La topografia del pop internazionale è fatta di alti e bassi, di strade maestre e sentieri nascosti. Lo sa bene Nina Nesbitt, 24enne cantautrice di Edimburgo che oggi esce con il suo secondo album The Sun Will Come Up, the Seasons Will Change (Cooking Vinyl).

Nina Nesbitt - The sun will come up - 3 - Wolf James

Nina Nesbitt (foto di Wolf James)

Il predecessore, Peroxide, usciva ben cinque anni fa per una major (Universal) e raggiungeva l’undicesima posizione della classifica britannica degli album. Un successo, tuttavia, non confortato dalla convinzione dell’artista, che ha preferito fare un passo indietro pur di avere il pieno controllo delle sue produzioni. Gli anni successivi l’hanno vista lavorare come autrice e pubblicare svariati singoli ed EP: tutte esperienze che hanno preparato il terreno per il nuovo disco.

The Sun Will Come Up, the Seasons Will Change – oltre a portare la firma di produttori come Lostboy (Anne-Marie), Fraser T Smith (Adele, Drake, Florence and the Machine), Jordan Riley (Macklemore, Zara Larsson) – è un elegante campionario di sonorità pop caratterizzate dal tocco gentile di Nina. Fra momenti autobiografici (The Moments I’m Missing, Empire), pezzi citazionisti di certo R&B anni ’90 (Loyal to Me, Love Letter), ballad minimaliste (Is It Really Me You’re Missing, Last December) e piccole perle come il singolo The Best You Had, le tredici tracce dell’album compongono il ritratto di un’artista schiettamente pop ma accessibile anche a un tradizionale pubblico indie. Abbiamo accolto Nina in redazione per realizzare lo shooting fotografico che troverete sul numero di febbraio e per farci raccontare tutto.



Trovo che il lavoro di produzione di The Sun Will Come Up, the Seasons Will Change sia piuttosto diverso dal tuo album d’esordio. Volevi collocarti nel contesto delle sonorità pop del 2019?

Sì, è successo in maniera abbastanza naturale. Dopo l’uscita del mio primo album nel 2014 volevo già fare una musica che suonasse diversamente. Non sapevo bene quale fosse il mio sound. Così ho cominciato a sperimentare. Ho scritto per altri artisti per circa un anno e mezzo, solo come autrice. Si trattava di etichette diverse e paesi e generi differenti: pop, dance, di tutto. E io amo tutti i tipi di musica, per cui è stata una cosa che mi ha aiutato a capire come volevo che fosse il mio sound. Sì, The Sun Will Come Up, the Seasons Will Change è diverso dal primo album e penso che sia il lavoro più solido che abbia fatto.

So che un super team di produttori ha collaborato all’album, da Fraser T Smith a Jordan Riley. Ci dici qualcosa di più sul lavoro che hanno fatto?

Molte delle canzoni hanno avuto inizio nella mia cameretta. Ho un home studio che ho chiamato Nightwatch. Buona parte dei pezzi è stata scritta o pre-prodotta lì. Per esempio The Moments I’m Missing l’ho prodotta lì. Però i risultati non avevano la qualità che io desideravo, così ho contattato ragazzi come Jordan e Lostboy che hanno preso in mano i demo per farli suonare meglio. Hanno delle ottime competenze di produzione, è stato bello collaborare con loro. Hanno capito ciò che volevo e l’hanno fatto venire alla luce. Fraser T Smith è un produttore leggendario, è un grande. Si è aggiunto all’ultimo, essenzialmente ha prodotto Loyal to Me e Colder e con lui ho scritto Love Letter, anch’essa nell’album. Anche lui è stato molto importante per far suonare le canzoni come dovevano.

Hai detto che The Sun Will Come Up, the Seasons Will Change è l’album che hai sempre voluto fare alle tue condizioni. Cos’è diverso oggi?

Mentre scrivevo buona parte di The Sun Will Come Up, the Seasons Will Change ero senza etichetta: un’esperienza abbastanza liberatoria e creativamente divertente. Non dovevo fare le cose in una determinata maniera ma semplicemente come mi andava. Adesso sono con un’etichetta indipendente (Cooking Vinyl, ndr). Oggi lo streaming è uno strumento così potente che non penso che tu abbia bisogno di una grossa macchina operativa come in passato.

The Moments I’m Missing suona molto sincera e autobiografica, così come Empire. Quanto di te stessa metti nelle canzoni che scrivi?

