“Bloodline Maintenance”: la lotta politica e personale di Ben Harper è più viva che mai

Un nuovo album, profondamente ispirato, che va contro tutti i canoni musicali odierni, dove l’artista riflette su enormi questioni razziali e sul rapporto con il padre scomparso. La nostra intervista
Ben Harper
Ben Harper, foto di Michael Halsband

Ben Harper compare nella schermata di Zoom con un quadro enorme alle sue spalle. Non è facile identificarne il soggetto ma pare un’orchidea gigante bordeaux. Di certo non è uno screen fasullo come quelli delle spiagge caraibiche utilizzati in pandemia e conferisce all’incontro un’aura di solennità. Potrebbe benissimo sembrare lo scorcio di un museo o semplicemente di una lussuosa camera d’albergo. Il cantautore, infatti, è a Parigi in vacanza e anche per preparare il tour che «adoro far partire dall’Europa».


L’atmosfera austera è mitigata da lui stesso che pare sempre super-rilassato con felpa rossa, il cappellino-cuffia a righe e soprattutto con suo figlio Besso di 5 anni sulle gambe. Il quinto figlio, il primo con la moglie Jaclyn Matfus. Harper vorrebbe raccontarci il nuovo album che esce oggi, venerdì 22 luglio, Bloodline Maintenance, ma non c’è niente da fare. «Voglio te, daddy, ora, per giocare subito». Besso pare poco convincibile. E dopo una negoziazione a base di “sto pochi minuti e poi vengo a cercarti”, in toni molto gentili che diventano sempre più assertivi, si allontana. «Non mi portano un gran rispetto in questa casa!», si sfoga ridendo il cantautore e poli-strumentista.


Il suo è il diciassettesimo album di una carriera ventennale costellata da successi e da tre Grammy Awards, un lavoro davvero ricco di suoni, suggestioni e molto ispirato dove ha voluto suonare lui stesso la maggior parte degli strumenti (compreso un rullante giocattolo). Un disco nato dal dolore per una perdita importante, quella per il suo bassista Juan Nelson, mancato un anno fa, e dedicato in gran parte a Leonard Harper, suo padre. Dove la dimensione politica, sempre importante per Harper, è fondamentale tanto quanto quella personale.

Ecco un estratto dall’intervista a Ben Harper che sarà disponibile sul numero di luglio/agosto di Billboard Italia.

Ben Harper: «Credo che in America ci si debba chiedere seriamente se si è pronti ad andare avanti o a tornare indietro»

In Bloodline Maintenance il modern soul la fa da padrone ma c’è anche una ampia scelta di suoni e di altri generi musicali, dal blues alle suggestioni afro-americane: avevi in mente un obiettivo preciso?

Non seguo una narrativa predeterminata, cerco solo di assecondare il mio istinto creativo. È importante che le persone percepiscano le canzoni come vogliono, più di quanto non debba fare io stesso quando le scrivo. Non penso che un pittore che dipinge abbia in mente sè stesso. Sono sempre curioso di conoscere le reazioni di coloro che ascoltano e per questo disco in maniera particolare. Non vedo davvero l’ora di saperle.

Mi hanno colpito due canzoni così decisamente diverse tra loro: More Than Love e Maybe I Can’t.

A volte mi sembrano totalmente diverse ma altre mi pare invece che abbiano qualcosa in comune o comunque siano legate più di quanto si possa pensare. Credo che in Bloodline Maintenance le tracce si compensino parecchio nella loro diversità.

Che cosa significa veramente per te l’espressione Bloodline Maintenance?

Se si va in profondità ha sicuramente un certo peso. Consiste nel portare avanti il proprio compito nella vita. Ma può essere visto anche con leggerezza: un’espressione come un’altra, come pettinarsi i capelli, per intenderci!

A proposito di temi importanti in We Need to Talk About It affronti il tema razziale. A quasi 30 anni da Like A King, il brano dedicato a Rodney King, il tassista di colore protagonista di un terribile pestaggio da parte degli agenti di polizia nel 1991 a Los Angeles. A che punto è il dibattito in America oggi?

Il brano cerca di raccontare la linea temporale che va dal periodo della schiavitù e arriva direttamente al movimento Black Lives Matter. Credo che in America ci si debba chiedere seriamente se si è pronti ad andare avanti o a tornare indietro.

Un’altra domanda fondamentale è nel titolo di Where Did We Go Wrong: dove e quando abbiamo iniziato a sbagliare tutto?

È una prospettiva veramente soggettiva. Non lo so dove e quando abbiamo iniziato a sbagliare. Ma, come dicevo anche prima, credo che sarebbe necessario compiere un passo indietro, anche estremo, per riuscire ad andare avanti. Il fatto è che dovrebbe compierlo tutta l’intera nazione.

In questo album ci sono anche molte riflessioni sul rapporto personale con tuo padre.

Una grande fetta di questo album è incentrata su quello. È stato bello celebrare mio padre musicalmente. E comunque è un album totalmente diverso dai canoni musicali attuali e da tutto ciò che si può sentire in radio oggi. È una sorpresa per tutti.

«L’hip hop è il nuovo rock’n’roll»

Che rapporto hai con la musica che si ascolta di più oggi? So che apprezzi l’hip hop e si sente anche in questo tuo ultimo lavoro.

Certo, il rap mi piace da sempre, per esempio adoro Missy Elliott e Kendrick Lamar. L’hip hop è il nuovo rock‘n’roll, ovvero è il suono della giovinezza, anche per me era così. Ciò che è sempre stato importante per me era crescere con un panorama variegato di suoni.

Il tuo concerto preferito della vita rimane quello di Bob Marley?

Ho visto davvero degli show straordinari nella mia vita. Dagli U2 ai Rage Against The Machine, dai Beastie Boys a Bruce Springsteen, da Aretha Franklin a Harry Styles, con cui sarò a Los Angeles in ottobre per 15 date (avevo già suonato la chitarra in un pezzo, Boyfriend, del suo nuovo album,). E poi Jovanotti! Il suo live è pazzesco! Mi è piaciuto registrare con lui e cantare insieme dal vivo.

L’intervista completa è sul numero di Billboard Italia di luglio/agosto che uscirà martedì 26 luglio.


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