Tiziano Ferro racconta il suo Natale, la passione per Tha Supreme, la ricerca della sobrietà mentale. Un’intervista molto personale

Pensiamo di sapere tutto su Tiziano ma non è così. Tra ricordi del festival di Sanremo e un certo Muro del Latte, ecco il nostro incontro
Tiziano Ferro, foto: ufficio stampa
Tiziano Ferro, foto: ufficio stampa

Di Tiziano Ferro crediamo ormai di sapere tutto. Recentemente ha raccontato nei particolari la nascita di Accetto Miracoli, L’esperienza degli altri, l’album di cover nato come un fuori-programma uscito a novembre. E soprattutto ha spiegato molto bene la storia del suo alcolismo che ha deciso di rendere pubblica tramite il documentario di Amazon Prime, Ferro. Eppure ci sono ancora degli aspetti che Tiziano non aveva approfondito. Perciò ci siamo seduti face-to-face o meglio video-a-video, lui da Los Angeles e noi da Milano, per commentare insieme questo anno così assurdo. Per parlare del Natale imminente, di differenze tra la scena musicale americana e quella italiana, delle sue predilezioni per tha Supreme e Ultimo. Del vivere a Los Angeles e del fare beneficenza, del festival di Sanremo e di cosa significhi sobrietà mentale. Del senso profondo della musica e, quindi sì, anche della vita.

Tiziano si collega 10 minuti in ritardo rispetto all’ora stabilita perché uno dei suoi due cani ha ingoiato qualcosa di non ben identificato, e per questo si scusa infinite volte.

Casa a Natale

Partiamo dal singolo Casa a Natale: è in radio da due settimane ma è stato scritto un anno fa. Alcuni versi sono perfetti per questo periodo. “Urlano al telegiornale/ Nel servizio sul caos che precede il mio Natale. Sono solo ed è sempre stato così”. Chissà quanta gente sarà sola a casa domani.

Ho scritto Casa a Natale ancora prima dell’anno scorso, è una delle canzoni meno recenti dell’album. In quel periodo producevo una ragazza che non era ancora famosa ma in lei credevo moltissimo. Era Giordana Angi. Mi aveva fatto arrivare a casa una lettera scritta a mano con un CD allegato senza copertina e quando lo ascoltai saltai dalla sedia. Iniziammo a scrivere un po’ di testi assieme tra cui Accetto Miracoli e anche Casa a Natale. All’inizio era un brano piuttosto malinconico ma io la spinsi a calcare la mano. A entrare in un universo parallelo e distante da quello che vivono la maggior parte delle persone nel periodo delle feste. Perché è ovvio che il Natale non è mai stato solo una festa felice, anzi. Da lì è iniziato un periodo molto bello per la nostra collaborazione anche se per lei in realtà era terribile perché continuava a ricevere solo rifiuti da tutti. Io la capivo, avevo vissuto le stesse situazioni e quindi la spingevo a scrivere. Perché davvero solo la musica a volte può essere la nostra salvezza.

Tiziano, come passerai il Natale domani?

È la prima volta che non lo passo con la mia famiglia, diciamo con quella che storicamente è la mia prima famiglia perché adesso lo è Victor (Allen, sposato nel giugno 2019, ndr). Fa strano ma non mi lamento. Il 2020 è stato un delirio ma ci ha dato la possibilità di imparare qualcosa. La pazienza, il valore delle persone e della presenza di quest’ultime, la generosità, la gestione della rabbia, l’empatia. Ecco il Natale deve essere il momento in cui mettiamo in pratica tutto. Ci sono iniziative molto significative e diverse a cui ho preso parte: dal Fondo per i lavoratori del mondo della Musica a un’iniziativa molto lodevole del Ministero della Salute sull’adozione consapevole degli Animali e sulla loro iscrizione all’anagrafe.

Fare beneficenza e parlarne

Tiziano hai aderito anche a Scena Unita?

Io aderisco a tutto. Se posso partecipare a qualcosa lo faccio. Sono stato il primo a dare l’ok per “Musica che unisce” su Rai1 e a sostenere il fondo di MusicHub. È normale per me farlo e dirlo e in questo l’America ha contribuito a cambiare la mia visione. Se fai beneficenza è giusto che tu lo dica perché la gente poi può seguire il tuo esempio. Non è arroganza: quando sono andato a Sanremo ho donato l’intero cachet in beneficenza, era giusto che se ne parlasse.

Questa immagino sia solo una delle visioni diverse che ti regala l’America: la scena musicale italiana ti sembra ancora più piccola vista da Los Angeles?