Mi sono messa a ragionare su ciò che voglio dire con la mia musica, su quali siano le cose importanti. Le cose di cui parlo nell’album sono le relazioni, la sofferenza, lo sviluppo di una carriera, anche l’amicizia: una mia amica ha avuto un bambino e ho scritto una canzone su questo. Ci sono temi diversi e anche un paio di canzoni più leggere e divertenti.

Ti confesso che Last December è senz’altro la mia canzone preferita dell’album: è così semplice ma così emozionale… Da dove prende ispirazione?

Me lo dicono in molti! Quella è la canzone più “vecchia” dell’album: l’ho scritta nel 2014, dopo che io e il mio ragazzo di allora ci lasciammo per la prima volta. Riflette sui bei momenti di una relazione. Spesso dopo una rottura ci si focalizza sulle cose brutte ma io preferivo ricordare i bei tempi.

Nella title track dici: “Crazy how much my life has changed in just a year”. A cosa ti riferivi esattamente?

Voglio solo dire che nulla è permanente nella vita. Ho scritto quella canzone quando avevo 22 anni e uscivo da un anno piuttosto difficile. Volevo dare conforto alle persone che attraversano brutti periodi per ricordare loro che le cose cambiano sempre, nel bene e nel male.

Nina Nesbitt - The sun will come up - 1 - Wolf James

Nina Nesbitt (foto di Wolf James)

Riguardo a Colder hai detto: “È stata una canzone molto facile da scrivere ma una delle più difficili da produrre perché è cominciata come una ballad di pianoforte ma volevo che fosse diversa in modo che risaltasse nell’album”. Che tipo di arrangiamenti applichi ai pezzi che scrivi?

Dipende totalmente dalla canzone. Una volta che ho la scaletta devo fare in modo che nessuna assomigli troppo a un’altra. Il problema che avevo con Colder era che il singolo successivo era una ballad, Is It Really Me You’re Missing, che è la mia canzone preferita dell’album. Per cui non volevo che Colder rimanesse una ballad di pianoforte e ho voluto fare una cosa più mid-tempo. Penso che in un album tu debba differenziare le tracce.

Hai anche detto che Loyal to Me si ispira all’R&B anni ’90 come Destiny’s Child, TLC, Lauryn Hill. Pensi che ci sia una certa nostalgia nella scrittura di un pezzo come quello?

L’ho scritta per divertimento, in un certo senso. Stavo ascoltando parecchio R&B anni ’90 e volevo farne la mia versione. Volevo mandarla alle Little Mix (le adoro), poi però l’ho tenuta per me. Non ho mai pensato: “Ok, voglio essere un’artista dal sound anni ’90”, perché non lo sono. Ma mi piace sperimentare con generi diversi: non sai mai dove vai a finire. Love Letter è un po’ la “sorella” di quella canzone nell’album.

Trovo che le tue canzoni diano il meglio di sé quando le suoni in acustico. È perché parti scrivendole con la chitarra acustica?

Di solito scrivo le canzoni al pianoforte. Trovo che farlo con la chitarra sia piuttosto difficile, perché spesso finisci per fare cose un po’ troppo folk, una cosa che voglio evitare. Comunque mi piace molto suonare i pezzi in acustico, con la chitarra o il piano. Penso che se una canzone è buona, suona bene sia in acustico sia con una produzione.

Nel 2018 hai collaborato con Jonas Blue in Desperate. Com’è stato “intrufolarsi” nel mondo della musica dance per la prima volta?

È stato figo. Avevo già scritto pezzi per artisti dance in precedenza ma non li avevo necessariamente promossi. Sono una sua grande fan. Stava realizzando il suo album (Blue, ndr) e tramite un amico in comune mi ha chiesto se volessi partecipare. Ne sono stata onorata.

The Best You Had parla di un sentimento molto comprensibile. Pensi che rifletta in generale il tuo tipo di personalità?

Sì, un po’. In realtà l’ho scritta in riferimento non a me ma a un’amica. Comunque mi ci riconosco senz’altro. È nella natura umana il fatto di desiderare di essere il meglio che qualcun altro abbia avuto. Mi piace perché mostra un’attitudine sia vulnerabile che sfacciata. Credo che mi riassuma: io sono molto delicata ma anche forte. È una canzone molto sicura di sé, cosa che mi piace.

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Nina Nesbitt (foto di Wolf James)

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