Blood Sugar Sex Magik: 30 anni di un capolavoro unico nel suo genere

Usciva il 24 settembre 1991 l’album che consacrò su scala planetaria i Red Hot Chili Peppers: un disco per molti aspetti insuperato
Red Hot Chili Peppers - Blood Sugar Sex Magik - foto di ncjrsa - Flickr
Foto di ncjrsa / Flickr

Capolavoro funk rock, monumento all’amore libero, sfacciato eccesso di testosterone, ammissione di colpe e fragilità. Qualunque cosa fosse Blood Sugar Sex Magik, album della consacrazione dei Red Hot Chili Peppers, è stato di certo un apice, una vetta. Non per niente usciva nel corso di quell’annus mirabilis del rock che fu il 1991 (anno ad alta densità di pietre miliari: dai Nirvana ai Metallica, dai Pearl Jam ai Primal Scream). Proprio oggi cade il suo trentennale: ricorrenza stranamente priva di riedizioni speciali dell’album ma ugualmente degna di essere celebrata.

Corpo

In principio era il corpo. Pelle, carne, peli, sudore, l’inchiostro dei tatuaggi. A una cultura rock – specie nei ruggenti anni ’80 – cronicamente affetta da machismo e scarsa autoironia i Red Hot preferivano l’inclinazione a prendersi in giro facendo linguacce infantili nelle foto promozionali o suonando sul palco vestiti unicamente di un calzino sulle parti intime.

Dunque un corpo liberato e libero di provocare: non è un caso che proprio la dimensione fisica dei quattro sia la prima a investire i sensi di chi si accosta per la prima volta a Blood Sugar Sex Magik (così come nel caso del precedente Mother’s Milk). A partire da quell’iconico artwork firmato dal fotografo Gus Van Sant e dall’illustratore (nonché tatuatore di fiducia) Henk Schiffmacher, con le lingue stilizzate di Anthony, Flea, John e Chad a protendersi verso un’unica, metaforica rosa.

Mente

A proposito di firme, basterebbe quel “produced by Rick Rubin, engineered by Brendan O’Brien” per garantire la levatura dell’album: due veri assi. Come produttore, Rubin in particolare svolse un ruolo cruciale nel delineare l’output finale di Blood Sugar Sex Magik. Fu davvero il quinto Red Hot: visse con loro nella villa che fu di Houdini, lavorò a stretto contatto con Anthony Kiedis anche sulla parte testuale, li incoraggiò ad abbassare velocità e complessità dei brani e in generale creò quel clima di grande libertà creativa che permea l’album all’ascolto.

Ma una menzione d’onore deve andare di diritto anche al meno universalmente noto O’Brien, camaleontico produttore/fonico/mixer, a seconda delle circostanze. Nei primi anni ’90 lo troviamo qua e là coinvolto in diversi dischi fondamentali dell’epoca, da Shake Your Money Maker dei Black Crowes a Superunknown dei Soundgarden. In quanto ingegnere del suono di Blood Sugar Sex Magik, il riconoscibilissimo sound dell’album è opera sua.

Musica

Il resto, naturalmente, lo fecero i quattro Peperoncini. Con lo sguardo di oggi fa strano pensarlo, ma l’album con cui diedero il meglio di sé artisticamente era la quinta prova discografica della band. L’esordio eponimo, acerbissimo, risaliva a sette anni prima. Nel frattempo avevano: tentato la carta del produttore superstar (George Clinton, per Freaky Stiley), cambiato formazione più volte, pianto la morte per overdose del chitarrista e amico fraterno Hillel Slovak, rilanciato il progetto con un nuovo batterista e un chitarrista 18enne senza esperienza discografica. Montagne russe.

I buoni risultati raccolti con Mother’s Milk (1989, 52° posizione raggiunta nella Billboard 200) provarono che il nuovo assetto funzionava. E che magari si poteva osare e cambiare, abbandonando quella formula ancora troppo legata al punk degli esordi in favore di un sound più maturo. Rimaneva la componente funk di derivazione più classica (Parliament, Funkadelic, Sly and the Family Stone), unita all’afflato hendrixiano-psichedelico di Frusciante e alla nuova vocalità di Kiedis, sensibilmente più consapevole delle proprie capacità al punto di cantare per la prima volta vere e proprie parti melodiche in brani come I Could Have Lied e Under the Bridge.

Il sigillo finale era apposto da una delle sezioni ritmiche più affilate del rock degli ultimi trent’anni. Flea e Chad Smith come John Paul Jones e John Bonham, come Sting e Stewart Copeland: perfetta meccanica musicale. Un ruolo fondamentale, poi, in un progetto di impronta essenzialmente funk. I bpm più rilassati, fra i 60 e i 90, sembrano dare a Smith una maggiore spinta creativa e lo stesso Flea – su stimolo di Rubin – tende a semplificare la tecnica “fulminea” degli esordi per lasciare più respiro alle proprie pulsazioni ritmiche (esemplare in tal senso la linea di basso di Give It Away: semplice, ma efficace e memorabile). La ricetta musicale, insomma, era stata trovata.

Blood Sugar Sex Magik: un album che ha fatto scuola?

L’album era una scommessa: ben 17 tracce, un’ora e un quarto di ascolto. Ai tempi dei loro esordi, come ricorda Flea, erano “troppo funky per le radio dei bianchi, troppo punk rock per quelle dei neri”. Ma nel giro di qualche anno le cose erano cambiate: la cultura hip hop aveva contribuito ad abbattere barriere musicali e pure razziali. La musica “bastarda” dei Red Hot era motivo di orgoglio e vanto, specie in una città meticcia come Los Angeles. L’album raggiunse la terza posizione della Billboard 200 e diventò disco di platino nel giro di sei mesi (tempi velocissimi, per l’epoca).

Era la consacrazione del fenomeno del crossover, attitudine (più che genere specifico) che avrebbe percorso trasversalmente gli anni ’90 con filiazioni anche eccellenti, dai Rage Against The Machine ai Faith No More. Impossibile, poi, non vedere l’influenza di Blood Sugar Sex Magik in un genere che fu effimero e controverso ma commercialmente potente come il nu metal.

È dunque un album che ha fatto scuola? Sì e no. Più che come anticipazione della musica a venire, a distanza di trent’anni BSSM si fa ricordare come bizzarro unicum. Il riuscito esperimento di una band diversa da tutte le altre. I Red Hot non si collocavano (e non l’avrebbero mai fatto neanche dopo) in nessun tipo di “scena”. Loro stessi non sarebbero mai più tornati su quel tipo di formula musicale se non nelle infiammate performance dal vivo.

Blood Sugar Sex Magik e gli spettri del futuro

Col senno di poi, sull’album aleggia un inquietante prologo di ciò che accadrà. Raggiungere la vetta comporta il rischio di precipitare un attimo dopo. È quello che successe alla fragile psiche di John Frusciante, travolto dall’inaspettato (e indesiderato) successo globale. Le immagini parlano da sole: basta vedere la differenza sul volto di John fra il documentario Funky Monks (girato durante la realizzazione dell’album) e la disastrosa performance al Saturday Night Live di appena un anno dopo.

Fortunatamente la devastante spirale tossica di Frusciante ha avuto un lieto fine. Il suo rientro nella band avrebbe poi prodotto nuovi capolavori e il nuovo ritorno del 2019 preannuncia nuova musica di uno dei chitarristi e songwriter più brillanti della sua generazione.

Ascolta Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers in streaming

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