È tutto proporzionato. In America magari un esordiente può arrivare a fare un video da 300mila dollari mentre in Italia non può essere così perché l’economia è completamente su una scala differente. Se in America vai in uno studio a registrare, puoi incontrare qualcuno nella stanza del caffè che magari è un cantante o un chitarrista famoso. Inizi a chiacchierarci, magari scopri che lui ti apprezza e dal nulla nascono delle collaborazioni. Nessuno si fa problemi in tal senso. La spiegazione che mi sono dato è questa: negli Stati Uniti essere un musicista o un autore di una serie tv è una professione come un’altra. In Italia no, è un lavoro elitario e non viene neanche preso sul serio. Per questo l’artista italiano tende a coltivare il suo orticello e collaborare diventa più difficile. Nel tempo sono riuscito comunque a mettere in piedi delle collaborazioni bellissime ma ti confesso che spesso invece non ci sono riuscito proprio per questo clima di chiusura.

Madame, Brunori Sas, tha Supreme e Ultimo

Chi ti piace della scena italiana di adesso?

Delle realtà urban italiane mi piace Madame, mentre tra i cantautori Brunori SAS, ha quella sensibilità e timidezza di chi è capace di cogliere i dettagli perché ha vissuto in provincia e non in una megalopoli. Apprezzo la musica di oggi. Certo magari ogni tanto mi sento un po’ soffocato da questa iper-massiccia presenza di trap e reggaeton. Anche se la trap mi piace, secondo me non ci sono mai stati dei generi musicali nella storia che abbiano soppresso praticamente tutti gli altri. Però devo dirti: un vero genio è Tha Supreme, produce dei beat stupendi, quasi soul. L’ho contattato per fargli i complimenti, farà una strada pazzesca. Ha l’atteggiamento giusto da artista: si chiude in studio e pensa solo all’obiettivo.

Magari farete una collaborazione insieme?

Mi piacerebbe molto. Trovo che sia un talento unico. Come lo è anche Ultimo, che in epoca di plasticità reggaetoniana, ha saputo imporsi semplicemente prendendo una chitarra in mano e raccontando che cosa aveva dentro. Tutto: dolori e cicatrici.

L’importanza di vivere a LA

Per un artista quanto cambia vivere a Los Angeles?

Be’, per esempio, nel disco di cover ci sono un paio di canzoni che ho registrato con la band, Rimmel per esempio. Quando ti ritrovi in un pezzo Mike Landau, che è ancora uno dei più grandi chitarristi che ci siano oggi al mondo e Victor Indrizzo, il batterista anche di Alanis Morissette, fa una certa differenza! Ma poi hanno una simpatia e una gentilezza pazzesche. Sentirli suonare ti fa venire voglia di scrivere un’altra canzone per poterli incontrare di nuovo. Gli stimoli a Los Angeles sono speciali, c’è poco da dire. Devo ammettere che mi sono trovato a vivere qui ma non l’avevo mai considerato perché non mi piaceva troppo. Rimane lontano da me anche se ci sono tanti aspetti che adoro.

Festival di Sanremo

Una settimana fa hanno dato i nomi del festival di Sanremo, ancora evento fondamentale per la musica italiana. L’anno scorso sei stato l’ospite protagonista in quasi tutte le serate. Dato che la nostra mente ci ricorda spesso solo l’unica cosa negativa di un evento, e per te forse è stata solo la tua stecca per Almeno tu nell’universo di Mia Martini, se ti dico Sanremo ti ricordi quel momento?

Io penso di aver fatto 100 miliardi di stecche nella mia vita e vorrei che quella fosse una di quelle. Ma non è così, non mi è mai successo nella vita. Lì non mi usciva più la voce: è una cosa molto diversa! A ora non sono ancora riuscito a darmi una spiegazione logica: ansia? So solo che, dopo una standing ovation, ho guardato in alto, verso la galleria, e mi è venuto in mente quando lo aveva fatto Mimì. Lei tornava a Sanremo dopo 10 anni in cui era stata tacciata di portare sfortuna, arrivava con un pezzo così significativo e guardò su. Boh, che posso dire? La mia voce se ne è andata. Io credo comunque che gli artisti per rimanere vivi devono sempre camminare sul ciglio del burrone, mettersi in gioco, non possono rimanere comodi. Molti artisti famosi dicono di non voler mettersi in gioco per andare a Sanremo perché non hanno nulla da dimostrare. Per me è importante farlo per noi sé stessi. Come del resto ha fatto l’anno scorso Massimo Ranieri. Sanremo è ruvido, ti ritrovi come se ricevessi un pugno in faccia. Ma io al momento ho solo ricordi belli.

Tiziano vs Sfera

Il tuo documentario è estremamente ruvido: non c’è solo la realtà patinata che può circondare la vita di una star, anzi, hai scelto di rendere pubblica la tua esperienza con l’alcolismo. Quello di Sfera Ebbasta, invece, è soltanto l’apoteosi del successo, senza alcuna ombra.

