Brett Anderson (Suede): «Orgoglioso che il nostro primo album sia ancora considerato un disco precursore»

È iniziata la quarta fase nella lunga storia della band britannica, e il frontman ci racconta com’è nato “Autofiction”, il nuovo album
Suede by Dean Chalkley
Suede (foto di Dean Chalkley)

La celebrazione di anniversari importanti è una liturgia cara agli appassionati di musica, ed ecco che ci sentiamo quasi in dovere di andare a una data del tour per i 25 anni di quel disco, di prenotare la ristampa in vinile dell’album di maggiore successo di critica o di ascoltare con avida curiosità la raccolta di outtake e Peel Sessions…


Chi tra gli artisti è poi provvisto di capacità narrative sopra la media, beh, per noi fan una bella autobiografia è forse la sorpresa forse più interessante e avventurosa. In questo caso Brett Anderson – l’ancora fascinoso leader degli Suede – fa parte di quella categoria di artisti che con due magnifici lavori (ancora non tradotti da noi: Coal Black Mornings e Afternoons with the Blinds Drawn)ci ha saputo raccontare uno spaccato della sua nazione, parlando di sé stesso, della sua carriera e dei suoi demoni.


Anche la sua band, oltre a essere protagonista di storiche ricorrenze – che a questo punto della loro storia cominciano ad essere abbastanza numerose… – torna adesso sulle scene con il nono album in studio. Come chiave di lettura di Autofiction (BMG), gli Suede si sono ispirati all’etica punk, ovvero lavorare con il minimo indispensabile a disposizione. E così Brett, Mat Osman, Simon Gilbert, Richard Oakes e Neil Codling, chiusi assieme in una sala prove nella deserta Kings Cross (gli studi Konk, con l’aiuto del fidato Ed Buller), hanno iniziato a suonare senza troppi fronzoli e sovraproduzioni e il risultato è stato un bel disco di rock venato di new wave, momenti dark e muscolarità propria di un certo post punk.

Ecco un estratto dell’intervista che leggerete integralmente sul numero di settembre di Billboard Italia.

Vorrei partire dal titolo dell’album, Autofiction, che sembra in apparenza andare in direzione contraria rispetto agli obiettivi che come Suede avete manifestato apertamente: riprodurre la spontaneità e il potere della band che ha sempre avuto dal vivo.

Allora… la nostra intenzione era fare un disco seguendo alcuni principi del punk rock, quindi poche velleità e tanta immediatezza, e in questo caso siamo coerenti con gli obiettivi prefissati. Poi il termine autofiction è alla fine funzionale per quello che abbiamo fatto, ovvero una raccolta di canzoni che pescano da un immaginario fittizio e nello stesso tempo personalissimo, una sorta di mix tra finzione e autobiografia. Potrei estendere questo principio a molti dei lavori fatti da noi, ma in questo caso particolare lo spettro per l’ispirazione si estende proprio entro questi due ambiti.

Alcune canzoni, oltre ad avere quell’attitudine post punk, risentono di un suono anni ’80: Shadow Self mi ricorda quello che faceva Adrian Borland con i The Sound.

Prima ti ho detto del nostro desiderio di catturare lo spirito di quell’attitudine ma la nostra intenzione è stata anche recuperare certe linee estetiche nel sound. Come riferimenti ti direi band come Siouxsie and The Banshees, ovviamente i Joy Division, gli stessi The Sound… Come ben sapete, poi, oggi tutto questo sound post punk è tornato fortissimamente alla ribalta.

Chi ti piace in particolare?

Shame, Dry Cleaning e i Fontaines D.C, in particolare il loro terzo album è perfetto. Ma sai, post punk, rock, new wave: tutto è mescolato un po’ volutamente ma anche no. Perché in una band non è sempre tutto preciso e calcolato: tutto nasce anche seguendo un impulso, una chimica tra persone in un determinato istante…

Devi perdonarmi, è la classica sindrome del giornalista che cerca di pescare riferimenti, ma è anche un gioco divertente dal mio punto di vista, come per esempio trovare elementi glam rock in That Boy on the Stage.

Capisco e anzi approfitto della tua osservazione per dire che sono un poco stanco in generale di questo accostamento che nel tempo hanno fatto tra noi e il glam: ci hanno associato troppo spesso e superficialmente. Non ci siamo mai sentiti affini al mondo glam: se ci sono stati dei riferimenti sono stati davvero accidentali, mai voluti. Comunquequando ci siamo messi a suonare That Boy on the Stage pensavamo all’Iggy Pop di fine anni ’70 e se ti faccio sentire la demo cogli al volo il riferimento.

La sintesi punk rock del disco potrebbe essere Turn Off Your Brain and Yell, testo e musica potenti e liberatori, che dici?

Pensa che questa canzone è arrivata per ultima nella stesura: eravamo già al lavoro per il decimo album ma abbiamo pensato che Turn Off Your Brain and Yell stesse perfettamente nella tracklist di Autofiction. L’abbiamo registrata velocemente, prima che scadesse la deadline di produzione. Alla fine ne siamo molto contenti, in un certo senso è una canzone che segue i nostri “istinti” più fisici. Ed è proprio questo aspetto che volevamo tirar fuori con l’album. Dunque sì, davvero è un esempio perfetto, una sintesi.

Facciamo un salto nel vostro passato: sono quasi 30 anni dall’iconico album di debutto degli Suede…

Eravamo senz’altro più giovani (sorride, ndr) ed eccitati. Siamo stati dei protagonisti di quell’importante momento storico per la musica inglese. Stavamo realizzando il disco di debutto ancor prima che arrivasse il termine “brit-pop” – che detesto – ma a tutti gli effetti diventò il primo album brit-pop per la cronaca… E abbiamo fatto un disco molto inglese, intriso di sesso e oscurità. Sono molto orgoglioso che ancora oggi sia considerato un album precursore e il primo ad uscire di un genere. Non è una cosa che capita tutti i giorni a una band o a un artista.

Suede (foto di Dean Chalkley)

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