Damien Jurado, da nuovo Springsteen ai sogni di Maraqopa

L’eredità del Boss non l’ha raccolta proprio nessuno, tranne una categoria di artisti che si ostinano a sviluppare una chiave rock dentro il folk bianco americano emerso prepotentemente mezzo secolo fa: fra questi, Damien Jurado
Damien Jurado_1_photo by Lindsey Barnes
Damien Jurado_1_photo by Lindsey Barnes

Quanti hanno provato a essere i novelli Bruce Springsteen? E quanti gonfiando il petto si sono ritrovati appiccicati addosso quest’etichetta da fine anni ‘80 a oggi? Sta di fatto che l’eredità del Boss non l’ha raccolta proprio nessuno. Esiste però una terza categoria tra coloro che si ostinano a sviluppare una chiave rock dentro il folk bianco americano emerso prepotentemente mezzo secolo fa. È la categoria tra l’eletto e il nerd che racchiude Damien Jurado e pochissimi altri.

Damien Jurado_2_photo by Lindsey Barnes
Damien Jurado (foto di Lindsey Barnes)

Si tratta di quei musicisti che si sono guardati bene dal farsi prendere per la gola o sono rimasti ingabbiati dentro la loro natura originaria. Di fronte all’eccesso di realismo, però, c’è sempre un prezzo da pagare. E per il gigante buono di Tacoma questo prezzo è un ventennio di understatement viaggiando tra le migliori etichette indipendenti del settore.

Poi, di colpo, arriva The Horizon Just Laughed nel maggio di quest’anno e ogni chiave di lettura (anche quella rock-oriented, quella dell’acclamato Reahearsal for Departure spinta sull’acceleratore nel successivo I Break Chairs alla fine del secolo scorso) viene spazzata via. Damien non è spompo alla soglia dei venti LP pubblicati, non è più nella sua fase mistica. Soprattutto non merita il ruolo dell’illustre sconosciuto che ha prestato un suo pezzo alla colonna sonora de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Un disco di addii

Damien Jurado si lancia in avanti e per farlo si autoproduce. Troppi dei suoi dischi di transizione verranno recuperati più avanti, e allora ecco che serviva mettersi a nudo. Davanti allo specchio del suo bagno il cantautore schivo e lunatico diventa l’angelo protettore di un certo modo di fare musica. Una chitarra acustica, un manipolo di canzoni, due-tre-quattro accordi, ritmiche minimali ma composite (in questo somiglia oggi molto più a Paul Simon che a Elliott Smith, ultimo dei paragoni con i quali la critica ha giocato) per una collezione quattro stagioni che ogni cultore si troverà a conservare gelosamente sotto il cuscino.

“È un disco di addii”, afferma convinto Damien. Non un solo addio, ma tanti addii insieme: alla terra che lo ha tenuto legato così come alla famiglia da cui si è separato (“Odiavo Los Angeles, odiavo anche solo doverci andare per un solo concerto, provavo fastidio; adesso ci sto andando a vivere e non ne vedo l’ora”), addio anche e soprattutto alla difficile convivenza, unicamente occidentale, con il falso mito dell’eterna giovinezza.

Oggi Damien Jurado è risoluto nel raccontarsi e nel non rigettare la figura di Dylan senza la pretesa di veicolare messaggi universali. “Quando ero giovane fare musica comportava sforzi e rischi. Non voglio insegnare o dire come vadano ascoltati i dischi, ma consumare bene vuol dire anche impegnarsi e dedicare tempo. Ecco perché fino a luglio non ho reso disponibile il mio nuovo album sulle piattaforme di streaming”. Anche qui più un messaggio a se stesso, ai suoi fan, piuttosto che una critica aperta al nuovo che avanza o all’evolversi dell’industria discografica.



Un luogo chiamato Maraqopa

L’apice di Damien Jurado arriva attraverso la sua più importante esperienza condivisa. Si affida all’estro e all’intromissione retrò di Richard Swift (polistrumentista già al servizio di The Black Keys e The Shins) in sede di produzione. Soprattutto gli affida la trasposizione di un sogno ricorrente fino a crearne una trilogia che possiede i tratti della science-fiction. L’impresa nasce con una stilosa canzonetta intitolata Maraqopa, il non-luogo visto nel sogno, che lo proietta per la prima volta dentro le chart di Billboard USA, fino a trasformarsi in un’enorme epopea lunga tre album quasi interamente fuori dagli schemi scarni di Jurado. Un trittico interamente presente nelle classifiche rock di Billboard tra la 33° e la 38° posizione, concluso dal pezzo forte Visions of Us on the Land del 2016, anche se questa imprevista e originale avventura sembra già preistoria.

Alla luce di tutto questo – che fa da cornice all’essenza stessa di un capitolo completamente nuovo racchiusa già nel titolo di The Horizon Just Laughed il lato fresco e apparentemente positivo del Damien Jurado maturo non ne intacca la forma poetica dei testi. Questi restano dentro la sua musica, avvolti ancora dalla composizione, ermetici ma spudoratamente autobiografici: Jurado è sempre Jurado, un cantautore consapevole (Faccio musica perché è ciò per cui sono stato chiamato”), addirittura poliedrico nella sua semplicità – quattro quarti o bossanova poco cambia – autocritico eppure ossessivo e impaziente (“So che molte delle cose migliori della vita arrivano attraverso la calma, ma io resto l’uomo che non sopporta la coda per sedersi al ristorante e che va a far spesa di notte per non trovare altre persone alla cassa”).

Uno sguardo al passato

Seppure questa non sia una recensione, urge la necessità di mettere a fuoco cosa sia stato capace di mettere alla luce il Nostro al cospetto dei memorabilia di uno spaccato di vita lasciato definitivamente alle spalle. Non solo le figure dello sguaiato scrittore Thomas Wolfe (inizio ‘900), dell’irriverente comico Marvin Kaplan e del prolifico compositore Percy Faith, ma decine di personaggi che appaiono e scompaiono dietro al sipario perfetto rappresentato dall’arrivederci Over Rainbows and Rainier, canzone che racchiude la forza senza tempo delle tradizioni e delle highways a stelle e strisce.

“Da tempo non mi accadeva che la creatività precedesse le mie intenzioni. Sono molto fiero di ciò che ne è uscito fuori”. Fai bene caro Damien, già solo perché se Bruce Springsteen fosse nato alle porte di Seattle piangerebbe per non aver scritto lui The Last Great Washington State. E qui, forse, il cerchio si chiude una volta per tutte.

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