Tori Amos: «Dobbiamo imparare dagli alberi a comunicare attraverso il silenzio»

In un periodo di cambiamenti epocali, con il nuovo album “Ocean to Ocean” la cantautrice americana torna ai primordi della vita: ascoltare il mondo naturale per imparare a migliorarci come esseri umani
Tori Amos - Ocean to Ocean - intervista - foto di Desmond Murray - 1
Foto di Desmond Murray

Dall’esordio Little Earthquakes, con quella Me and a Gun che ti sbatteva in faccia per voce sola la storia di uno stupro, il percorso di Tori Amos ha fronteggiato con le armi della coerenza artistica e del coraggio un processo di graduale ridimensionamento dei consensi attribuiti ai dischi degli anni ‘90. Ed è divenuta un classico, forte di una personalità unica e di una vena compositiva potenzialmente inesauribile.

Dal 2017 Tori Amos taceva. In mezzo le ben note vicende della pandemia, della lontananza dal palco, di una prima bozza di nuovo repertorio, poi abbandonata per assecondare meglio il clima del particolare momento storico in atto.

Nei quindici album che precedono il nuovo Ocean to Ocean Tori Amos si è permessa il lusso di ripetute scelte anticonvenzionali. Per dirne alcune: un disco di sole cover in funzione antisessista (To Venus and Back), uno per archetipi femminili, cinque in tutto, incarnati ovviamente dalla titolare (American Doll Posse), un concept album di stampo “liederistico” edito da Deutsche Grammophon (Night of Hunters), un altro che racconta una Tori Amos on the road nei panni dell’avatar Scarlet, fino a un album difficile, ambizioso e sottovalutato, come Native Invaders.

Ocean to Ocean sposta l’accento sui temi della natura e della narrazione introspettiva e/o visionaria e punta su sonorità sobrie ed attuali, sul formato canzone, ma è ugualmente ricco di significati e stratificazioni, come è sempre tratto peculiare dell’artista. Ecco un estratto dell’intervista che trovate integralmente sul numero di novembre di Billboard Italia.

La prima cosa che colpisce nell’ascoltare l’album è il desiderio di trovare un’empatia particolarmente profonda con chi ti ascolta. Pensi che possa essere questa la chiave per approcciare i nuovi pezzi?

Questo è stato un anno rivelatorio. A un certo punto è stato chiaro che ovunque nel mondo, in modi anche molto differenti, le persone stavano affrontando così tante situazioni problematiche, sfide, crisi, che non potevo non rivolgere la mia attenzione a tutto questo. Avevo bisogno di capire dove fossero realmente gli uomini e le donne che mi avrebbero ascoltato, cosa stessero provando e come la mia musica potesse raggiungerli, confacendosi al loro stato d’animo.

Nella vita delle persone si sono succeduti cambiamenti epocali, magari non necessariamente tragici, ma pur sempre cambiamenti, con la loro quota di incertezza, ma anche di nuovi orizzonti e bisogni. Anche la mia musica doveva cambiare, le mie canzoni dovevano essere specchio di questo tempo.

Hai seguito un particolare metodo per trovare una connessione così particolare col tuo pubblico?

Mi sono imposta di lasciare da parte per qualche tempo le questioni politiche e i risvolti della democrazia americana. Oltre ad essere disgustata e ferita avevo bisogno di stare in silenzio per essere, come dicevi, empatica. Avevo bisogno di arrivare a percepire quasi fisicamente, emotivamente e mentalmente quelle storie. Ed esse, nel silenzio, trovavano la loro strada per arrivare a me. Metal Water Wood è stata la prima canzone che ho scritto e nasce da questo stato d’animo così intenso. Da lì in poi tutto è stato più chiaro e il progetto dell’album ha preso consistenza.

È un momento in cui si parla molto del ruolo della donna in ogni campo. Tu sei stata sempre un’artista con un’identità femminile molto definita, potente, anche militante per certi versi. Ti sembra che sia cambiato qualcosa, che siamo in qualche modo migliorati?

