La scuola del pop scandinavo è più viva che mai: basta guardare i numeri astronomici raggiunti da artiste come MØ o Zara Larsson. La bella svedese ha all’attivo collaborazioni pazzesche – da Ed Sheeran a David Guetta – e diverse hit da miliardi di click ma è prima di tutto una ragazza di vent’anni orgogliosa di quello che fa. Parla con grande amore della sua musica e si illumina quando le si rivolgono due parole in uno svedese elementare. Da poco è uscito il nuovo singolo Ruin My Life che anticipa il suo secondo album. Di passaggio a Milano per la Fashion Week, per l’occasione l’abbiamo accolta in redazione (troverete sul numero di novembre lo shooting fotografico a lei dedicato). Tack så mycket, Zara!

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Il tuo nuovo singolo Ruin My Life è sostanzialmente una heartbreak song, però poi dici: “Baby come back to me, I want you to ruin my life”. Una cosa un po’ particolare, no?

Sì, è un paradosso. Ma sai, così è la vita: io sono stata in situazioni del genere così – come, credo, molte altre persone. Ci si può rivedere abbastanza facilmente: è quando l’altra persona non c’è più per te ma tu sei ancora innamorata e non ci puoi fare niente. E tuttavia la vuoi ancora vicino, anche se sai che ti rovinerà la vita.

Sei giovane ma la tua avventura nel mondo della musica è cominciata già da un bel po’. Com’è cambiato il tuo approccio alla musica nel corso degli anni?

Io non penso di essere cambiata: ho ancora gli stessi obiettivi e gli stessi sogni. Semplicemente voglio continuare a fare per il resto della mia vita quello che sto facendo ora. Voglio crescere come artista, imparando a produrre i miei album per avere maggiore controllo su tutto ciò che faccio. Crescendo, diventando donna, vuoi essere sempre più responsabile di quello che fai. Se faccio una canzone voglio che mi rispecchi al 100%. Anche se non diventassi il miglior fonico che ci sia, voglio comunque conoscere il mio sound abbastanza da poter dire: “Questo è ciò che voglio essere”. Quindi si tratta certamente di lavorare insieme a songwriter, produttori e tecnici del suono ma soprattutto di avere più controllo sulle mie produzioni.

Hai detto che il palco è il luogo che preferisci ma anche “un posto molto vulnerabile perché tutti ti guardano”. Qual è il mix di emozioni che provi sul palcoscenico?

Sì, è un posto che ti rende vulnerabile ma anche potente al tempo stesso: per un’ora o due eserciti una sorta di controllo sugli spettatori. Non so perché ma non posso farne a meno. È sempre stato così, già da piccola ero affascinata dal palco. Se c’era un’occasione per esibirmi lo facevo! Comunque in particolare mi sento vulnerabile quando devo parlare in pubblico. Cantare è una cosa diversa perché ripeti delle parole a memoria ma quando devi parlare con i fan sei davvero tu. È una cosa che ti mette a nudo, in un certo senso. Ma sto migliorando.

Ci sono molte persone con te sul palco nei tuoi concerti: la band, le coriste, le ballerine… È difficile per te coordinare così tante persone diverse?

No, adoro tutti quelli che sono con me sul palco. Ogni volta ci divertiamo un sacco. Anche se sotto il palco ci fosse una sola persona annoiata, noi comunque ci godremmo il momento. La mia band mi dà una grossa mano. Lavoriamo molto bene insieme ormai da alcuni anni, quindi oltretutto li conosco bene. Poi naturalmente c’è il mio coreografo. Tutto sta funzionando molto bene.

Quali persone ti ispirano? Al di fuori della tua famiglia e dei tuoi amici.

Beyoncé, senza dubbio.

Immagino che le tue principali influenze provengano dal pop mainstream internazionale, ma ci suggeriresti alcuni artisti svedesi che secondo te dovremmo scoprire?

Beh, ovviamente tutti conoscono Robyn. Poi mi piace molto Seinabo Sey. È davvero cool. Ha fatto una canzone intitolata Younger (la canticchia, ndr). Direi anche Sabina Ddumba, anche lei è forte, ha una voce fenomenale e uno stile molto particolare. Mia sorella (Hanna, ndr) canta in duo con un’amica: loro sono le Lennixx e sono uscite da poco con un EP, hapap. Sono bravissime, molto “anti-pop”, fanno una specie di neo soul.