Non l’ho ancora visto ma Sfera (e sua mamma) mi sono piaciuti molto come persone. Se è come dici tu è giusto così. Perché a vent’anni quello devi presentare: il successo, la fama. Se l’avessi fatto io a quell’età avrei fatto lo stesso, in più i 20 anni sono stati un periodo osceno per me anche se il mondo era ai miei piedi. Io credo che se vieni dalla provincia, e magari non hai avuto molto dalla vita prima, sia un dovere morale celebrare il tuo successo, anche per tutte le persone che lavorano con te in quel momento. E anche se tu non stai bene. Se continui ad avere lo stesso atteggiamento superati i 40, c’è qualche problema.

Sobrietà mentale

Ora sembra proprio che tu stia bene. Hai anche detto che bisogna coltivare la propria sobrietà mentale: che cosa ti aiuta oggi?

La sobrietà mentale ti porta a perdere tutte quelle sovrastrutture di cazzate che alla fine ti portano a essere una persona diversa con ogni persona che incontri nel mondo. Quando mi chiedono se è stato difficile parlare di me a 30 anni o a 40, rispondo che è stato più difficile avere mille facce invece che una sola. Se sei una persona sola è più facile difenderti contro gli attacchi degli haters. Se ti attaccano, lo fanno contro una parte vera di te. Come quando mia mamma, terrorizzata per il libro sul coming-out che stava per uscire, mi disse: “Tiziano non farlo, le persone sono cattive”. Le ho risposto: “Mamma, la gente è cattiva anche con gli etero. Stai tranquilla”.

Tiziano, non hai avuto nessuna paura di raccontare la tua esperienza da alcolista?

Nessuna. Il rapporto con il pubblico è come un matrimonio: non puoi parlare sempre delle stesse cose. A 40 anni devi parlare di altro rispetto ai 20. Devi vivere di stimoli. Adoro le giovani attrici che si fotografano con i loro difetti, dall’acne alle smagliature. Gli uomini ancora non lo stanno facendo. A modo mio è come mi fossi fotografato con l’acne, solo che a 40 non ce l’ho più.

Come potresti spiegarla questa sobrietà mentale necessaria?

Mi sta facendo molto riflettere il fatto che mi stiano contattando tante persone oggi per confessarmi le loro dipendenze. Persone che, forse intuivo avessero dei problemi, ma che mai avrei detto lo avrebbero ammesso. Smettere di bere o di farsi è la cosa più semplice. Ciò che è difficile è il lavoro sulla testa che ti porta sempre a quegli atteggiamenti. Per quello è importante continuare a partecipare ai gruppi di recupero perché, come lì ti ripetono spesso, “sei sempre a distanza di un braccio dal prossimo drink”. E non devi pensare solo a te stesso. Non devi rimanere in isolamento è per questo che la quarantena purtroppo ha aumentato ancora di più questi problemi di dipendenze.

Il Muro del latte

La prima idea alla base del documentario doveva essere destinata a un libro che stai scrivendo: uscirà nel 2021?

Non credo ma lo tengo sempre lì nel cassetto. Ho scritto moltissimo, avevo pronto quasi un saggio. Quando ero al liceo scientifico amavo la filosofia, moderna soprattutto, e senza volermi paragonare ai grandi pensatori ma la mia idea era scriverne uno con quello stile lì, scegliendo un tema specifico ogni volta. Rapporto con la famiglia, la provincia, la dipendenza, etc. In realtà mi son reso conto che era meglio il documentario per descrivere tutto ciò ed è nato così Ferro. Un lavoro che mi ha sfinito perché obiettivamente non sopportavo più la troupe sempre addosso. Ma quando siamo arrivati a quel punto abbiamo raggiunto l’obiettivo. Tornando al libro, ne avrei pronto sia uno di fiction sia uno tragico-comico sulle idiosincrasie tra Italia e Stati Uniti e lo voglio intitolare Il muro del latte.

Come mai Il Muro del latte?

Perché una delle cose che più mi shocca negli Stati Uniti, ma soprattutto in California, è questa abbondanza estrema di prodotti. Se vai al supermercato ti trovi una parete intera per il latte: a lunga conservazione, con diverse e infinite percentuali di grasso, crema, anacardi, lattosio, noci di cocco. Victor quando viene in Italia e va a fare la spesa, magari in un negozietto a Latina, rimane sconvolto: ma le percentuali dove sono indicate? Per me quello è il manifesto degli Stati Uniti. Tu hai la libertà e la scelta in mano ma in realtà tale vastità non fa altro che limitarti.

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