Credo che le ingiustizie siano diventate ancora più gravi se si fa un raffronto tra le diverse parti del mondo. Non possiamo dimenticare le nostre sorelle in Afghanistan, o negli altri stati dove le donne sono oppresse. Sono tanti i paesi in cui la libertà è stata negata dai governi. Sto parlando di luoghi in cui viene repressa ogni forma di protesta. Certo, anche qui in America a volte una protesta può costarti cara, anche nel democratico mondo occidentale ribellarsi può rovinare un’esistenza.

Però io, come donna occidentale, bianca, che ha trascorso tutta la propria vita all’interno del music business, non posso non considerarmi una privilegiata e di conseguenza assumermi una mia parte di responsabilità, o piuttosto l’impegno a dare un contributo, nella lunga marcia verso l’eguaglianza dei diritti.

Tori Amos - Ocean to Ocean - intervista - foto di Desmond Murray - 2
Foto di Desmond Murray
A mio parere i due dischi che precedono Ocean to Ocean, ovvero Native Invader e Unrepentant Geraldines, sono tra i più belli della tua intera carriera. Questo nuovo segna un ulteriore cambio di direzione, che sembra privilegiare la narrazione. Cos’ha determinato questa scelta?

Avevo tanti pezzi pronti più vicini allo stile di quei due album, ma a un certo punto mi sono resa conto che non erano le canzoni giuste. Dopo l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio mi sono distaccata da quel mood, non volevo stare nella parte di linea del tempo corrispondente a una guerra civile, volevo andare oltre.  Non era quello il posto in cui volevo essere, non erano quelle le canzoni che mi rappresentavano.

Volevo essere dove sono gli alberi, parlare con loro, sfuggire a uno spazio dominato dal caos. Ho chiesto alla musica di portarmi nel luogo degli alberi, nel letto degli oceani. Quella era la fluidità, la magia, lo stato energetico di cui avevo bisogno e in essa ho trovato dei personaggi da raccontare, anzi sono diventata io stessa un personaggio all’interno delle storie, proprio come desideravo.

A proposito di questo, uno dei brani più suggestivi del disco è proprio uno dei singoli che hanno fatto da apripista all’album. Parlo di Speaking with Trees. Curiosamente il tema riecheggia quello di una poesia del grande poeta italiano Francesco Petrarca, intitolata Solo et pensoso. Nel componimento l’autore immagina di ritrovarsi per scelta in luoghi solitari, dove parla con gli alberi e confida ad essi le proprie angosce e il proprio malessere. Faccio a te la domanda che avrei fatto a lui: cosa rispondono gli alberi, quando parliamo con loro? Quale messaggio possono darci? Cosa ci dicono col loro silenzio?

Di risparmiarci, di essere clementi nei confronti di noi stessi, di lasciarci alle spalle ciò che non è più giusto per noi e sondare nuovi modi di vivere e comunicare. Gli alberi sanno comunicare gli uni con gli altri. Ho letto un libro meraviglioso a proposito di questo. Il titolo completo è Finding the Mother Tree, Discovering the Wisdom of the Forest, ed è stato scritto da Suzanne Simard. Parla di come esista un sistema sotterraneo di comunicazione fra gli alberi, dotato di una sua complessità.

Ovviamente non sto usando i termini corretti, come potrebbe fare una persona esperta del settore. Ma te ne parlo proprio per condividere anche con te una suggestione. L’autrice è canadese, lavorava nel settore forestale negli anni ’80, poi è diventata un’esperta nello studio della comunicazione fra le piante. Dobbiamo imitarle, imparare dagli alberi a comunicare attraverso il silenzio.

C’è un posto dove possiamo essere onesti con noi stessi, capire il perché delle nostre azioni e reazioni, in che cosa impieghiamo le nostre energie. Bisogna capire fino in fondo le nostre interazioni con le persone che amiamo e con le quali lavoriamo. Occorre sedersi in un posto tranquillo nella natura, contemplarla, lasciare che ci dia le risposte non solo alle domande che conosciamo, ma anche a quelle di cui non siamo consapevoli. Da un oceano all’altro anche io ho cercato di imparare questo linguaggio silenzioso e di far scaturire la musica da esso.

Ascolta Ocean to Ocean di Tori Amos in streaming

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