Hai collaborato in modi differenti con molti artisti diversi: per esempio Charlie Puth, Ed Sheeran, i Clean Bandit, Ty Dolla $ign e monsieur David Guetta. Quale collaborazione ti ha dato di più da un punto di vista professionale?

Direi David Guetta (con cui ha realizzato This One’s For You, canzone ufficiale degli Europei 2016, ndr). È stata un’esperienza fantastica, anche per tutto ciò che la circondava. È stata la mia prima grossa collaborazione con un DJ. Ho sempre considerato David Guetta come uno dei migliori DJ al mondo, una sorta di pioniere. Oltretutto è una persona molto dolce. Penso che quel featuring mi abbia anche dato visibilità verso un pubblico più ampio, diverso da quello che normalmente ascolta le mie canzoni.

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Le tue canzoni in generale parlano di amore e vita vissuta, però le tue dichiarazioni pubbliche sono piuttosto politiche – da Donald Trump ai diritti LGBT. Pensi che ci saranno più canzoni “impegnate” nelle tue future produzioni?

Assolutamente. Penso sia molto difficile scrivere canzoni che siano affermazioni politiche ma anche adatte a un contesto mainstream. Sicuramente cercherò di avere qualche “female anthem” e di parlare delle tematiche che mi stanno a cuore. Sai, in quest’epoca di social media la persona che sei è spesso parte dell’immagine dell’artista. Molte persone condividono le mie opinioni ma non amano la mia musica e viceversa. Ma io penso che le due cose debbano andare insieme. Lemonade, il sesto album di Beyoncé, non sarebbe stato il disco potente che è stato se lei non avesse avuto quel successo precedentemente. Se fosse stato il suo primo album, sarebbe stato ugualmente stupendo ma non sarebbe stato ciò che è diventato. Magari fra cinque album ci arriverò anch’io.

Sei qui a Milano per la Fashion Week. È la tua prima volta all’evento? Ti piace l’idea di “intrufolarti” nel mondo della moda?

Sì, è la prima volta. È proprio quello che cerco di fare, intrufolarmi e dire “Ciaaao, sono qui” (ride, ndr). La moda e la musica vanno sempre a braccetto. È una forma d’espressione, proprio come la musica e, come la musica, può essere qualcosa di molto politico.

Negli ultimi mesi ti sei esibita in molti festival in giro per il mondo. Ce ne sono alcuni che ti sono piaciuti in particolare per la loro atmosfera, il loro concept o il loro pubblico?

Mi è piaciuto molto il Queens of Pop a Uppsala, con sole artiste donne. È stato molto figo vedere le donne in maggioranza: sai, ci sono molti festival che hanno quasi solo artisti uomini. L’anno scorso mi sono esibita al Wireless Festival di Londra e in totale c’erano due donne in line up – di cui una ero io. Non si può certo dire che non ci siano brave artiste in giro. Al Queens of Festival c’era una bella atmosfera, molto accogliente, il pubblico era davvero motivante. A parte il Queens of Pop direi il Lollapalooza. Ho adorato quelli in Argentina e in Brasile: pazzeschi.

C’è un nuovo album in arrivo?

Sì, ci sto lavorando e penso che questa volta farò le cose in maniera diversa. L’ultima volta (si riferisce all’album So Good, 2017, ndr) avevo pubblicato soprattutto singoli: Lush Life uscì due anni prima del disco. Avevo già pubblicato molte canzoni prima dell’album vero e proprio: sai come funziona oggi, fai uscire molti singoli e poi li metti insieme in un album insieme a tre o quattro pezzi inediti. Questa volta vorrei fare le cose in maniera “tradizionale”: i singoli saranno tratti dall’album, piuttosto che il contrario. Oggi gli artisti pubblicano nuova musica a un ritmo pazzesco e tu devi rimanere al passo per essere rilevante. A me sembra passata un’eternità dall’ultima volta che ho fatto uscire qualcosa, anche se si tratta solo di un anno e mezzo.

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