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Avanti pop, alla riscossa! Intervista ai Superorganism

A guardarli hanno lo stesso impatto visivo di Sly and the Family Stone: sono tanti (otto), senza barriere di genere o di etnia e, soprattutto, coloratissimi. Ma i Superorganism, usciti da poco con il loro omonimo album d’esordio, sono la versione cibernetica e ultra-pop della migliore alternative music degli anni ’90

A guardarli la prima volta hanno lo stesso impatto visivo di Sly and the Family Stone: sono tanti (otto), senza barriere di genere o di etnia e, soprattutto, coloratissimi. Ma dimentichiamo il basso in slap e le acconciature afro: i Superorganism, usciti da poco con il loro omonimo album d’esordio, sono la versione cibernetica e ultra-pop della migliore alternative music degli anni ’90 – messa nel frullatore, shakerata e gustata dalla cannuccia come uno smoothie. La loro stella è nata quando un loro brano caricato online, Something for Your M.I.N.D., è stato notato da Frank Ocean ed Ezra Koenig, che lo hanno passato in radio. I Superorganism, che arriveranno per la prima volta in Italia in occasione di Radar Festival, sono Orono, Harry, Emily, Tucan, Robert Strange, Ruby, B, e Soul. Questo collettivo con base a Londra comprende musicisti ma anche un visual artist (Robert Strange) e ha come frontwoman una minuta diciassettenne di origine giapponese (Orono). Abbiamo cercato di orientarci in questo meraviglioso caos in compagnia di Harry, chitarrista e songwriter della band.

Superorganism (foto di Jordan Hughes)

La prima volta che ho ascoltato la vostra musica sono stato assalito da una nostalgia degli anni ’90. Sono strano oppure c’è un’influenza di quel decennio nei vostri pezzi? Peraltro all’epoca Orono non era neanche nata.

È vero, è nata nel XXI secolo. Non penso sia strano perché un bel po’ di persone hanno detto la stessa cosa. E lo capisco, perché noi siamo tutti molto influenzati dalla grande musica pop degli anni ’90: Flaming Lips, Beck, Pavement… È divertente perché noi volevamo solamente fare un pop molto moderno, quando la gente ha iniziato a individuare le influenze Nineties.

C’è una forte presenza della internet culture nel vostro stile, dal punto di vista sia musicale che visivo: parlate di GIF, mettete gatti nello spazio nei vostri video e così via. Quale ispirazione trovate nel mondo digitale?

Tutta la nostra ispirazione! È una cosa stupenda essere nati in un tempo in cui internet stava decollando. Su internet noi ci siamo conosciuti, abbiamo appreso tutto quello che sappiamo, abbiamo imparato a produrre, a fare pop music. Tutta la musica che abbiamo scoperto ci è arrivata da Napster, iTunes, YouTube, adesso dai servizi di streaming.

Orono è davvero iconica: si adatta perfettamente al vostro progetto. Cosa trasforma una timida teenager giapponese in una cantante pop super cool?

È figo lavorare con qualcuno così giovane. Come performer è estremamente talentuosa. Noi siamo abbastanza frenetici, in molti modi, mentre lei ha un’attitudine più tranquilla e ha messo a terra questo turbine di iperattività: un contesto in cui lei risplende ancora di più. Il solo fatto di vederla fiorire come artista è di grande ispirazione. Prendiamo per esempio i concerti. Lei non ne aveva mai fatti prima e al nostro primo live a settembre c’era qualcosa come 500 persone. Non sapevo cosa aspettarmi, ero un po’ preoccupato. E invece lei è stata come un pesce nell’acqua: era il suo habitat naturale.

Anche quando i vostri testi sono amari o tristi, come in Nobody Cares, li mettete su una musica allegra. Non temete che la gente interpreti la vostra musica in maniera piatta o superficiale?

Dipende dalle persone. Almeno per me, la musica relativamente triste e introspettiva è una sorta di combinazione: c’è qualcosa di profondo se riesci ad esprimere emozioni complesse in maniera ottimista. Ed è una cosa molto più difficile da fare: è una scelta un po’ scontata quella di smuovere le emozioni delle persone basandosi sulla tristezza. Non posso aspettarmi che tutti lo capiscano: alcune persone semplicemente sono malinconiche, noi non necessariamente.

Superorganism (foto di Jordan Hughes)

I membri della band vengono da mezzo mondo. In che modo questa attitudine cosmopolita ha contribuito alla vostra musica?

Ci siamo esposti a tante cose diverse. Per esempio prima di lavorare con Orono non avevo mai ascoltato molta musica giapponese. B è molto legata alla sua terra d’origine, la Nuova Zelanda, che ha una scena musicale molto ricca. Soul invece ci ha fatto scoprire un po’ di artisti coreani. Il risultato di tutto ciò è che siamo persone di mentalità molto aperta. Il bello è che grazie a internet io, inglese, posso creare un legame con qualcuno in Australia o con qualcuno più giovane di me in Giappone, avendo tutti una mentalità gusti simili. Questo perché li abbiamo formati su internet piuttosto che in base al luogo in cui è capitato che nascessimo.

Il vostro successo è arrivato in maniera rapida e inaspettata. È stato traumatico?

No, per un paio di motivi. Prima di tutto abbiamo deciso di non dire chi eravamo per un periodo piuttosto lungo. Credo che sia stato importante nella nostra crescita perché così eravamo in grado di continuare a lavorare lontano dai riflettori. L’altro motivo è che quando hai otto persone in una band è come una piccola società che si protegge dal mondo esterno. Le cose adesso stanno cambiando ma non mi sento così diverso nella vita quotidiana. La casa in cui viviamo è la stessa di prima che tutto questo accadesse.

Otto membri sono tanti. Come gestite il processo creativo? Scrivete sempre tutti insieme?

Un possibile sviluppo di un brano può essere che ci ritroviamo in cucina e ne parliamo. Oppure io comincio con un’idea nella mia stanza e poi la mando magari a Emily (per aggiungere delle parti), a Orono (che dà indicazioni su ciò che le piace o ciò che toglierebbe), a Soul (che magari fa un arrangiamento vocale o aggiunge parti di tastiera), a B e Ruby (che a loro volta lavorano sulle parti vocali), quindi a Tucan (che mixa il brano e ci aggiunge un po’ di post-produzione) e infine a Robert, che sviluppa visuals per i video o per gli spettacoli dal vivo. È un processo in cui si lavora separatamente ma in maniera collaborativa. Mi dà la libertà di passare anche ore su idee diverse, senza annoiare nessun altro.

La vostra canzone più famosa si intitola Something for Your M.I.N.D. Cosa consigliate per le nostre povere menti umane?

Credo che la cosa più importante sia mettersi in discussione ogni giorno, provando a capire il proprio posto nel mondo. Viviamo in tempi in cui le persone vogliono sentirsi appagate e scivolano nella vanità. È importante lavorare costantemente su se stessi, cercando di migliorarsi. Non ci sono una vita perfetta o persone perfette: devi solo capire che tipo di vita vuoi avere e che tipo di persona vuoi essere – e questo è la cosa migliore per la tua mente.

Ascolta Superorganism in streaming

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