts, incarnano un certo elemento del rock and roll e si può dire che stanno prendendo il testimone direttamente da Freddie Mercury. E mi piace la band con cui siamo in tour in questo momento, i Dead Sara. E… Orville Peck, il tizio con la maschera. Non lo considererei il futuro della musica, è più un custode e un conservatore del passato.

Articolo di Nick Ferman


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