La luce dopo il buio: ecco la “Golden Hour” di Tancredi. L’intervista

L’ex concorrente di “Amici”, dopo un periodo cupo ha ritrovato la serenità in un album che racconta, senza filtri, tutte le sue sfumature
Tancredi
Tancredi, foto ufficio stampa

Dopo un periodo di tristezza e negatività può sempre esserci una “Golden Hour”. A raccontarlo è Tancredi, nel suo nuovo Ep Golden Hour.


Nel suo nuovo progetto, composto da 8 tracce, il cantante milanese ha voluto raccontare i momenti di buio e di difficoltà, soffermandosi anche sui suoi rapporti personali. Si è così messo a nudo, con il desiderio di raccontare “la verità” ai suoi ascoltatori. Quella che vince sempre e che riesce a farci legare, e appassionare, a ciò che fanno i nostri artisti preferiti.


Abbiamo intervistato Tancredi su Zoom, per parlare del processo creativo di Golden Hour, ma non solo. L’intervista completa sarà disponibile sul prossimo numero del magazine.

Il disco nasce da un momento negativo che poi ti ha portato ad uno di serenità.

Esatto, la serenità è arrivata dopo. Nel processo di lavorazione di Golden Hour c’è tanta tristezza e negatività. Anche per questo ho voluto curare molto la tracklist, perché le prime tracce hanno una concezione più negativa, per poi arrivare pian piano ad alleggerire tutto.

Tancredi
Tancredi, foto ufficio stampa

Da Groovy al Premio Nobel a Bob Dylan

Il disco quindi non a caso si apre con Groovy, un brano particolare, con un’ intro parlata e un mix di sonorità che può lasciare spiazzati. Tra l’altro è un pezzo che risale a due anni fa…

No, errore mio! In realtà risale a un anno fa, solo che con tutte le cose che ho fatto mi sembra passato molto più tempo (ride, ndr.).

A questo punto mi racconti com’è nato Groovy e perché hai inserito lo skit, visto che prima non era presente?

L’intro l’ho fatta un paio di settimane fa, quando ho ripreso in mano il pezzo. Il brano è nato nella mia casa in campagna, mentre ero lì con due amici. Mi è arrivata una prima bozza da Federico Nardelli, con solo la prima parte. Ho registrato col microfono scassato che avevo dietro, senza antipop, e ho avuto quel provino fino ad un paio di mesi fa. Quando poi sono tornato a casa mi sono reso conto che era molto pazza la prima parte, proprio fuori da me, un’esagerazione dell’essere artista. Quindi, ho provato a compensare, mettendo anche me come persona. In Groovy infatti il concetto chiave è il dualismo tra l’artista, sicuro di sé, e Tancredi, con tutte le sue debolezze e paure. Alla fine è venuto fuori un brano con una parte un po’ da pazzo e l’altra più introspettiva.

Mi ha colpito molto in Paranoie la citazione del Nobel a Bob Dylan.

Non mi sono mai chiesto se sia giusto o sbagliato. Credo però che la musica sia una forma d’arte assolutamente equiparabile e complessa allo stesso modo della scrittura narrativa. Le canzoni di Bob Dylan sono delle vere e proprie poesie. Quindi, ti direi un cinquanta e cinquanta (ride, ndr.).

Tancredi: «La cosa più importante è fare musica perché vuoi, non perché devi»

Mi sembra che tu abbia voluto fare un grosso lavoro, oltre che sulla musica come mi hai confermato, anche su te stesso, essendo un disco nato da tanti momenti difficili.

Quando sono uscito durante le prime sessioni in studio avevo una visione “popolare” della musica che volevo fare, ma non in linea con quello che volevo realmente dire. Mi sono detto: “Io alla fine ho deciso di fare musica per sfogarmi, per ritirarmi dalla vita di tutti i giorni e analizzarmi dentro”. Quindi, ho capito che non volevo andare solo verso il pubblico senza essere vero, perché penso che loro vogliano sentire quello che ho da dire davvero, non il contrario.

Quindi qual è stato l’approccio con la tua nuova musica?

Sono sempre andato in studio, analizzandomi e parlando di quello che mi girava per la testa. Non voglio palare di cose che non sono affini a me, e penso si senta. Non voglio essere orgoglioso della mia musica per forza, ma a questo giro credo si senta la verità nelle mie canzoni. Ed è questo l’obiettivo che mi sono dato con l’EP: non voglio sfondare il mercato, ma sentirmi soddisfatto e fare qualcosa che mi piacesse veramente.

Forse c’è un po’ l’idea che gli ascoltatori abbiano bisogno di musica “facile”, quando in realtà, ce l’ha provato un disco come Noi, Loro, Gli altri di Marracash: chi ascolta ha bisogno di farsi domande e che vengano toccate le corde giuste, che spesso non stanno troppo in superficie.

Penso che in generale non si possa sempre vivere con troppo rigore e pesantezza. Quindi, ci sta il momento riflessivo, ma anche quello spensierato. Io ho sedato i miei demoni e sono più aperto a fare cose leggere, ma l’importante è che siano in linea con la mia persona. Credo che l’importante sia fare musica perché vuoi, non perchè devi. È lì che poi si sbaglia.


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