Bryan Adams, dal nuovo album a “O sole mio” cantato con Pavarotti. L’intervista

La rockstar canadese non smette mai di scrivere nuove canzoni e prova ne è il nuovissimo album So Happy It Hurts (BMG): un veloce incontro tra ricordi (spesso fotografici), dettagli sulle nuove composizioni e un’imprecazione su Spotify
Bryan Adams - So Happy It Hurts - intervista
Bryan Adams (fonte: ufficio stampa)

Bryan Adams è un autentico Re Mida del classic rock, eppure non ha mai avuto atteggiamenti da star viziata. Il taglio di capelli sempre pulitissimo, e un sorriso contagioso, come le sue canzoni. Alcune delle quali immortali se amate il genere: dalla trascinante Summer Of ’69 alle ballatone come (Evertything I Do) I Do for You.


Bryan Adams ama anche scattare fotografie: ha appena scattato l’iconico “The Cal”, ovvero il calendario Pirelli (notevole il ritratto di St. Vincent a bocca aperta e con il plettro “Pirelli” sulla lingua) e se qualcuno lo accusa di essersi un po’ troppo ispirato allo stile di Helmut Newton lui risponde con due favolosi volumi con ritratti di senzatetto e veterani di guerra offesi fisicamente e nell’animo.


Intanto da venerdì è disponibile il nuovo album So Happy It Hurts (BMG). Lo aspettiamo, come spesso accade per le sue date dal vivo, anche da noi: sarà il 5 dicembre alla Zoppas Arena a Conegliano Veneto, il 6 al Palazzo dello Sport di Roma e infine l’8 al Mandela Forum di Firenze (info su dalessandroegalli.com).

Ecco un estratto dall’intervista a Bryan Adams che trovate integralmente sul numero di marzo di Billboard Italia.

Devo dire che sei prolifico in questo momento della tua vita, ma è stato comunque difficile pubblicare un nuovo album?

Non direi, c’erano più di 30 canzoni scritte per l’album e queste sono state quelle che si sono messe insieme più facilmente. Guarderò cosa fare con le restanti in futuro, magari le utilizzerò per il prossimo album. Le canzoni sono come dei puzzle: hanno bisogno dei pezzi giusti per essere completate.

A proposito di canzoni ti faccio una domanda da massimi sistemi. Cos’è una canzone popolare, qual è il suo potere speciale? Tu ne hai scritte tante che la gente canta a squarciagola ai tuoi concerti o mentre guida in auto…

Sai, noi tutti identifichiamo la musica con determinati momenti della vita o determinate persone… Da parte mia poi ricordo praticamente per ogni canzone dov’ero quando l’ho scritta. Sono come delle foto in un album, mentre riesco a malapena a ricordare qualcosa nel mezzo! Ovviamente è un’esagerazione, ma ti dà un’idea di ciò che succede nel mio cervello mentre scrivo musica. Le canzoni si imprimono indelebilmente su di me.

I’ve Been Looking for You sembra un omaggio alla musica dei jukebox al rock’n’roll anni ’50. Quanto di diverti a ripescare questo tipo di sound?

Alla fine è un pezzo rockabilly ed è stato molto divertente da registrare! Questa canzone è stata effettivamente scritta per Pretty Woman – The Musical (le musiche e i testi dello spettacolo sono stati scritti dallo stesso Adams con il sodale Jim Vallance nel 2018, ndr) ma alla fine non è rientrata nello show. E non essendo uno che spreca una canzone decente (ride, ndr), l’ho registrata per questo album.

Always Have, Always Will e These Are the Moments That Make Up My Life sono i brani più autobiografici del disco?

Beh, è una specie di “obbligo” per un songwriter scrivere le sue verità. Quindi sì, è reale, ma tutte le canzoni hanno un po’ di temi autobiografici in questo album.

Just Like Me, Just Like You ha una matrice dylaniana:vuoi raccontarci qualcosa di più di questo brano?

Questo è un complimento, grazie! Sì, possiede un groove in stile Traveling Wilburys. Jim Vallance l’ha iniziato e io l’ho finito. Adoro quel bridge spaziale, al centro della canzone. È stata una bella intuizione prima del ritornello.

Sei anche un bravissimo fotografo. Quali sono le cantanti davanti al tuo obbiettivo che ti hanno impressionato?

Tina Turner senza ombra di dubbio. Ma recentemente ho avuto l’onore di scattare per il calendario Pirelli e ho avuto un cast superbo: Saweetie, Cher, Rita Ora, Grimes, Jennifer Hudson e St. Vincent. Tutte magnifiche, davvero.

In generale i tuoi ritratti sono diretti e pieni di “dignità”. Lo si comprende ancor più per due libri lontani dai temi musicali che tu hai curato come il libro di foto dei reduci di guerra (Wounded: The Legacy of War) e sui senzatetto (Homeless). Che cosa ti ha spinto a fare queste serie di ritratti?

Direi diversi motivi. Wounded: The Legacy of War è stato il mio libro contro la guerra. Non riesco ancora a credere che abbiamo lasciato che i nostri uomini e donne andassero in Iraq e in Afghanistan per essere sacrificati in quel modo, era una guerra assurda condotta come se fosse una specie di strano gioco della Nintendo. Il libro è iniziato da uno o due ritratti e poi ci sono voluti circa quattro anni per farlo.

Similmente, Homeless è iniziato da una presentazione di un ritratto che avevo fatto per una rivista di beneficenza che aiuta le persone per strada, chiamata The Big Issue. Ho pensato che potesse essere un progetto più grande e negli anni successivi loro mi hanno aiutato a mettere insieme questa raccolta di ritratti.

Non so se ti sei appassionato alla vicenda “Neil Young VS Spotify”, ma una cosa è certa: per gli artisti piccoli e indipendenti – che in un’epoca come questa non hanno potuto fare concerti – la resa economica degli streaming è troppo bassa.

Hanno dato troppo alle etichette e troppo poco a compositori e publisher. Spotify paga centinaia di milioni ai podcaster e ha dato 330 milioni per sponsorizzare una squadra di calcio, il Barcellona. Ma chi se ne frega di quello che penso?

Noi in Italia siamo così orgogliosi dei Måneskin, non abbiamo mai avuto una band rock credibile a livello internazionale. Come sta il rock oggi? Ha bisogno di qualcosa di “esotico” come loro, come mi ha detto Zucchero?

Sono in realtà molto felice di vederli avere così tanto successo! Il mio punto di vista è che le canzoni contano molto di più dell’essere “esotico”, perché puoi essere esotico quanto vuoi, ma alla fine hai bisogno di una buona canzone!

A proposito d’Italia, mi sono andato a rivedere quella tua performance al Pavarotti International dei 1995 quando cantasti ‘O Sole Mio. Che meraviglia sentir cantare Bryan Adams in perfetto napoletano! Che ricordi hai di Pavarotti e di quell’incredibile evento che riusciva a organizzare con i migliori cantanti del mondo?

Non lo dimenticherò mai. Andai a Modena direttamente dopo aver assistito al funerale di mia nonna. Mentre entravo sul palco, vidi Luciano al microfono, mi abbracciò e mi sussurrò all’orecchio: “Mi dispiace tanto”. Mio padre era con me. Guardarsi indietro, cantare in diretta alla televisione italiana in napoletano con il più grande tenore di sempre fu una follia. Ma mi piacque cantare con lui, ci facemmo una risata e si vede! Inoltre gli spaghetti a casa di Luciano erano i migliori che abbia mai mangiato.

Ascolta So Happy It Hurts di Bryan Adams


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